IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Quando il Natale è innato nell’animo gallipolino

Di Maurizio Nocera

Antonio De Donno scrive del Natale gallipolino, delle sue origini, dei suoi simboli, delle sue usanze, a partire da epoche lontane nel tempo: dal paganesimo per arrivare alla nascita del Bambin Gesù e, poi, finire col Natale dei nostri tempi. Dedica il libro

            «ai genitori Rosaria e Luigi/ maestri della [sua] crescita,/ porto sicuro nei momenti difficili/ alba splendente nella vita,/ Natale di ogni singolo giorno./ [A loro] dedica [il libro]/ con tutto il [suo] amore/ e infinita riconoscenza».

Nella sua introduzione segna l’anno di scrittura come Anno domini 2020, cioè appena qualche mese fa, quando eravamo (ma lo siamo ancora) in piena pandemia da Covid-19. Lo dice espressamente:

            «proprio da quest’anno sono voluto partire, un anno che ha segnato tutti, un anno di sofferenze caratterizzato dalle molteplici difficoltà ma che probabilmente ha proiettato ciascuno di noi a riflettere e comprendere che nulla è scontato./ Sono mutate tante cose dai racconti dei nostri bisnonni, nonni e dai genitori, ma vi sono cose che dimorano nel cuore che il tempo e il progresso non riescono a scalfire ed è in questa raccolta che mi è gradito trattare un tema a me molto caro e che, nonostante il passare degli anni, mi fa emozionare come fossi un bambino affascinato dalla meraviglia del periodo più bello dell’anno, contornato dalle antiche tradizioni popolari e dai riti sacri: il Natale./ Il Natale sarà lui il protagonista di questo volume».

Ed è appunto così. De Donno comincia a scrivere narrando le origini dell’Evento, di quel prodigioso fenomeno che, nel mondo pagano, lo associava alla nascita del Sole (Sol Invictus), alla luce cioè, che è fonte di vita suprema. Nel mondo antico, la data di questa Nascita corrisponde al 21-25 dicembre del calendario gregoriano, cioè al Solstizio di inverno. Quel che accadde in quei giorni lo abbiamo sperimentato nell’arco della nostra vita, almeno noi umani che viviamo nell’antico Tropico del Cancro che, dal punto di vista della moderna astronomia, viene indicato come un Tropico vicino alla Costellazione del Sagittario.

Come è noto dai Vangeli, che De Donno cita spesso in nota, quando, con l’imperatore Costantino, il Cristianesimo divenne religione di Stato, non fu difficile far coincidere la data della nascita del Sole Invictus con quella del Bambino Gesù. Per cui oggi, dopo 2021 anni da quell’evento, nel mondo cristiano si celebra tale data come quella del Natale. Ovviamente tutto ciò resta solo un’ipotesi dataria, perché non esiste nulla di documentabile e di verificabile sul piano prettamente storico.  

De Donno (che è anche poeta: nel volume in questione pubblica la poesia Santu ‘Ndrea) scrive che oggi, nelle nostre case, il Natale è raffigurato da due simboli: il Presepe, di origine francescana, e l’Albero di origine nordica. È convincente quando scrive che tale Evento comporta

            «un momento di armonia ed un’occasione per riunire la famiglia».

Per lui si tratta di un sentimento

            «racchiuso nel cuore degli uomini e delle donne di tutta la terra».

Non ha torto perché effettivamente, cristiani e non cristiani percepiscono il Natale come una data così profonda nell’animo umano, dal quale non si può sfuggire. In particolare, le ore di raccoglimento e di “attesa” sono quelle della Vigilia (il 24 dicembre), che segnano intimamente i nostri cuori attraverso una simbologia caratterizzante. E qui De Donno indica i simboli e le raffigurazioni che sono quelle più intime alla nostra indole e che risalgono a quel mondo arabo-palestinese dove realmente Gesù sarebbe nato: Betlemme.

L’autore parte dal considerare come primo simbolo il Presepe, che ebbe origine a Greggio su iniziativa del fraticello povero san Francesco d’Assisi, la cui scena fondamentale è quella che vede il Bambin Gesù sul giaciglio di paglia assistito dalla mamma Maria e dal padre putativo Giuseppe il falegname. Dietro di loro il Bue e l’Asinello, con il loro fiato riscaldano la stalla. La presenza dei pastori tutt’intorno a quel sacro luogo, secondo l’autore, sta a significare l’importanza del ruolo appunto del Pastore (come Cristo), cioè guidatore di moltitudini, mentre i Re Magi (forse Maghi: Melchiorre, Gaspare e Baldassare), coi loro doni (oro, incenso, mirra), intendono mostrare la loro sottomissione al nuovo venuto al mondo.

L’Albero, che è quello che viene ornato nelle case di tutto il mondo occidentale alla Vigilia, raffigura l’aspirazione di ogni credente verso il cielo della luce e dell’incanto. Almeno così De Donno lo interpreta partendo dai mondi pagano mediterraneo e nordico celtico-vichingheo. Narra la leggenda di san Bonifacio che convertì alcune genti sostituendo un abetino alla vittima sacrificale di un innocente bambino. Riporta poi altre leggende tratte dal variegato mondo delle raffigurazioni arboree. Ma interessa qui quel che egli scrive a proposito di questo simbolo, che è la rappresentazione:

            «della vita che non muore [verso il] cielo stellato, da portatore di gioia e armonia ad elemento che ci conduce a Dio e ponte dei due mondi, quello pagano e quello cristiano».

