Proprio così. L’artista non va mai in pensione

di Paolo Protopapa
Perché egli non lavora alla maniera del lavorare, ma alla maniera del gioco e della meraviglia del bambino. Quindi l’artista gioca. Vive una perenne “infanzia dell’umanità” e non è tenuto ad una replica pedissequa, seriale, normata, esecutiva dell’attività e del fare. Anche quando lavora e vende per committenti e per mercati, egli conserva libertà progettuale e non mera cura artigianale. L’artista crea, altrimenti non è un libero artista disinteressato; e la sua attività non sarebbe azzardo della fantasia e sfida dell’immaginazione. Se mancano questi ingredienti di libertà e di universalità, il suo prodotto scade o si chiude in ‘cosa’, mentre, al contrario, esso è imprevedibilità e sconcerto, sorpresa e stupore, gioia e tormento, legge e trasgressione, occasione di bellezza e di senso tra noi e il mondo.
Perché ciò accada e affinché l’arte non degradi in improvvisazione astrusa e in pura anarchia dilettantesca e pretenziosa, occorrono almeno due fattori, disciplina e conoscenza.
Con la prima (disciplina) la materia viene raffrenata, contrastata, addomesticata e, dunque, sotto-messa a ‘regola d’arte’. Con la seconda (conoscenza) il lavoro di ricerca progettuale riscatta metodologicamente l’attività medesima, imponendo a sé stessa l’innovazione e la scoperta del talento. Perciò si tratta di un ‘work in progress’, di un cantiere cognitivo e ideativo in perenne evoluzione, ispirato nel quadro rigoroso e tecnicamente agguerrito, di una impresa di complessa traduzione innovativa.
Lo stile di un artista, pertanto, pur simile a quello di ogni uomo attivo e agente, si caratterizza per ‘peculiarità dinamica’. Si tratta di una sorta di ‘uguale sempre diverso’ e di ‘diverso sempre uguale’. Questo perché l’atto artistico sconta e risente del principio identitario dell’Autore che sigilla e fissa l’energia personale unica e irripetibile. L’opera d’arte (non l’oggetto estetico tecnicamente assimilabile e individuabile come tale), non aderisce mai e non è mai puramente sovrapponibile. Essa alita e apre ad un ‘novum’ inedito, anche se accostabile e assimilabile e riconducibile ad un autore confermato e stabile. In questo miracolo dell’arte non rileva alcuna eccezionalità metafisica o ansia fantasmagorica, bensì si afferma tutta la formidabile, tormentata e gioiosa umanizzazione dell’ “istinto razionale” dell’energia umana (F. Schelling). Uso un ossimoro connotativo, per sottolineare il risultato del processo estetico, che non solo non è mai compiuto o scontato, ma è sempre aperto alla sfida del risultato universalmente soddisfacente o deludente, appagato o contrastante.
Può ben darsi che proprio in tale agone dialettico e operativo tra opposti si formi storicamente il gusto e la fatica della nostra inquietudine percipiente, nell’incandescente miraggio dell’arte a cui non possiamo sottrarci.