IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Primo Maggio: la festa del lavoro come lavoro sociale della festa

di Paolo Protopapa

Per noi italiani, ma in particolare per noi appartenenti ad una sinistra popolare strutturata, il binomio 25 Aprile e Primo Maggio incide un nesso inscindibile. La primavera dei valori più belli e pregnanti di intere esistenze, forgiati nella lotta politica per la conquista della libertà e della liberazione storica dal bisogno che comprime ogni dignità, assume l’essenza reale e simbolica di un’identità unica e ineludibile. Non già nella chiusura asfittica dell’appartenenza settaria particolaristica, bensì nel suo esatto contrario, vale a dire nella pratica universale e socialmente concreta della solidarietà umana. La quale, pertanto, è solo apparentemente vicinanza di classe tra categorie scisse e irrelate, quanto, invece, connessione e consonanza tra coscienze che si fanno popolo e non mera sommatoria di ribellismo astratto. È da un tale presupposto, insieme etico e politico, che si può inferire il dettato cogente della nostra Costituzione, cioè quel corollario perfettamente coerente e felicemente progressivo che recita: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Fondata, si badi bene, non ispirata o genericamente legata.

Se e quanto il lavoro, nella sua formidabile declinazione concettuale, politica e storica, sia declinabile, è compito tanto esaltante quanto straordinariamente difficile. Io qui, per averlo sotto gli occhi quale occasione di riflessione, mi limito a segnalare, tra i tanti, l’ultimo numero monografico di Italianieuropei 3, 2025, nel cui Sommario sono proposti temi e problemi che per 180 pagine affrontano il lavoro, teoreticamente ed educativamente, come il fulcro della nostra contemporaneità complessa e bisognevole di raffinati strumenti di indagine e di ricerca. Solo così possiamo sottrarre il lavoro, cardine strategico dell’intera modernità al rischio retorico dell’inconcludenza e dell’arbitrio. A tal proposito la prima domanda da porsi consiste nel chiedersi perché, nonostante la versatile fenomenologia ‘dei lavori’ (al plurale), noi dobbiamo continuare ad insistere sul lavoro al singolare, quindi ‘ethos’ spirituale e dovere quotidiano indefettibile. E a non cedere alla tentazione di un pressante condizionamento di privatizzazione e parcellizzazione in un uso ideologico nell’attuale società di dominio e di massificazione di classe. Proprio perché la sfida è esattamente dentro la forbice di 1) lavoro come attività sociale di massa e 2) controllo separato da parte delle élites. Naturalmente l’organizzazione post-fordista dell’economia capitalistica modifica profondamente (e, per lunghi tratti, ‘ab imis fundamentis’) l’universo lavorativo, non più novecentesco e men che meno ottocentesco. E, tuttavia, negare al lavoro l’essenza stessa della sua propria peculiarità umana di ineludibile condizione per ogni emancipazione di massa possibile, può essere drammatico e irreversibile.

Ora, la fantasia e, in termini meno aleatori, l’immaginazione socialista si è per tre secoli sbizzarrita sulla ‘Internazionale del lavoro, futura umanità’. Dai Falansteri parigini alla New Armony oweniana, la nostra bella epopea sociale e culturale è totalmente attraversata dallo scontro titanico tra Capitale e lavoro. Noi stessi, la nostra mente adulta, il sentimento sempre più tormentato di un mondo giusto prossimo venturo, non solo non riescono a farne a meno, ma, anzi, insistono (ed è bene che lo facciano) perché ‘il canto del lavoro’ continui ad essere centrale e fonte di educazione. Perché anche in una o in mille celebrazioni e riti gioiosi popolari, il rispetto, la passione e l’orgoglio dei lavoratori si affermino. Ecco perché mai come oggi, sotto l’ipoteca di un revisionismo malato e conservativo e autoritario su larga scala, le forze del lavoro – sia di quello materiale sia intellettuale – oggi finalmente unificato da una potenza tecnica progressiva, si devono alleare. Mai come oggi, dicevamo, perché i processi di privatizzazione, nutriti dagli egoismi predatori di una ‘società civile’ per tanti aspetti peggiore di quella tratteggiata da F. Hegel nell’Ottocento, ma anche di quella scandagliata magistralmente da A. Heller mezzo secolo fa, corrodono ogni tessuto collettivo e, non a caso, richiedono inedite e coraggiose forme di ‘comunitarismo’ dei beni comuni. Questi rischi esigono, addirittura, a nostro giudizio, uno slancio antagonistico e alternativo come mai è potuto accadere nella storia dell’umanità. Di qui la lungimiranza costituzionale che, sulla scorta della lezione filosofica dei grandi classici del pensiero anti-conservatore, specialmente socialista e comunista-critico di Marx, marca nel lavoro il rimedio sociale e culturale per eccellenza.

Si tratta banalmente di un retaggio retorico? Per niente. Se così fosse saremmo complici di una miopia populistica di puro ‘estremismo infantile’. Nel lavoro lievita, anzitutto,non tanto e non solo la straordinaria anima progressiva e la dignità laica della nostra modernità tormentata. Nel lavoro, in quanto valore etico e prassi condivisa, si radica (e si irradia) la prospettiva stessa della nostra civiltà, che nell’uguaglianza dei diritti e nella giustizia delle condizioni costruisce la propria universalità.


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