IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Politica e democrazia. Il senso di un Referendum in un paese difficile

referendum Costituzionale 2026

di Paolo Protopapa

Molti uomini di giustizia hanno la trasparenza del semplice di estrazione popolare e un piglio autorevole e un tantino autoritario della funzione svolta, altrimenti sarebbero impiegati. Appaiono un po’ manichei, talora per indole ma, soprattutto, per mestiere e compiti d’ufficio. Una tale postura, in un paese come l’Italia di giovane democrazia e di fragile liberalismo politico, è tipica dei poteri diffusi, compresa tanta magistratura delle grandi sedi giudiziarie, dove si nascondono nemici agguerriti della legge, importanti clan malavitosi, diffusi potentati economico-finanziari e importanti nuclei politici predatori. Si sa che tra pescecani devi saper nuotare, rischiando un eccesso di ardore, ma devi sopravvivere.

Ora, a me pare che la battaglia referendaria sulla Giustizia, non sia di parte, ma lo stia velocemente diventando. Anche se, bisogna convenire, che in un paese come l’Italia tutto finisce in rissa, in ordalia ideologica tra puri e impuri, onesti e disonesti. Manca la serietà civile delle grandi battaglie politiche di carattere culturale, e viceversa. A tal proposito, mi diceva tempo fa un giudice di lunga esperienza (ma è cosa nota da sempre) che in molti magistrati può scattare un senso corporativo di presunzione e di paura, specie da quando essi provengono da una status sociale popolare o piccolo-borghese. Per secoli, lo sappiamo bene, non fu così. E ancora non è morta la tradizione delle successioni genealogiche interne a categorie a grande rischio castale e corporativo. Non dei soli giudici, ovviamente, ma anche di altre apparentemente miti e silenti oligarchie.

A tal proposito mi piace ricordare il termine ‘notabilato’, adoperato dal compianto Michele Paone, raffinato giurista umanista. Ecco, il nostro Referendum popolare, è un po’ il caso di soggetti con importanti funzioni pubbliche, i quali, giunti lì, sopra sopra, temono di perdere altitudine. Hanno, Insomma, scarsa dimestichezza col contraddittorio e, nel campo giudiziario, si sono abituati a riempire – tramite uno slargamento oggettivo delle sfere di influenza delle giurisdizioni (a causa della eccessiva espansione dei diritti) troppi spazi da decenni abbandonati dalla prassi mediatrice della politica. E, quindi, in parte sottratti alla sovranità che dovrebbe, in una società normale, essere articolata nelle procedure esercitate dalle istituzioni democratiche. Ossia da un “popolo di cittadini” che sa di essere tale e che si comporta di conseguenza con responsabilità civica. Questo problema cruciale, centrale in una democrazia istruita e colta, lo capirono Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio e, in veste eminentemente politica, Palmiro Togliatti.

Il leader comunista costruì, nell’Italia costituzionale e antifascista, il Partito Nuovo, attrezzato capillarmente per l’autogoverno popolare attraverso un fitto tessuto nazionale di autonomie locali impegnate nell’autogoverno del Paese. Dieci anni fa ne ha scritto con competenza ed esperienza Luciano Violante, politico, giurista e magistrato di sinistra (Il Dovere di avere Doveri, Einaudi, 2014). Oggi in assenza di partiti politici e di carenza di una autentica politica organizzata, i magistrati – occorre dargliene atto – sono quasi obbligati ad agire in veste di supplenza col piglio efficace del comando. E, tuttavia, occorre sottolineare che gran parte del problema è in capo al ceto politico, il quale da decenni cerca spazi di autonomia, perduti o gravemente trascurati anche per propria colpa e insipienza strategica.

Pertanto, il popolo sovrano, denudato della centralità del suo destino moderno, rischia a causa della completa destrutturazione delle articolazioni istituzionali rappresentative, di trasformarsi in claque di tifosi di massa. Stretto tra la devozione verso i giudici e il clientelismo verso i politici. Io ne scrissi dieci anni fa in un saggio che individuava ormai chiaramente, in assenza di soggetti politici e partitici organizzati, il rischio della sudditanza ideologica e politica (In Nome del Popolo Sovrano. Sudditi in democrazia?, Perugia, 2016). Perciò, pur non rinunciando alla passione ideale, peculiare alle battaglie referendarie, non dobbiamo cadere nella trappola emotiva della partigianeria di un obliquo ‘redde rationem’ azzardato e improprio.

E, invece, adoperarci per una ragione astuta. Né dogmatica, né cieca. Si bene quella coscienza civica del cittadino, che osserva, riflette e non regala a chicchessia la propria sovranità, appunto perchè la sua deve diventare ragione astuta. Quindi, tecnicamente educata e culturalmente irrobustita; vale a dire nutrita di procedure dinamiche ed efficaci. Ragione popolare fondante e rappresentativa, di cui sia il politico, sia il giudice, costituiscano i realizzatori leali e gli esecutori civici della originaria, ineludibile sovranità popolare.


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