QUANDO DEL PITTORE MINO STAMERRA AVEVO PERDUTO LE TRACCE, POI, PER FORTUNA, RITROVATE
EVOLUADO 5 100x100 acrilico su tela Anno 2016
di Maurizio Nocera
Salendo per una dolce erta verso la cima della collina, a metà del percorso sorge un edificio moderno sul bordo di un’antica cava di tufo: la pietra con la quale i salentini di ieri e di oggi costruivano e costruiscono le nostre case gialle e bianche dei paesi, che lo scrittore Giovanni Bernardini di Monteroni chiamava «Paesi dal colore di biacca».
L’amico artista che mi accompagna – Max Hamlet Sauvage – mi dice: «è qui che dobbiamo entrare. È in quell’edificio che il pittore Mino Stamerra ha il suo atelier». Entriamo. Guardo un po’ dappertutto alla ricerca degli abituali ambiti di un pittore, ma mi accorgo di essere in una grande e bella esposizione di mobili di arredamento. Alle pareti però scorgo grandi dipinti che non avevo mai visto, neanche in tantissime mostre visitate in Italia e nel resto del mondo. Mi riferisco alla tipologia dei dipinti. Ciò che subito mi stupisce è la solarità di questi dipinti, per cui mi è necessario vedere l’atelier dell’artista. Stamerra me lo mostra e allora capisco quella solarità. L’atelier è uno spazio non tanto ampio di una grande finestra a tutto vetro che s’affaccia su un’estremità dell’edificio. Tutto vetro significa un afflusso di luce immensa. Allora capisco.
L’amico artista che mi accompagna chiama il pittore, cioè Mino Stamerra, che dopo un po’ lo vediamo uscire da uno degli ampi spazi dell’edificio. Sono assente dal Paese (è così che noi paesani chiamiamo il nostro Paese nonostante che esso abbia un suo nome proprio: Tuglie) da oltre 50 anni, per cui ho dimenticato i cari volti dei miei concittadini. Tuttavia il volto di Mino vagamente lo ricordo. La mia famiglia ha avuto con la sua dei rapporti continui. Come al solito ci scambiamo i convenevoli saluti, ma io sono subito interessato a vedere i suoi dipinti.
Percorriamo ambienti dopo ambienti ed io mi soffermo a guardare i dipinti. Mino me li indica uno per uno. Su alcuni di essi si sofferma un po’ di più, su altri li cita soltanto.
Non essendo io un critico d’arte di mestiere, ma un appassionato della bellezza dell’arte, quando incontro un artista, ciò che mi attrae è il rapporto che egli ha con la sua opera; questa ovviamente la guardo con interesse e cerco di capirla, interpetrarla, ma poi è la persona che l’ha creata che mi affascina, è l’artista persona che cerco di capire, per vedere quale sia stata la sua esperienza di vita, la sua storia, antica e moderna.
Guardo le opere e, affascinato dalle geometrie e dai colori, gli chiedo quale sia stato il suo percorso artistico. Mi dice:
«Dopo la maturità presso il Liceo Artistico di Lecce mi sono laureato all’Accademia di Belle Arti di Bari sotto la guida di Fernando De Filippi, docente del corso di Scenografia [che strana coincidenza, proprio in quei giorni in cui incontro l’artista tugliese, mi sto vedendo con il suo docente di un tempo, oggi rinomato artista di livello mondiale]. Mi sono occupato dello studio e della messa in opera di vari lavori scenografici ed ho proseguito perfezionando la mia tecnica pittorica con diverse realizzazioni figurative. La formazione acquisita mi ha consentito di “evolvere” nell’ambito dello studio dell’arte e sviluppare una forma espressiva singolare e innovativa. La serie degli Evoluado».
Non conosco il significato della parola Evoluado e il perché l’artista l’ha usata come titolo di alcune sue opere. Ma il dipinto che ho sotto gli occhi è sufficiente a farmi capire che c’è una realtà d’immagine concreta in quello che osservo. Gli chiedo il significato del titolo. Mi risponde quasi come se io dovessi saperlo. Invece ancora non lo so. Dice:
«Evoluado in esperanto significa Evoluzione e la scelta di questo nome per la presentazione di queste tele è nata da un’esigenza di demarcazione del periodo con l’arte figurativa. Per me è questa una manifestazione artistica nuova, dove le forme ed i colori si muovono in una dimensione emozionale diversa e più intima. Gli Evoluado nascono così da un punto, da un’idea che spesso si ripete, ma che esprime proprio questo andare avanti del pensiero che con energia nuova si fa strada nel tratto e nel colore, per rincorrere un nuovo modo di comunicare emozione. L’esperanto è una lingua nata per far dialogare popoli diversi, cercando di creare comprensione in modo semplice, con qualcosa che non appartenga ad un solo popolo ma all’umanità, come l’espressione dell’arte che parla al cuore dell’uomo passando attraverso l’emozione del segno e del colore».
