IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“Prima che l’alba apra il nuovo giorno. Medico a modo mio”. Il libro di esordio del dott. Calogero Ninotta

lIBRO DI calogero Ninotta

Di Serena Milisenna

Quando il medico era di casa (e oggi rischia di non esserlo?).

Il 25 Febbraio, alle ore 16, presso la Biblioteca Comunale di Ravanusa, sarà presentato il racconto di una vita che attraversa la storia del piccolo paese e della sua medicina.

***

Un bambino steso sulla paglia, in campagna, mentre l’alba prende fiato dietro la collina. Tutto intorno la bella e soleggiata Sicilia rurale: il pastrano del nonno, la fatica dei covoni, il ritmo antico dell’aia, la fonte “miracolosa”, i nomi in dialetto che raccontano la geografia affettiva.

E poi, quasi all’improvviso, la medicina che irrompe come destino: un dottore, delle tonsille “da togliere”, un treno per la mutua di Agrigento, e una domanda che sembra innocua: «Che vuoi fare da grande?».

Il bimbo guarda gli strumenti, scambia quell’odore di ferro per un gioco e, senza saperlo, imboccherà una strada che lo riporterà “tra la sua gente”, ma con l’animo mutato.

E prendersi cura davvero di una comunità diventerà la sua missione.

Il medico di famiglia com’era una volta: fiducia, presenza, comunità.

Nel racconto di Ninotta, la vecchia concezione del medico di famiglia si condensa in una parola precisa: presenza. Il medico non è soltanto quello che prescrive, ma è quella figura che entra nella vita delle persone, sta accanto al malato, conosce le sue paure e il suo percorso.

È il professionista di fiducia che viene chiamato perché incarna un punto fermo: la conoscenza di ogni singolo caso, maturata nel tempo.

E per questa via, il suo studio non è un ufficio: è un pezzo di paese, dove un via vai di persone e personaggi saprà restituire il racconto verace di una comunità specifica.

Si vede bene nelle prime scene della professione: il primo paziente è “lu zi Peppe” che chiede: «si ricorda, duttù?» e porta con sé un mondo di relazioni, soprannomi, genealogie.

Così la prima visita domiciliare diventa subito comunitaria: «visto che è qua, duttù…» e si forma la fila per la misurazione della pressione, per le confidenze, per le richieste.

I sintomi non arrivano in linguaggio “medico”, arrivano in dialetto, in metafore, in frammenti: “tutto mi fa male”, bruciori, stanchezze, paure — e il dottore deve fare una cosa che nessun manuale insegna: tradurre le sensazioni in dati clinici, senza tradire l’umanità.

In questa storia il medico di famiglia lo è in senso pieno: non solo cura una persona, ma cura un contesto.

Per questo nel libro di Calogero Ninotta pesa tanto anche l’incontro con i colleghi più anziani: uno di loro si definisce con orgoglio “vecchio medico condotto” e in quell’etichetta c’è l’etica del correre dal paziente, ascoltarlo, abbracciarlo e farsi trovare sempre.

E allora la carrellata di nomi Lillo Guadagnino, Carmelo Di Pasquali, Calogero Barbone, Mario Nobile, rende conto di tutti quei pionieri della medicina locale di Ravanusa, appartenenti a una generazione che faceva del rapporto umano il centro della professione.

E quando arriva l’emergenza anche per Ninotta, il paese lo guarderà come fosse un parente stretto: il giovane medico dovrà agire davanti allo shock di “lu zi Turiddru” con responsabilità condivisa. La flebo, il cortisone, gli occhi dei vicini puntati addosso sanciscono il passaggio che fa della medicina un vero e proprio legame con il luogo di appartenenza.

Le pagine continuano a scorrere tra aneddoti che raccontano la disponibilità totale, affettiva: il viaggio in aereo per accompagnare Giuseppe, da Palermo a Bologna, in condizioni gravissime; l’attenzione ai drammi silenziosi delle famiglie.

Non mancano gli affetti personali: l’incontro con Licia a Palermo, che diventerà poi sua moglie, la nascita dei figli, il dolore per la perdita del fratello più giovane e del padre.

