Premiati i ladri di Stato, umiliati i cittadini onesti: la giustizia capovolta

di Pompeo Maritati
Ci sono notizie che, quando vengono rese pubbliche, lasciano sgomenti. Non tanto per la loro singolarità, ma per la violenza morale con cui colpiscono la fiducia già flebile che il cittadino nutre verso le istituzioni. Una di queste notizie riguarda sentenze che, con l’avallo di norme giuridiche compiacenti e di interpretazioni giudiziarie a dir poco indulgenti, consentono a soggetti condannati per gravi reati contro lo Stato, quindi contro tutti noi, di “risarcire” i danni economici arrecati alla collettività in tempi e modalità che definire grottesche è un eufemismo.
Parliamo di condannati per reati contro la pubblica amministrazione, contro il bene comune, contro la fiducia stessa che tiene in piedi la fragile architettura della democrazia. Ebbene, a questi soggetti viene concesso di restituire quanto dovuto, ovviamente già ridotto di unmodesto90%, in rate diluite in 35 anni e oltre. Casi limite (ma reali) parlano di piani di rientro che terminerebbero con l’ultimo versamento previsto all’età di 103 anni. Sì, avete letto bene: centotré anni. Nessuna banca presterebbe cinquecento euro a un cittadino onesto di 76 anni, ma il sistema giustizia italiano spalanca le porte alla clemenza per chi ha derubato lo Stato, spesso da posizioni di potere, con complicità, silenzi e connivenze.
Non è solo una questione di giustizia: è una questione di dignità collettiva. Perché mentre il cittadino comune, – onesto, lavoratore, stremato da un sistema fiscale vessatorio, se dovesse trovarsi in difficoltà con l’Agenzia delle Entrate o con qualunque altro ente creditore pubblico, si vedrebbe bloccare il conto corrente, sequestrare l’auto, ipotecare la casa, magari per poche migliaia di euro. Altro che piani di rientro trentacinquennali! Altro che abbattimento del debito del 90%! Il trattamento riservato all’onesto cittadino è quello del delinquente, mentre al delinquente in cravatta si stende il tappeto rosso del garantismo ipocrita.
È inaccettabile che, grazie a cavilli normativi, a giurisprudenza creativa e a una rete di protezione riservata ai cosiddetti “colletti bianchi”, chi ha derubato il pubblico possa cavarsela con una rateizzazione da barzelletta. È offensivo, è indegno di un Paese civile, è una ferita che lacera ogni senso di equità. Come possiamo chiedere ai cittadini di rispettare la legge, se la legge è la prima a mostrarsi vile e accomodante verso chi fa parte della casta?
La rabbia è giustificata, il disgusto è legittimo. Stiamo assistendo a una progressiva demolizione del concetto di responsabilità penale e civile, almeno per chi occupa le stanze del potere. Il cittadino, ormai, non crede più nella favola dello Stato di diritto, ma vede attorno a sé uno Stato di rovescio, in cui chi ha le spalle larghe viene premiato, e chi è fragile viene colpito.
Chi ci governa, chi legifera, chi amministra la giustizia, dovrebbe avvertire il peso morale, prima ancora che istituzionale, delle scelte che vengono prese. Le sentenze che oggi scandalizzano l’opinione pubblica sono solo la punta dell’iceberg di un sistema che tutela privilegi e garantisce impunità. E non si venga a dire che la legge è legge. Perché la legge, se è tale, dovrebbe essere giusta. E quando non lo è, diventa uno strumento di complicità con il crimine.
Se un uomo di 76 anni non può ottenere un prestito da una banca per via dell’età, perché mai uno condannato per reati contro la pubblica amministrazione può impegnarsi a pagare (per modo di dire) fino a 103 anni? Perché mai si abbatte del 90% il debito contratto con lo Stato da chi lo ha truffato, mentre al cittadino in difficoltà non viene perdonato nemmeno un euro di sanzione? Chi difende queste decisioni con la retorica delle garanzie, del diritto di difesa, della proporzionalità della pena, si faccia un esame di coscienza. Perché qui non si tratta di garantismo, ma di servilismo verso i potenti.
Questa situazione è diventata intollerabile. Alimenta il malcontento sociale, genera sfiducia nelle istituzioni, istiga a essere cattivi cittadini, se essere buoni significa solo subire. Quando il sistema premia i ladri di Stato e umilia i cittadini onesti, il patto sociale si rompe. E con esso, l’idea stessa di nazione.
Chi oggi ci governa dovrebbe tremare davanti a questa realtà. Perché se il popolo si accorge che la legge non è più uguale per tutti, allora smette di crederci. E se la legge perde la sua forza morale, allora il Paese ha cessato di essere tale. Un Paese non è solo un territorio. È una comunità fondata sulla giustizia, sulla fiducia, sulla reciprocità. Quando queste colonne crollano, resta solo la corruzione del potere e l’umiliazione dei giusti.
E allora basta. Basta con le sentenze che premiano i colpevoli. Basta con i privilegi mascherati da diritto. Basta con lo Stato che si fa servo dei furbi e tiranno dei deboli. È tempo di dire ad alta voce quello che milioni di cittadini pensano in silenzio:così non si può più andare avanti.




