IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Plauto al Ministero dell’Istruzione: Dante, Manzoni e la commedia dell’Utilitas

Plauto al Ministero dell’Istruzione: Dante, Manzoni e la commedia dell’Utilitas

Di Simona Mazza

La bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei riapre il caso Dante-Manzoni. Dietro il lessico della modernizzazione scolastica affiora una domanda decisiva: quale cultura intende consegnare la scuola italiana ai suoi studenti?

Prologus. Captatio benevolentiae

Poveri Dante e Manzoni

Favete linguis, signori spettatori: fate silenzio, ascoltate la fabula. Così avrebbe potuto iniziare Plauto, chiedendo al pubblico benevolenza prima di sciogliere l’antefatto, presentare le maschere e avviare l’intreccio. Anche qui serve una captatio benevolentiae, perché la materia ha il passo della commedia, ma riguarda uno dei luoghi più sensibili della vita civile: la scuola.

Il sipario si apre sulla bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nell’ambito del percorso di revisione avviato durante il mandato del ministro Giuseppe Valditara. Il documento, elaborato da una commissione ministeriale, ha acceso il dibattito perché ridisegna il posto di due pilastri della letteratura italiana: Dante e Manzoni.

La Divina Commedia, che per generazioni ha accompagnato il triennio liceale come grande architettura linguistica, morale, politica e teologica, verrebbe concentrata soprattutto tra terzo e quarto anno. I Promessi sposi, tradizionalmente letti nel biennio, slitterebbero al quarto anno, mentre nel primo biennio si aprirebbe la possibilità di scegliere testi narrativi ritenuti più accessibili. Il ministro ha precisato che alcune proposte appartengono alla commissione e alla sua elaborazione tecnica; la distinzione chiarisce la paternità del documento, ma lascia intatto il nodo culturale: il canone si sposta, il baricentro muta, la scuola italiana torna a interrogarsi sulla propria missione.

Qui il prologo consegna l’antefatto. La parola d’ordine è modernizzare. Termine nobile, quando amplia strumenti e possibilità; più scivoloso, quando accompagna l’assottigliamento della profondità. Da questo equivoco prende avvio la commedia.

Argumentum. Le maschere della fabula ministeriale

Plauto, dopo il prologo, offriva spesso al pubblico l’argumentum: il disegno dell’intreccio, la traccia della beffa, il catalogo vivo delle figure in scena. Anche questa commedia ministeriale ha le sue maschere.

Il senex è la tradizione: memoria operante, lingua sedimentata, insomma, il mos maiorum nel suo significato più alto, inteso quale patrimonio attraverso cui una comunità riconosce se stessa e misura il proprio rapporto con il tempo.

Il servus callidus è la burocrazia riformatrice che si muove con destrezza tra formule, circolari, commissioni e lessici pedagogici levigati.

Il dominus imperitus è il potere culturale quando pronuncia parole solenni — nazione, identità, radici — e poi affida la memoria a criteri di funzionalità. Infine entra l’Utilitas, personaggio allegorico dall’aria pratica, educata e persuasiva, che avanza con il linguaggio della concretezza e chiede alla scuola di diventare più agile, più misurabile o magari, solo più conforme al presente.

L’intreccio è pronto. Il pubblico può accomodarsi: la commedia comincia.

Actus primus. L’intreccio

Nel primo atto la scena procede con discrezione amministrativa. Dante e Manzoni restano in cartellone, per carità, nessuno li accompagna fuori dal teatro. La trovata del servus callidus sta proprio qui: nessun colpo di scena, solo un aggiustamento tecnico. E chi vuoi che si accorga, in fondo, se un tecnicismo produce conseguenze enormi?

Prendiamo Dante. Nella Commedia costruisce un viaggio dentro l’uomo prima ancora che nell’aldilà: mette insieme lingua nuova, teologia, politica, psicologia del desiderio, colpa, libertà, responsabilità. Fa attraversare allo studente l’Inferno delle passioni, il Purgatorio della trasformazione, il Paradiso dell’intelligenza che prova a guardare oltre se stessa. Ma è roba lunga, certo. Richiede tempo, mediazione, fatica. E allora il servo astuto suggerisce: perché non comprimere? Perché non trasformare il viaggio in itinerario breve, il canto in scheda breve, la selva in riassunto?