E poi l’impegno civile: la battaglia per il registro tumori nella provincia di Agrigento, la nascita della Confraternita della Misericordia e l’arrivo dell’ambulanza nel paese, gli incontri “Medicina e territorio” per divulgare informazioni.

C’è anche la dimensione politica, con l’incontro decisivo con il Presidente Salvatore Lauricella, che lo volle nel suo partito e lo sostenne fino all’elezione prima ad Assessore e poi a Presidente della Provincia.

Il medico di oggi: protocolli, computer, regole.

Poi, nel racconto, la medicina cambia inevitabilmente pelle: arriva la modernità con un lessico diverso.

ASL-azienda, note prescrittive, controlli, ticket, spesa mensile, burocrazia, si accende il computer che diventa “aiutante” indispensabile, ma anche simbolo del ribaltamento: non è più soltanto il medico a decidere “per scienza e coscienza”, ma spesso deve decidere tra coscienza e regolamento.

La trasformazione è descritta concretamente: da una parte l’idea (giusta) di appropriatezza, sostenibilità, regole comuni, dall’altra un rischio chiarissimo: il medico di famiglia ridotto a “pre-scrittore”, cioè a terminale burocratico di un sistema che misura tutto tranne ciò che conta di più, il tempo della relazione.

Nel libro questa frattura si vede anche in un dettaglio apparentemente leggero e ironico: un ragazzino piange perché suo padre non gli ha dato la password del pc.

La sofferenza dei pazienti non è più solo corporea, la fiducia non passa più solo dalla mano sul polso, e il medico si trova davanti a una nuova domanda: che cosa significa “curare” in un’epoca in cui le ferite sono spesso invisibili?

E il punto di questa storia non è “ieri meglio di oggi”, ma cosa abbiamo perso (e cosa possiamo salvare).

Il racconto di Ninotta non idealizza il passato: racconta anche l’impotenza di allora. Il “Molinaro” muore dopo quaranta minuti di rianimazione perché mancano un’ambulanza, un defibrillatore, una rete di assistenza. E proprio da quella rabbia nascerà l’azione: il volontariato, la Misericordia, l’ambulanza, i corsi e i turni.

È la prova che la “vecchia medicina” aveva calore, ma non sempre aveva strumenti.

Allo stesso tempo, la medicina moderna ha strumenti, ma rischia di perdere prossimità.

La domanda che resta sospesa, tra le righe, è questa: come si fa oggi a non diventare “funzionari della salute”?

La risposta nel libro non è teorica, ma pratica e – direi – quasi ostinata: il medico che entra nelle case e diventa “uno di noi” deve imparare ad ammettere che la medicina è anche non lasciare soli.

Ieri il medico ricopriva un ruolo sociale: presente, riconoscibile, “di casa”, custode di storie e non solo di cartelle.
Oggi il medico rischia di essere soprattutto un ruolo amministrativo: filtrato da sistemi, piattaforme, vincoli, tempi stretti e contabilità.

Ma il libro di Ninotta suggerisce anche un’altra verità: il medico non è di “ieri” o di “oggi”, ma è in quel punto in cui la tecnica incontra la pietà laica dell’ascolto.

Forse la vera radice di questo libro non è la medicina, è la memoria.
È quel padre contadino che diceva “Studia, finché vai avanti tu, tuo padre è dietro di te”.
È la dignità della terra che si trasforma in dignità della cura: è lì che nasce il medico, non solo nei manuali, ma nell’eredità morale di una famiglia che crede nel lavoro e nel sacrificio, nella presenza costante.

E così se il sistema spinge verso la distanza, la scelta personale — finché possibile — può ancora spingere verso la vicinanza, perché in fondo tutto comincia “Prima che l’alba apra il nuovo giorno”…quando un bambino si domanda cosa farà da grande.

E – se farà il medico – comincia quando capirà, da adulto, che il suo lavoro dovrà provare a tenere insieme due cose difficili: curare e restare umano.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Foggia - Genova - Lecce - Marsala - Matera -Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere di AF themes.