Gli Addobbi dell’Albero seguono le mode dei territori in cui essi sono eretti in gloria del Natale e vanno dalla Frutta, ai Doni per i bimbi, alle Candeline, alle Luci, tutte “cose” di cui si fece iniziatore il tedesco riformatore Martin Lutero. Il Ceppo, lo Schiaccianoci, i Festeggiamenti e i Canti sono un altro corollario fondamentale del Natale. A proposito dei Canti, De Donno riporta un interessante elenco scovato in antichi e moderni libri, che commenta con dovizia di particolari. Tra i tanti non posso non citare il nostro bellissimo Tu scendi dalle stelle (originale napoletano Quannu nascette Ninno), scritto dal Vescovo sant’Alfonso Maria De Liquori nel 1754.

Ancora, l’autore aggiunge un altro elenco di santi prenatalizi: sant’Andrea Apostolo (30 novembre), san Nicola (6 dicembre), al quale è legata la raffigurazione del Babbo Natale; l’Immacolata Concezione (8 dicembre); santa Lucia (13 dicembre). Tutti santi che hanno un rapporto stretto con la nascita del Bambin Gesù. Altri momenti narrativi vengono introdotti nel racconto delle origini e delle raffigurazioni simboliche.

Ma nel libro c’è poi un’altra interessante sezione che attrae enormemente il lettore, soprattutto quello gallipolino. Si tratta del capitolo relativo a Gallipoli: Fede e Riti, memorie della tradizione natalizia tra ieri e oggi. In esso c’è tanto spazio all’incanto e all’amore che l’autore esprime per la sua città, per la sua antichissima storia, per il modo come essa ha saputo conservare le sue tradizioni, i suoi usi e costumi. Cita colui (prof. Antonio Barbino) che in certo senso gli ha ispirato il suo racconto e il suo pensiero va anche al canonico don Luciano Solidoro (morto a Pasqua di quest’anno).

Il Tempo del Natale gallipolino di De Donno è un tempo scandito da mesi e festività. L’autore ripete spesso che Gallipoli è una città intrisa di

            «religiosità, fede e tradizione, che si ritmano con il cambio delle stagioni».

E qui riporta quello che i gallipolini conoscono attraverso la scansione delle festività e delle liturgie lungo tutto l’anno per arrivare al Tempo dell’Avvento, quindi al Natale per giungere infine, dopo aver passato il Capodanno, all’Epifania, altra importante tappa della tradizione gallipolina. Molto bella la sezione dedicata alla Musica natalizia. Degna di nota la famosa Pastorale Gallipolina,

            «la dolce nenia o la Ninna nanna a Gesù Bambino come viene spesso definita»,

con le annesse Pastorelle, delle quali De Donno non solo fa la storia, ma cita i cultori (alcuni di loro: Ettore Vernole, Antonio Barbino, Augusto Benemeglio, Aldino De Vittorio, Salvatore Coluccia, Walfredo De Matteis) e i musicisti gallipolini che l’hanno musicata con saggi e spartiti, tra i quali Vincenzo Alemanno e Alfredo Dongiovanni, i maestri Gino Metti, Enrico Tricarico e il maestro Luigi Solidoro ai nostri tempi. Molti altri ovviamente sono i musicanti citati.

Interessante è la voce che egli scrive per il Presepe gallipolino. Scrive:

            «Secondo tradizione, a partire dall’Immacolata si dava inizio ai lavori di costruzione del presepe, un vero e proprio cantiere in miniatura se cosi lo vogliamo definire, in verità fino a circa una ventina di anni fa, realizzare il presepe in casa con le proprie mani era una vera e propria cultura imposta dalla tradizione; per parlare di presepe, “quello vero”, non possiamo fare altro riferimento se non a quello realizzato artigianalmente in casa… era quello il presepe! […] Una passione quella del presepe che fa parte dell’animo del gallipolino sin dalla nascita e che lo accompagna nel tragitto della vita, anche io ricordo benissimo che tanti anni fa, quando ero poco più di un bambino, chiesi ai miei genitori di avere in regalo l’occorrente ed i pupi per realizzare il presepe in casa, dicendo loro che avrei rinunciato al regalino di Natale in cambio di quella scena della natività».

Nel libro, Antonio De Donno dà differenti notizie sul Natale dei Gallipolini, notizie, storielle, racconti che non finiscono mai. Si tratta – quello suo – di uno scavo profondo, scritto con l’entusiasmo della ricerca e con i sentimenti che legano l’autore alla tradizione religiosa di una città che vanta una storia risalente al tempo dei Messapi. Non credo che vi siano altri volumi dentro ai quali è possibile leggere tanti riferimenti storici, tante costruzioni letterarie, tante narrazioni (persino gastronomiche; c’è addirittura un “succoso” ricettario) che ci fanno vivere momenti importanti di una festività (il Natale appunto) che sta nel profondo psichico di chi ha la fortuna di abitare la Città Bella. E non posso non finire questa breve nota se non con le stesse parole dell’autore, con le quali sono d’accordo:

            «Il mio augurio più grande è che tutti, nessuno escluso, avvertiamo nel nostro animo il dovere di custodire gelosamente l’eredità storico-culturale lasciata dai nostri avi, di conservare e tramandare a nostra volta questo tesoro inestimabile che contraddistingue i valori di appartenenza del popolo gallipolino e che ne esalta la bellezza delle tante sfumature della nostra città, rendendoci “restauratori” dove ce ne sia bisogno, di quelle usanze o tradizioni che il tempo ha danneggiato, riportando ogni cosa al suo posto, perché restaurare significa riportare a com’era!».

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