Poi arriva Manzoni. Nei Promessi sposi non racconta soltanto due fidanzati perseguitati dalla sfortuna; mette in scena un’intera anatomia, tra l’altro sempre attuale, del potere: i prepotenti, i pavidi, i funzionari, i religiosi coraggiosi e quelli accomodanti, la folla, la peste, la giustizia che si piega, la lingua che prova a diventare casa comune. Anche qui, materiale prezioso per formare cittadini capaci di leggere la realtà. Appunto: troppo prezioso, troppo lento, troppo ingombrante per una scuola che deve correre.

Qui il servo astuto compie il suo capolavoro. Prende la difficoltà, la chiama ostacolo; prende la semplificazione, la chiama accessibilità; prende la perdita di profondità, la confeziona come gesto pedagogico. La scuola, almeno questo ci insegnavano i prof ai miei tempi, avrebbe il compito opposto: accompagnare gli studenti dentro la complessità, dare strumenti, tempo, parole. Ma nella commedia dell’Utilitas la pagina difficile diventa un problema logistico. E così il classico, invece di formare, viene amministrato.

Actus secundus. La beffa dei surrogati

Nel secondo atto la beffa si allarga. La riforma scolastica incontra un fenomeno editoriale già visibile: versioni sintetiche, canti riassunti, parafrasi semplificate, apparati pronti all’uso, percorsi facilitati. Anche la Divina Commedia circola sempre più spesso in forme compresse: il canto, la sintesi, la spiegazione rapida, l’esercizio di comprensione. Stop. Va bene così.

A questa trasformazione si aggiunge l’uso crescente dell’intelligenza artificiale nella produzione di materiali didattici e contenuti editoriali. Naturalmente, nessuno vuole demonizzare la tecnologia, anche perché, se utilizzata con criterio, può diventare strumento, ma richiede sorveglianza intellettuale. Tuttavia, quando il correttore di bozze o il revisore scompaiono, il rischio è che ci troviamo davanti a pagine povere, spiegazioni intercambiabili, passaggi che ripropongono lo stesso concetto a breve distanza, formule chiare in superficie ma assolutamente prive di autentica necessità interna.

Così, in nome della semplificazione, i grandi testi perdono consistenza. Di contro, resta una sequenza ordinata di informazioni, pronta per la verifica ma priva di quella resistenza che educa davvero.

È qui che la commedia dell’Utilitas rivela tutta la sua subdola intenzione. 

Actus tertius. Il rovesciamento

Nel terzo atto l’intreccio tocca il suo punto più serio. Il caso Dante-Manzoni segnala un mutamento più ampio: l’idea stessa di liceo entra nel campo dell’Utilitas. Il liceo, nella sua forma più alta, custodisce una promessa aristocratica nel senso più nobile e meno sociale del termine: offrire a tutti gli studenti l’esperienza dell’altezza, dell’astrazione, della fatica sintattica, del confronto con ciò che supera l’utile immediato.

Questa promessa appartiene alla democrazia scolastica più autentica. Rendere accessibili i grandi testi significa fornire a ciascuno gli strumenti per incontrarli. L’inclusione più alta costruisce scale, dà parole più ricche di quelle possedute in partenza, apre spazi mentali che l’ambiente familiare, sociale o digitale spesso lascia inesplorati.

La scuola dell’Utilitas preferisce ciò che si misura con facilità e produce esiti rapidi. In questa prospettiva il sapere perde la propria eccedenza, cioè la parte più preziosa: la capacità di formare oltre il rendimento, di servire oltre l’applicazione, di liberare oltre l’utilità immediata.

A questo punto il pubblico capisce la beffa. La posta in gioco riguarda la formazione delle nuove generazioni, perché quando una società modifica il rapporto dei giovani con i propri testi fondativi, ridisegna la propria idea di cittadinanza. Ma andiamo avanti.

