Pinocchio e il potere: come Collodi anticipò la società del controllo
Il burattino come nuda vita
di Ivan Pozzoni
Se precedenti letture ius-filosofiche hanno evidenziato la violenza strutturale e la logica sacrificale dell’ordinamento collodiano, esiste una terza dimensione interpretativa: quella biopolitica. Attraverso le categorie teoriche elaborate da Michel Foucault e Giorgio Agamben, Le avventure di Pinocchio devono essere lette come una genealogia narrativa dei dispositivi attraverso cui la modernità giuridico-politica produce, classifica e governa le forme di vita. La vicenda del burattino non rappresenta soltanto il conflitto tra trasgressione e norma, ma il processo attraverso cui un’esistenza eccedente viene progressivamente catturata entro apparati educativi, economici e disciplinari. In prospettiva foucaultiana, il mondo collodiano appare attraversato da una molteplicità di dispositivi disciplinari: la scuola, il lavoro, la famiglia e le istituzioni punitive non costituiscono semplicemente sfondi narrativi, ma luoghi di produzione della soggettività. Il potere moderno, infatti, non opera esclusivamente mediante il divieto o la repressione, bensì attraverso tecniche positive di organizzazione dei corpi, di regolazione delle condotte e di costruzione del soggetto normale.
Come scrive Foucault: «La “discipline” ne peut s’identifier ni avec une institution ni avec un appareil; elle est un type de pouvoir, une modalité pour l’exercer, comportant tout un ensemble d’instruments, de techniques, de procédés, de niveaux d’application, de cibles; elle est une “physique” ou une “anatomie” du pouvoir, une technologie» (Surveiller et punir. Naissance de la prison, 1975). La traiettoria di Pinocchio deve dunque essere interpretata come il passaggio da una vita indisciplinata a un corpo progressivamente sottoposto a pratiche di normalizzazione. Il burattino non viene semplicemente punito per le proprie deviazioni: viene continuamente ricondotto entro una rete di aspettative sociali che definiscono ciò che deve essere un individuo utile, produttivo e riconoscibile. La disciplina non elimina l’anomalia, ma la produce come categoria giuridica e sociale attraverso cui misurare la normalità. La prospettiva agambeniana consente di radicalizzare tale lettura mostrando il legame originario tra vita e sovranità. Se Foucault descrive il funzionamento dei dispositivi disciplinari, Agamben individua il punto in cui il diritto include la vita proprio attraverso una relazione di esclusione. In Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita (1995), egli afferma: «Si può dire che la produzione di un corpo biopolitico sia la prestazione originale del potere sovrano. La biopolitica è, in questo senso, antica almeno quanto l’eccezione sovrana» (Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, 1995). Pinocchio appare, allora, come una figura liminare della modernità giuridica: un essere che deve essere continuamente riconosciuto, corretto e integrato, ma la cui appartenenza alla comunità resta fragile e condizionata.
La sua esistenza si colloca in una zona di passaggio tra inclusione ed esclusione, tra soggetto di diritto e corpo disponibile ai dispositivi di controllo. In questa prospettiva, Le avventure di Pinocchio devono essere lette come una genealogia letteraria del biopotere: Collodi mette in scena, attraverso la forma della fiaba pedagogica, la tensione costitutiva della modernità politica, nella quale la promessa di emancipazione individuale coincide con l’istituzione di procedure di sorveglianza, correzione e adattamento. Pinocchio non è soltanto un individuo che deve imparare la legge; è il corpo sul quale la legge sperimenta la propria capacità di trasformare la vita in soggettività governabile. Il burattino, fin dal momento in cui prende vita dal pezzo di legno, si presenta come un’eccedenza rispetto all’ordine sociale: una forma di vita priva di una collocazione definita nell’apparato produttivo e giuridico dello Stato post-unitario. Pinocchio presenta alcuni tratti della “nuda vita”: una forma di esistenza che il potere cerca continuamente di includere nell’ordine sociale attraverso procedure di controllo ed esclusione. Le figure istituzionali che costellano il suo cammino non operano per applicare una giustizia etica, ma per normalizzare i corpi e integrarli nella macchina sociale. Come osserva Nikolas Rose in Powers of Freedom: Reframing Political Thought (1999), il potere moderno non agisce esclusivamente attraverso la repressione o l’imposizione esterna di norme, ma attraverso pratiche di governo della condotta che mirano a produrre individui capaci di autoregolarsi secondo modelli socialmente riconosciuti.
