Professori e imperatori. Chiose agostane sulla democrazia
di Paolo Protopapa
Un popolo democratico (non inquilino di una autocrazia), nella totalità dei suoi componenti, certamente per non inchinarsi all’imperatore si deve in-vestire esso stesso da imperatore. Altrimenti è destinato a rimanere un ‘re senza scettro’. Lo scettro democratico è plasmato con leggi e meccanismi tutori di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. L’imperatore è, dunque, fuori di metafora, un popolo che ‘si istituisce’ e, istituendosi, diventa sovrano e non ubbidisce a nessuno sopra di lui. Così chi lo ‘rappresenta’ non può scavalcarlo, tradirlo, maltrattarlo, ma solo riverirlo e rispettarlo. E, addirittura, deve fare gli interessi e il bene della società intera. Ora, perché quasi mai, e sempre meno spesso succede questo? Innanzitutto perché i rappresentanti del popolo tendono a surrogare ‘in toto’ i rappresentati. E poi perché (ma siamo nello stesso impasse!) i rappresentati, invece di sentirsi cittadini, si atteggiano a sudditi. Cosi, al posto del governare, si ritrovano di fronte al comandare. Chi comanda, impone; chi governa, propone.
Sono gli organi rappresentativi, ovvero le istituzioni civili ed elettive, a proporre, mentre i governi autoritari impongono e costringono. Se lasciamo decidere e preferiamo modi sbrigativi e super-efficaci di comando, ci aggrada il paternalismo dei forti, cioè la postura dei regimi apicali dei decisori ‘senza macchia e senza paura’. Li ammiriamo e li blandiamo, questi nostri ducetti autoritari (ma non necessariamente autorevoli) e siamo sicuri che stanno bene al nostro (non al loro) posto per scegliere in nostra vece e titolarità legale. Non ci preoccupa abbastanza che essi impieghino, per esempio, solo tre giorni la settimana nell’espletamento degli incarichi pubblici per i quali ricevono prebende, agi e mensilità circa otto volte più di un professore con oltre 25 anni di carriera. Per non parlare dei salari miserevoli dei ceti economicamente bassi.
La ‘stipendizzazione’ della politica, irrobustita dal pletorico apparato di greppie amministrative, accanto ad un sottogoverno parassitario, è proseguita per oltre tre decenni di pari passo con i decreti (e poi leggi) Bassanini. Coniugare la stabilità di governi locali con l’efficacia della gestione pubblica, ha comportato – nonostante le migliori intenzioni – la nascita e il rafforzamento di un vero e proprio ceto di professionisti e, assai spesso, di mestieranti della politica. Ne è derivato un vero e proprio scollamento tra Stato – nella veste istituzionale del suo peculiare ordinamento giuridico-politico – e cittadinanza comune.
Pertanto la forma della rappresentanza democratica, che è garanzia sostantiva e costituzionale dell’intermediazione pubblica di ogni società aperta e plurale, appare oggi traslata in organi e consessi tendenzialmente apicali, impermeabili all’azione di controllo, sia interna sia esterna, che ispirò, per il primo trentennio repubblicano, la presenza e la partecipazione dal basso della sovranità popolare. Sicché, tale anima rappresentativa pubblica, si atteggiò non già ad orpello retorico esangue o decorativo, bensì nella veste procedurale del popolo che agisce e decide politicamente e non esegue misticamente. Un altro effetto negativo fu (e si acuisce conflittualmente sotto i nostri occhi) il ruolo sempre più politico, dinamico e operativo, svolto da una magistratura attratta a riempire il vuoto lasciato dall’auto-tutela politica popolare, ormai delegata ‘ad nutum’ alla amministrazione corporativa dei rappresentanti locali ‘in uno’ con il funzionariato diffuso nell’articolazione dell’azione pubblica. È altresì evidente, d’altra parte, che tale svuotamento del ‘sovrano (ridotto) senza scettro’, poteva trovare lo scettro (ed esercitarlo proficuamente) soltanto nei soggetti essenziali del gioco civile, ossia i partiti politici di estrazione, formazione e fisiologia storica popolare.
Si tratta – lo diciamo a scanso di inutili nostalgie – di una stagione politica e di grande slancio ideale ormai definitivamente perduta e sepolta, oppure di un ‘ethos’ recuperabile? Ecco, allora – giunti a questo punto – risolto, almeno in qualche misura, il problema iniziale del rapporto, non solo metaforico, tra imperatore e popolo. Non solo di uno ieratico imperatore giapponese, bensì anche diverso rispetto al singolo Paese considerato.
In Italia i politici (pessimi imperatori) perché mai dovrebbero inchinarsi (invertiamo il rapporto) di fronte a questi poveri morti di fame di insegnanti, rispetto ai quali un assessore di un borgo medio-piccolo, e figura spesso modesta senza né arte né cultura, guadagna più di un professore alla fine della carriera? Agli zelanti “amici del popolo” (come, a distanza di 2500 anni, li definivano causticamente Archiloco e Lenin) servono davvero questi umili operai democratici della cultura e della custodia etica e conoscitiva di una società finalmente perbene?