1 Dicembre 2020

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

Poesie liberamente ispirate ai miti ellenici di Lidia Caputo

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Adone

Quando Ares possente,

ostile al tuo idillio

con la sposa sua, Afrodite,

per sempre ti costrinse

nell’ Ade,

non dell’amata Cipride

o delle vergini danzanti

nei fioriti equinozi

serbasti memoria….

Anelavi invece

al radioso padre Sole,

ai frutti dorati,

la mela e il melone,

umile prole

della terra e del cielo divino[1].

20 ottobre 2020                                            Lidia Caputo


[1] Cfr. Prassilla, fr. 1 Edmonds.

Alcesti

“Per il volgere

di dodici lune

non risuonino

nella città di Fere

di flauto melodie

o di cetra”[1].

Tale fu l’editto di Admeto,

lo sposo tuo diletto,

inclito re di Tessaglia,

quando Ade ti strappò

ai tuoi teneri affetti,

intrepida Alcesti.

Al posto del  consorte,

avevi  offerto la vita,

il tuo giovane sangue,

sacrificio supremo,

che né il padre di Admeto,

né la madre, già consunti

dai senili affanni,

cuore ebbero di affrontare

per salvare l’unico figlio.

Varcando la soglia ferale,

di armille e preziose sete

rifulgevi, come il sole,

ma nel cuore ti struggevi

per la  precoce fine

che tu stessa avevi abbracciato.

Trafitta dall’angoscia,

la provvida Estìa[2],

non per te imploravi,

ma per  i teneri figli

orfani della mamma,

nella sventura inermi.

Lacrime ardenti

per lo sposo effondevi

sul talamo, dove il cinto

sciogliesti di vergine

e ora proprio per lui

la vita abbandonavi

e le nuziali gioie.

Come in sogno vedesti

l’ignaro Eracle raggiugere

nel fatale giorno

la reggia di Fere,

ospitalità impetrando,

prima dell’ardua impresa

di aggiogare e ricondurre

al re tirinzio i puledri

da Diomede rapiti.

Liberale accoglienza

ebbe il prode figlio di Zeus,

da Admeto  straziato

da cocente rimorso

per averti perduta,

con l’ospite sacro munifico.

Sdegnò il possente Eracle

il sontuoso banchetto,

appena la tua cruda fine apprese.

Senza indugio l’alcmeonide

negl’inferi discese

e con braccio vigoroso

domò Thanatos

che ti ghermiva,

strappandoti al giogo fatale.

Velata e stranita,

ti riportò Eracle

tra le braccia dello sposo

incredulo come te,

per l’inatteso,

prodigioso evento.

Con inni agli dei

Admeto, la reggia,

l’intera Tessaglia,

il tuo ritorno alla vita

celebravano, acclamando

la vittoria sull’Ade :

più forte della morte

è un eroe riconoscente,

della morte più potente

d’ una tenera donna l’amore  .

Camigliatello Silano, 27 ottobre 2020                             Lidia Caputo


[1] Cfr. Euripide, Alcesti, a cura di G. Paduano, vv. 343 sgg., p. 82, Ed. Bur, Milano, 1998.

[2] Dea del focolare domestico come la romana Vesta.

Prometeo

Eterno  moto

di astri e  pianeti

nell’universo,

 impetuoso fluire di acque

verso oceani palpitanti di vita,

lungo ameni declivi

 trotterellare di  bimbi,

 planare di gabbiani 

su tramonti marini :

“πάντα ῥεῖ”,

tutto si muove sotto

l’arco teso del cosmo!

  Io solo, Prometeo,

di Giapeto titanica prole,

degli uomini artefice

con la creta e il fuoco vitale,

sto, immoto e inchiodato,

 per tutte le membra

della desolata Scizia

 alla rupe fatale.

   Innocente e amabile dio

 fui crocifisso da un dio,

da Zeus eccelso,

furente con me

per avergli sottratto

e ai mortali elargito

la scintilla del fuoco,

 luce della mente e calore

nelle algide notti.

Prosciugato dai raggi

dell’implacabile Elios

dalle tempeste squassato,

  urla il mio corpo:

 Come osi,  Cronide,

 proclamarti inclito

 Signore di Giustizia,

tu ingiusto, vendicativo,

ingrato contro me,

che i titani piegando,

 vittorioso ti insediai

sul tuo trono di sangue ?

  Ogni limite di brutale

 violenza  superasti,

del padre Crono assassino,

quando la tua aquila

ogni giorno inviasti da me,

alla  rupe incatenato,

per  dilaniarmi

il fegato che nel notturno

 stellato ricresceva.

  Giorno verrà che i mortali

scaglieranno via dai templi

gli dei falsi e malvagi come te…

  Da remote contrade giungerà

 Eracle Alcmeonide,

 alla solinga rocca

 per liberare le membra mie

da Zeus straziate.

Tra danze e cori festosi

sarò salutato  eroico padre

 degli oppressi, iniziatore

 di un’era nuova

di concordia e amore.

Lecce, 4 novembre 2020                                        Lidia Caputo

Riflessione sulle poesie ispirate ai miti ellenici

    Dall’ infanzia ho subito il fascino dei miti ellenici, leggendo i testi antologici di Omero, Esiodo, dei poeti lirici, presenti nella ricca biblioteca di mia madre, docente di lettere, e di mio padre cultore di letteratura e poesia di ogni epoca e latitudine.

  Ho ereditato la vena poetica da mio padre, Erminio Giulio Caputo, considerato da Giacinto Spagnoletti, Oreste Macrì, Mario Dell’Arco, Donato Valli ed altri illustri critici, uno dei maggiori poeti contemporanei in vernacolo salentino, insieme a Nicola De Donno e Pietro Gatti.

    Ho scritto poesie fin dall’adolescenza  e ho continuato, tranne  qualche intervallo, a comporne fino ad oggi, ottenendo numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Ungaretti, il Premio Voci d’Europa con pubblicazione sull’omonima antologia e il Marengo d’ Oro durante il Concorso Letterario di Sestri Levante del 2004.                    Oltre alle mie liriche comparse sull’antologia Todariana, ho dato alle stampe il dramma storico, Gerusalemme, il giardino di Miriam e Salman, La Mongolfiera, 2003.

Durante gli anni di studio presso il Liceo Classico Palmieri e il corso di laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Lecce, ho maturato una grande passione per la civiltà e la letteratura greca. Ho conseguito la laurea cum laude,  discutendo una tesi sull’Elena di Euripide.

   Ritengo che anche oggi, in questo drammatico snodo della storia mondiale , il mito e la tragedia greca siano di fondamentale importanza per comprendere il significato di tanti eventi che suscitano in noi timore e angoscia, ma che possono essere interpretati alla luce della sapienza degli antichi Elleni.

Lecce, 08/11/2020                                                           Lidia Caputo