IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Prendersi cura senza cancellare l’altro: una lezione mediterranea di dignità

mediterraneo incontri di identità

di Massimo Lorusso

Ci sono parole che sembrano semplici finché non diventano esperienza quotidiana. “Cura” è una di queste. La pronunciamo pensando alla medicina, all’assistenza, alla famiglia, alla vicinanza. Ma prendersi cura di qualcuno non significa soltanto fare qualcosa per lui. Significa soprattutto imparare a fare qualcosa con lui, lasciandogli lo spazio per restare persona, con i suoi desideri, i suoi tempi, le sue decisioni e perfino le sue contraddizioni.

È una distinzione sottile, ma decisiva. Si può aiutare molto e ascoltare poco. Si può essere presenti ogni giorno e, senza volerlo, occupare tutto lo spazio dell’altro. Si può proteggere una persona fino al punto di ridurne la libertà. La buona intenzione, da sola, non garantisce una buona relazione di cura.

Nel Mediterraneo la cura ha una storia antica e profondamente familiare. Per generazioni le case sono state luoghi nei quali bambini, anziani, persone malate o fragili condividevano la vita con il resto della famiglia. La porta di casa non separava nettamente il bisogno dalla normalità: il bisogno faceva parte della normalità. Madri, padri, figli, nonni, vicini di casa si scambiavano tempo, presenza, cibo, attenzione. Non bisogna idealizzare quel passato, che ha conosciuto anche silenzi, fatiche invisibili e responsabilità quasi sempre scaricate sulle donne. Eppure dentro quella cultura esiste un elemento che merita di essere custodito: la relazione come forma concreta di appartenenza.

Oggi molte cose sono cambiate. Le famiglie sono più piccole, le distanze maggiori, il lavoro assorbe tempi diversi, l’assistenza richiede spesso competenze professionali. Viviamo più a lungo e, proprio per questo, incontriamo più frequentemente periodi della vita nei quali l’autonomia fisica diminuisce. La domanda non è quindi se avremo bisogno della cura. In forme diverse, prima o poi, quasi tutti ne avremo bisogno. La vera domanda è quale idea di cura vogliamo costruire.

Una società matura dovrebbe imparare a distinguere l’autonomia dall’autosufficienza. Essere autosufficienti significa poter compiere da soli determinate azioni. Essere autonomi significa poter scegliere. Le due cose non coincidono.

Una persona può aver bisogno di qualcuno per alzarsi, vestirsi, spostarsi o svolgere molte attività quotidiane e conservare pienamente la capacità di decidere come vivere la propria giornata, quali relazioni coltivare, quali progetti seguire, cosa leggere, dove andare, quando riposare e perfino quale rischio ragionevole accettare. Quando confondiamo la dipendenza fisica con l’incapacità di scegliere, la cura smette lentamente di essere sostegno e rischia di diventare sostituzione.

Lo dico anche per esperienza personale. Dopo il tuffo in mare a Rimini, a diciassette anni, la mia vita ha richiesto un livello di assistenza che prima non avrei potuto immaginare. In tanti anni ho compreso una cosa molto concreta: ricevere aiuto non significa consegnare ad altri la propria identità. La qualità dell’assistenza non si misura soltanto da ciò che viene fatto bene, ma anche dallo spazio che viene lasciato alla voce della persona assistita.

Questo vale anche per chi presta la cura. Il caregiver familiare, l’assistente personale, l’operatore professionale non sono strumenti. Sono persone, con stanchezza, limiti, competenze, affetti e una propria vita. Una relazione di cura diventa sana quando riconosce la dignità di entrambi: di chi riceve e di chi offre aiuto.

È forse qui che il Mediterraneo può ancora suggerirci qualcosa. Non un modello nostalgico da recuperare integralmente, ma un principio: nessuno vive davvero da solo. Le città mediterranee sono nate attorno a porti, piazze, mercati, cortili, luoghi di passaggio nei quali la vita individuale si intrecciava continuamente con quella degli altri. Il mare stesso, per secoli, non è stato soltanto una frontiera: è stato una rete di scambi, contaminazioni, lingue e gesti quotidiani.

Trasportato nel presente, questo principio ci ricorda che la fragilità non dovrebbe essere confinata. Una comunità inclusiva non è quella che costruisce spazi separati per chi ha bisogno di aiuto, ma quella che permette alle persone di continuare ad abitare gli stessi luoghi degli altri: una strada, un teatro, una stazione, un ristorante, una biblioteca, una spiaggia, una piazza.

L’accessibilità, allora, non riguarda soltanto rampe e ascensori, pur indispensabili. Riguarda il modo in cui guardiamo chi procede con tempi diversi dai nostri. Riguarda la disponibilità ad aspettare, chiedere prima di intervenire, ascoltare una risposta che magari richiede più tempo. Riguarda persino il linguaggio: parlare con una persona e non semplicemente di una persona quando quella persona è presente.

Sono piccoli gesti, ma proprio i piccoli gesti rivelano la cultura di una comunità.

Nel mio libro “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono” ho cercato di raccontare anche questo: la vita non coincide con ciò che il corpo riesce a fare autonomamente. Ci sono libertà che dipendono dai movimenti e altre che dipendono dalla possibilità di essere ascoltati, riconosciuti e coinvolti nelle decisioni che ci riguardano.

Forse dovremmo cominciare da qui anche quando parliamo di cura. Non domandarci soltanto: “Che cosa posso fare per te?”, ma aggiungere una seconda domanda: “Come vuoi che lo facciamo?”.

La prima domanda offre aiuto. La seconda riconosce una persona.

In quella differenza apparentemente minima si trova una parte importante della dignità humana. E forse anche una delle lezioni più attuali che una cultura mediterranea fondata sulla relazione può ancora consegnare al nostro tempo.

Massimo Lorusso Autore di “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono” https://amzn.eu/d/05GuP4sM

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