Agnitio. Il riconoscimento

Nella commedia antica, l’agnitio scioglieva l’intrigo: qualcuno scopriva la propria identità, l’ordine tornava leggibile, la casa ritrovava equilibrio. Qui il riconoscimento consegna una verità inquieta, vale a dire che il nuovo protagonista della cultura scolastica rischia di diventare il testo sradicato, la pagina rapida o la scheda sintetica pronta all’uso, piegata alle esigenze della programmazione e della verifica. 

Tuttavia Dante e Manzoni, invece, funzionano in modo opposto. Ed è proprio qui la loro utilità più profonda, anche se la parola “utilità” suona quasi ironica parlando di letteratura. Questi autori insegnano a reggere la complessità, cioè a non fermarsi alla risposta più facile, allo slogan più immediato, alla spiegazione prefabbricata. Allenano il ragionamento, la capacità di distinguere il vero dal verosimile, ciò che ha profondità da ciò che semplicemente brilla per un momento.

Per questo rappresentano anche uno degli ultimi antidoti contro la lingua automatica che cresce intorno a noi: una lingua corretta, veloce, levigata, spesso perfino elegante, ma priva di densità, memoria e autentica responsabilità stilistica.

Chorus. La voce della città

A questo punto entra il coro: una voce civile, quasi tragica, che osserva la scena e formula la domanda decisiva. Quali testi una comunità affida alla formazione dei suoi giovani?

Una civiltà si riconosce anche dalle opere che affida ai giovani. Tecnologie, competenze e laboratori contano; ma ancora di più contano le parole incaricate di formare l’immaginazione morale delle nuove generazioni. Ogni scuola dovrebbe compiere una selezione antropologica, decidere quali difficoltà meritino tempo, quali memorie meritino trasmissione, quali forme del pensiero meritino durata. Oggi pare che nessuno faccia considerazioni di questo tipo. Ma passiamo al finale. 

Exodus. Finale aperto per una commedia italiana

Nella commedia di Plauto, dopo scambi, equivoci, travestimenti e beffe, arrivava spesso una ricomposizione. Il servo astuto otteneva il suo premio, il giovane il suo amore, il vecchio la sua lezione. L’intreccio, dopo aver rovesciato l’ordine, lo restituiva alla città in una forma nuova. Il riso scioglieva la tensione e il pubblico usciva dal teatro con la sensazione che l’intelligenza avesse saputo piegare la rigidità del potere.

Qui il finale resta aperto. La commedia ministeriale può ancora sciogliersi in una correzione di rotta, se nella scuola, nella politica e nelle istituzioni culturali prevarrà uno sguardo abbastanza alto da comprendere che Dante e Manzoni costituiscono una riserva di futuro. Toccarli senza misurare ciò che rappresentano impoverisce la formazione linguistica e morale degli studenti. Ripensarli con intelligenza, invece, significa restituirli alla scuola con strumenti nuovi, docenti sostenuti, tempi adeguati, edizioni curate, mediazioni serie, percorsi capaci di accompagnare senza sostituire.

La vera modernizzazione partirebbe dunque dalla capacità di rendere nuovamente necessari i classici. Una scuola più profonda, più esigente, più generosa darebbe agli studenti competenze, certo, ma anche parole, giudizio e memoria per abitare il presente.

Il Prologus torna in scena e si inchina. Questa volta consegna al pubblico una domanda: nelle stanze dell’istruzione italiana ci sarà qualcuno abbastanza lungimirante da capire che una nazione custodisce la propria cultura soltanto quando la trasmette nella sua forza, nella sua difficoltà, nella sua interezza?

Per ora, la risposta resta sospesa. Come in ogni commedia ben costruita, l’ultimo atto dipende ancora dagli uomini in scena.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

ISSN 3103-7143 Il Pensiero Mediterraneo Rivista culturale online ad aggiornamento continuo. Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Foggia - Genova - Lecce - Marsala - Matera -Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.