Qualcosa contro il nulla

Martin Heidegger
di Paolo Protopapa
Lavoro da decenni, forse da sempre su questo concetto. Sembra davvero un problema complicato, ma riguarda esattamente il tuo assillo di uomo e di artista, e il nostro di tutti. Ossia il rapporto tra Essere e Tempo. Nel Novecento lo avviò, nei termini più eclatanti e densamente ontologico, Martin Heidegger, autore, oltre a ‘Essere e tempo’, di ‘Cosa è la metafisica’ e, libretto per me prezioso e impagabile ‘Hebel l’amico di casa’, sorta di testamento filosofico di straordinaria fascinazione teoretica.
La novità è che, congedandosi dall’Università di Torino, Maurizio Ferraris sta pubblicando un suo nuovo Saggio sempre sul rapporto tra Essere e tempo, in qualche modo capovolgendo il rapporto tra i due termini e privilegiando il tempo rispetto all’essere. Come? Considerando un concetto apparentemente semplice come quello di registrazione.E approfondendo il superamento del sistema di comunicazione analogico con il sistema di comunicazione digitale. Se noi registriamo, il (cosiddetto) nulla che noi patiamo e che ci angoscia ontologicamente, è invece “ciò che dura perché è ciò che conta”.
Ed è ciò che conta perché “ciò che conta come durata […] va anche al di là dell’essere perché […] ci sono troppe cose nel mondo che non possono venire ridotte all’ontologia (cioè all’essere, n.d.r.). Il mondo non è fatto solo di enti, ma anche di atti, di cognizioni, di soluzioni, di operazioni, di azioni, di decisioni […] che valgono se persistono”. A questo punto del ragionamento mi pare che Ferraris dica la cosa fondamentale e cioè che “non è la presenza a fondare la realtà, è la potenza del restare, del persistere come traccia disponibile a ulteriori operazioni”. Come già la scrittura, la stampa, gli archivi ecc., il digitale ” non si limita ad aggiungere qualcosa al mondo, ne esplicitano la struttura essenziale, quindi la registrazione in quanto “possibilità di un effetto di sopravvivere alla scomparsa delle sue cause”. Mi pare che nella registrazione il tempo-durata non sia mera predicazione dell’essere, bensì (e qui azzardo io un azzardo) “immagine mobile della realtà”. Solo che, mentre questo concetto platonico postula la fissità di un essere tetragono, immobile e immodificabile, invece il tempo ‘registrato’ è essere potenziato in durata e permanenza.
Qui la riflessione del filosofo di Torino si chiude (e poi si aprirà) nel campo della chimica e della fisica sotto il concetto di isteresi, intesa come “metafisica del restare” (‘La lezione è finita. Resta il mondo, Corriere della Sera, 25 marzo, pag. 36).
Ora noi potremmo, caro Enrico, appena appena virtualmente accennare alla durata e permanenza dell’arte. Magari non esclusivamente, oppure irriducibilmente digitale. Proprio perché l’arte c’è.
Chi la pratica e crea pezzi di mondo con altri pezzi di mondo, in qualche modo sa che la deve registrare. Perciò la consegna ‘destinalmente’ – non banalmente – oltre il suo consumo irreversibile e caduco. Destinale, però, è la condizione meta-temporale e, dunque, metafisica del manufatto (o artefatto) prodotto per resistere.Trattare le regole di questa resistenza è la registrazione digitale in grado di lottare contro il tempo, senza cadere, per questo, nella intemporalità del tempo stesso. Significa – come abbiamo accennato prima – fondare il tempo “non come flusso di coscienza alimentato dalla memoria, ma [come] passato ricordato dalla memoria che è soprattutto ripetuto dalla materia”. E qui siamo alla svolta cruciale di una traslazione del tempo ‘non più predicato’ dell’essere, ma sostanza esso stesso che si fa “cielo, terra, mare” ben oltre e, soprattutto, diversamente dalla sua riducibilità coscienziale o spiritualistica e solipsistica. Nell’incidere la materia (foglio o marmo) l’ordine conservativo della ‘cosa’ trapassa temporalmente. Almeno quanto, e anche di più, nell’azione temporale del fare che guadagna nel lavoro artistico la permanenza e la durata processuali.
Si può, solo per questo, immaginare che nei vari livelli di e della registrazione – intesa quale prassi dinamica di una resistenza contro il nulla – si possa annichilire il nulla?
E sopraffare il suo agguato riduzionistico di usura e di perdita?
Forse il concetto di registrazione rischia di apparire l’ennesima illusione di una filosofica speranza vana. E se, invece, in tanto angosciante “nichilismo della tecnica” (M. Heidegger) la registrazione del digitale, illuminato dalla formidabile potenza dell’arte, ci stesse lanciando una piccola ancora di salvezza?