La libertà stessa diviene così una tecnologia politica: il soggetto moderno non viene soltanto obbligato dall’esterno, ma formato affinché partecipi autonomamente al proprio processo di normalizzazione. Rose afferma infatti che la libertà «is not the opposite of government but one of its key inventions and most significant resources» (Powers of Freedom: Reframing Political Thought, 1999). Pinocchio diviene umano nella misura in cui apprende a governare sé stesso. In questa prospettiva, Le avventure di Pinocchio possono essere lette come una genealogia narrativa della produzione del soggetto moderno. La scuola, il lavoro, il denaro e le istituzioni sociali non operano semplicemente come strumenti repressivi, ma come dispositivi attraverso cui il protagonista viene condotto verso una forma determinata di vita ritenuta normale, produttiva e responsabile. La fiaba collodiana mette così in scena ciò che Rose definisce il governo della condotta (government of conduct): il potere non elimina la libertà individuale, ma la organizza e la orienta attraverso pratiche che trasformano l’individuo nel principale agente del proprio disciplinamento.
Il sequestro del corpo: la polizia e la prima cattura
La prima apparizione del carabiniere nella vita di Pinocchio acquisisce, in quest’ottica, un significato preciso. Il blocco stradale e la cattura del burattino fuggiasco non sono risposte a un reato codificato, ma atti di contenimento di un corpo che si muove al di fuori dello spazio e del tempo imposti dal lavoro e dalla famiglia. La devianza di Pinocchio non consiste tanto nella violazione di una norma specifica quanto nell’indisponibilità a lasciarsi collocare all’interno dei dispositivi disciplinari della famiglia, della scuola e del lavoro: «Alla fine… capitò un carabiniere […] e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto» [III, 20, 1883]. È significativo che il carabiniere scambi Pinocchio con un “puledro” fuggito al padrone. La metafora animale rinvia a un potere che interpreta il vivente secondo categorie di utilità, adattabilità e domesticazione, distinguendo tra corpi governabili e corpi refrattari al controllo. Tale logica non riguarda soltanto la relazione tra umano e animale, ma investe ampiamente i processi attraverso cui la modernità classifica le forme di vita, stabilendo quali esistenze siano riconoscibili, valorizzabili e integrabili nell’ordine politico. Come osserva Joseph Pugliese in Biopolitics of the More-Than-Human: Forensic Ecologies of Violence (2020), la prospettiva biopolitica deve essere estesa oltre il paradigma esclusivamente antropocentrico, poiché anche le forme di vita non umane e i corpi eccedenti vengono coinvolti nei medesimi regimi di gestione, esposizione e vulnerabilità. Quando la folla interviene, difendendo il burattino e accusando Geppetto di tirannia, il carabiniere rilascia il pezzo di legno e arresta il padre. Dal punto di vista biopolitico, tuttavia, l’azione appare coerente: l’intervento dell’autorità investe non solo il minore deviante, ma anche la struttura familiare che avrebbe dovuto garantirne la disciplina. In questo senso la scena richiama quanto Jacques Donzelot descriverà come la politicizzazione della famiglia moderna, trasformata in uno degli strumenti del controllo sociale. Il pianto di Geppetto in prigione segna l’efficacia dell’apparato che sequestra i corpi per riaffermare il controllo sul territorio.
L’automa della sovranità: l’ordine di Mangiafuoco
La riduzione del soggetto a materia manipolabile emerge nel teatro di Mangiafuoco. Quando il burattinaio ordina ai suoi gendarmi di bruciare Arlecchino, la scena mostra il potere sovrano inteso come facoltà di decidere quali vite possano essere preservate e quali sacrificate. «“Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!” […]» [XI, 58/59, 1883]. I gendarmi “di legno” rappresentano il dispositivo disciplinare nella sua forma elementare: identici nella sostanza materica ad Arlecchino e Pinocchio, ma privati di autonomia e interamente assorbiti dalla funzione di controllo. La loro rigidità richiama il modello dell’agente disciplinare perfetto, un corpo che non interpreta il comando ma lo trasmette lungo la catena gerarchica del potere. Arlecchino, legato e destinato al fuoco per cuocere un montone, perde ogni individualità ed è ridotto a materia sacrificabile: la legge coincide con la volontà sovrana che dispone dei corpi secondo criteri di utilità. Come osserva Achille Mbembe, la sovranità si manifesta nella capacità di decidere «qui peut vivre et qui doit mourir» (Necropolitics, 2016).