Faccio mio il suo concetto. Di lui ha scritto l’artista (ma che è anche un po’ critico d’arte) Gabriella Torsello, che scrive:
«Guardando alla pittura di Mino Stamerra e volendo sintetizzare la sua arte io la chiamerei Geometrie astratte ed essenzialità. Sì, Geometrie astratte, ma dai contorni chiaramente definiti, che tagliano la superficie dello spazio in modo netto, quasi a lama di coltello e danno luogo ad un incastro di volumi, ad un gioco di ombre e di luci che lasciano appena intravedere il fondo, e incuriosire. Essenzialità: non si vede nessun abbellimento, potremmo dire “nessun corpo estraneo o nessuna ‘distrazione’”; nella sua tela prende vita solo lo spazio e le sue forme, la luce e le ombre. Questo anelito di essenzialità spiega anche, forse, la scelta di Mino Stamerra di cimentarsi di volta in volta soltanto con una coppia di colori. Una coppia e nulla più: rosso/nero, bianco/nero, ecc. Evidentemente a lui basta per esprimere il suo mondo, il suo messaggio, le sue fantasie, la sua interiorità. E non si dimentichi che Stamerra ha studiato scenografia, e dunque per lui lo spazio, la suddivisione in scene significanti è valore primario. Di qui, probabilmente, gli viene la predilezione per le forme geometriche, sia pure astratte, in respiro dunque di piena libertà ed espressività».
Gabriella Torsello ha guardato attentamente l’opera dell’artista e l’ha saputa interpretare come si doveva, soprattutto nel definire la sua opera Geometria astratta. Essenzialità. Tuttavia, oltre a lei, altri autori hanno osservato e giudicato l’arte di Stamerra, ad esempio un letterato famoso, anch’egli Paesano come noi, il prof. Luigi Scorrano (grande dantista, grande studioso di D’Annunzio, poeta egli stesso di rara maestria), che scrive:
«Stamerra si è orientato più verso una ricerca realizzata su un segno-colore in cui riversare l’emozione che nasce da una visione intima delle cose, attraverso una geometrizzazione dello spazio che è armonizzazione del sentimento. L’apparente rigidezza delle forme si scioglie nel movimento delle parti, nelle intuizioni dell’immaginazione che movimenta la superficie della tela attingendo alle possibilità offerte dai materiali utilizzati, mai inerti ma sempre attraversati da una coerenza totale di cui si sperimentano, con fervida invenzione, le percezioni del senso e le avventure del sentimento. Il colore investe della sua luce l’ansia di esprimere ciò che si agita nell’oscurità della coscienza, quasi un seme che diventa germoglio e si protende alla luce e cresce vittoriosamente e vive la sua giornata. La severità della tela nella sua rigidezza apparente è smentita o corretta dalle diagonali che si annidano nella bellezza del disegno come negli elementi in libertà che ne costituiscono il controcanto. Il mondo di forme che l’arte del Novecento ha rivelato lascia sfuggire, dagli interstizi della costruzione, il lampo di desiderio che attrae con la forza del mistero. Tutto è rapportato a un’idea centrale, a un motivo forte: a quello che la dolcezza della pronuncia assegna ad una parola, quasi un talismano, da interrogare nel cammino della vita. Una parola dolce e forte, ricca e splendente, tracciata con gli inchiostri della bellezza, con il colore più affascinante: con il colore che ha la vita» (tratto da un pieghevole intitolato Evoluado).
Anche se Luigi Scorrano fa l’analisi della parola Evoluado e, partendo da essa, fa emergere tutte le sue profondità etimologiche, è evidente il suo ampio sguardo sull’opera dell’artista, attraverso il quale ne coglie tutti gli aspetti sia dei sentimenti sia della qualità stessa della ricerca.