Conclusione: La metamorfosi come normalizzazione
Questa diagnosi dei dispositivi di controllo trova un’estensione nell’episodio del magistrato-scimmione di Acchiappacitulli e nelle vicende del capitolo XXVII. Il giudice gorilla che condanna Pinocchio al carcere perché derubato e i carabinieri che lo perseguitano dopo il ferimento di Eugenio agiscono secondo una logica nella quale il vulnerabile diviene colpevole proprio in ragione della sua posizione marginale. L’ordinamento non riconosce la sua condizione di esposizione, ma la converte in indice di sospetto: la marginalità sociale viene trasformata in responsabilità giuridica. La trasformazione finale di Pinocchio in un “ragazzino perbene” deve essere interpretata come il completamento di un processo di normalizzazione. Ciò che viene premiato non è soltanto il comportamento morale del protagonista, ma la sua capacità di conformarsi alle aspettative sociali dominanti. Il vecchio burattino di legno, abbandonato sulla sedia come un involucro vuoto, rappresenta il residuo materiale di una vita ormai trasformata in soggetto conforme: educato, produttivo e riconoscibile dall’ordine sociale. Tale conclusione deve essere letta anche alla luce delle analisi contemporanee di Hartmut Rosa sulla modernità accelerata. In Beschleunigung und Entfremdung (2010) e nella teoria della risonanza sviluppata in Resonanz. Eine Soziologie der Weltbeziehung (2016), Rosa mostra come le società moderne tendano a produrre forme di relazione con il mondo caratterizzate dall’alienazione, cioè da un rapporto puramente strumentale con gli oggetti, con gli altri e con sé stessi. La metamorfosi di Pinocchio deve essere interpretata in modo ambivalente: egli ottiene finalmente il riconoscimento umano, ma tale riconoscimento coincide con l’abbandono della sua originaria eccedenza vitale.
Diventare uomo significa, in parte, perdere quella dimensione irriducibile che lo rendeva estraneo alle categorie dell’ordine costituito. In una prospettiva radicale, Byung-Chul Han ha mostrato come il potere contemporaneo non necessiti soltanto di apparati esterni di coercizione, perché il soggetto stesso interiorizza i criteri della prestazione, dell’efficienza e dell’autosorveglianza. Nella società neoliberale descritta da Han, l’individuo diviene simultaneamente vittima e agente del proprio assoggettamento: «si sfrutta spontaneamente» perché ha interiorizzato l’imperativo della realizzazione personale (Psychopolitik, 2014; Infokratie, 2021). Letta attraverso questa prospettiva, la conclusione collodiana assume un significato ulteriore: la vittoria dell’ordinamento non consiste semplicemente nella punizione del deviante, ma nella sua trasformazione in soggetto capace di aderire autonomamente alla norma. La parabola di Pinocchio appare, dunque, come una genealogia complessa della soggettività moderna. Il burattino non viene sconfitto dal potere perché incarcerato o eliminato, ma perché viene definitivamente integrato. La forma efficace del dominio non è la distruzione del soggetto eccedente, è la sua conversione in individuo compatibile con il sistema che inizialmente lo respingeva. La legge non trionfa quando reprime il corpo di legno, ma quando riesce a trasformarlo dall’interno, sostituendo alla spontaneità del vivente una soggettività regolata, prevedibile e funzionale. Letta attraverso Foucault, Agamben, Elias, Rosa e Han, la fiaba collodiana supera la semplice struttura pedagogica della redenzione morale: diviene il racconto della progressiva cattura di una vita eccedente entro le forme dell’ordine sociale. Pinocchio non è soltanto il burattino che diventa uomo; è il vivente che viene riconosciuto come umano nel momento stesso in cui accetta di essere governato.