Dopo la lettura del testo di Scorrano, ritorno a rivedere i dipinti intitolati Evoluado e mi soffermo su Evoluado 3 (80×120, acrilico su tela, 2016. Un traliccio rosso fuoco che si proietta in alto verso un cielo nero dove va a sfondare un ammasso brulicante di segni alla Pollock). Il pittore dice:
«La serie degli Evoluado è nata da un tratto, da un’idea ricorrente che gettavo giù sulla carta nei momenti di riflessione, quando la mano tracciava in modo inconsapevole dei segni che seguivano i pensieri in modo casuale./ Da quei segni sono nate delle forme che, giocando con le ombre, si sono macchiate di colore, mentre cercavano una collocazione negli spazi del mio pensiero, nella ricerca di un’espressione che coniugasse Caos e Contenimento, Forma e Luce, Certezza e Riscoperta./ Ho utilizzato non solo figure regolari, ma segni, macchie e sbavature, insieme a colori tonali puri e contrastanti che riportano all’Action Painting, dove la tecnica del Dripping rappresenta un atto quasi liberatorio, indice dell’individualità di ogni artista, diventando, come lo definì Rosemberg: un ‘punto emozionale’./ Ogni Evoluado racconta quindi di ogni passo fatto su questo cammino verso una meta ancora tutta da scoprire, un guardare oltre le forme nell’espressione del colore, un superare i limiti dei segni, dando loro una tridimensionalità che dia risalto e voce al mio modo di intendere l’Arte» (tratto da un foglio volante).
Aggiunge poi che:
«Successivamente gli Evoluado sono diventati Evoluado Koloroj, cioè le forme, che prima erano tridimensionali, si sono colorare e appiattite subendo sempre di più l’influenza di movimenti artistici come il Costruttivismo o il Neoplasticismo».
Ciò che ascolto e poi leggo mi disorienta. Nelle parole di Mino Stamerra sento una commistione tra dipinto e filosofia dell’arte, una combinazione di parole e segno, meglio dire di-segno e per tutto, vale disegno. Prima di ogni cosa, nei dipinti di Stamerra c’è come base appunto il disegno. Dipinti come i suoi non è possibile realizzarli se non si ha una conoscenza profonda di ciò che è il disegno.
Una definizione classica della parola disegno, la trovo in G. Ronchetti – Grammatica del disegno (Ulrico Hoepli, Milano 1977, p. 1) –, il quale scrive:
«Il disegno è la rappresentazione di un oggetto per mezzo di linee. La sua perfezione consiste nella delineazione esatta di tutte le forme nel modo che si presentano con la nostra vista, in guisa che diano il più preciso ed espressivo carattere dell’oggetto rappresentato./ Il disegno non è solamente la fase fondamentale di tutte le arti, chiamate belle; ma la sua applicazione, sebbene in forma più modesta, è utilissima e di grande aiuto nelle arti industriali e meccaniche. Così il falegname, il fabbro, lo scalpellino, l’orologiaio, il cesellatore, e molti altri, devono gran parte della loro valentia alla conoscenza del disegno».
Questa definizione della parola disegno ben si adatta all’opera di Mino Stamerra, che già nei suoi dipinti di Evoluado lo dimostra in modo eclatante. E non c’è neanche bisogno di riferirsi al grande ucraino-sovietico Kazimir Severinovic Malevic (Kiev, 1879 – Leningrado, 1935), oppure all’italiano Getulio Alviani (Udine, 1939 – Milano, 2018) per avere conferma della giustezza dell’opera di Stamerra. Uno dei dipinti più emblematici del pittore tugliese è appunto è l’Evoluado 5 ( 100×100, 2016), dove il bugnato geometrico tridimensionale sembra uscire dall’acrilico steso sulla tela. Osservando il dipinto mi viene in mente la facciata (ma anche l’interno) di Palazzo Adorno a Lecce, oggi sede della presidenza della Provincia, dove il bugnato architettonico, sia pure troncato, molto si avvicina al dipinto dell’artista.
Ma ora vado a concludere. C’è un altro Evoluado, il 9, del quale scrive proprio lo stesso pittore in un altro foglio volante:
«In Evoluado 9 la pittura si riempie di poesia e racconta una storia che non è cieca né muta, perché la si può leggere ed ascoltare attraverso le vibrazioni della tela. La forma, con la sua monocromia, sembra voler invadere lo spazio di tutto il quadro, ma si deve arrendere alla potenza del colore, che si fa spazio, con uno squarcio proprio al suo centro, rivendicando l’energia di una ricerca ancora non conclusa. Il colore diventa così turbinio e vortice, che si espande cercando di trovare la sua espressione, il suo suono, all’interno di una poesia che parla dell’anima e all’anima dell’uomo, dove spariscono le sovrastrutture e dove ogni macchia, ogni colore, rappresenta un pensiero che chi osserva è chiamato a decifrare usando la propria sensibilità ed il proprio sentire».
Francamente mi sento appagato di avere conosciuto l’arte del pittore Stamerra, il cui cavalletto è sotto un fascio di luce solare inondante la tela sulla quale il suo pennello naviga in oceani evolventi.

