Quando la barca parla, il Mediterraneo non è un confine, ma coscienza
Di Serena Milisenna
«Sono nata per portare pesci, non corpi»
La barca parlava, raccontava la sua vita.
E nella sua voce – prestata dall’attrice che l’ha resa carne e coscienza – c’era la sua storia: nata per aiutare i pescatori, è andata incontro alla vecchiaia, all’abbandono e poi verso una nuova vita nelle mani di trafficanti che vi hanno caricato anime, sogni, fagotti.
La barca parlava del legno fradicio di sale, di notti senza stelle, di nomi mai pronunciati nei telegiornali.
A Basiglio il mare non c’è, eppure respirava tra le sedie, si insinuava nelle pause, graffiava le coscienze. Non erano “sbarchi”, erano attraversamenti.
L’evento Metamorfosi – Una musica dal mare – progetto ideato dal visionario Arnoldo Mosca Mondadori, con la regia di Ciro Menale – ha scelto un gesto semplice e radicale: far parlare l’oggetto più politico del nostro tempo. Non una nave militare, non un decreto, ma una barca fragile, sovraccarica e silenziosa finché qualcuno non le ha prestato voce.
Ed è proprio quella voce che manca nel dibattito pubblico.
I numeri che non bastano più.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 sono arrivate in Italia via mare oltre 150.000 persone. Nel 2024 il numero è diminuito, ma le rotte non si sono svuotate: si sono solo spostate. Il Mediterraneo centrale resta una delle frontiere più letali al mondo. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni continua a registrare migliaia di morti e dispersi ogni anno.
Dati più recenti per il 2026 segnalano che nel primo bimestre dell’anno almeno 600 migranti sono morti o scomparsi nel Mediterraneo, rendendo questo inizio d’anno il più drammatico dall’inizio del monitoraggio dell’OIM nel 2014.
In questi giorni riaffiorano corpi senza vita nel mare della Calabria.
Sono numeri che scorrono veloci nei titoli, alcune volte senza nemmeno rappresentanza, ma nessun numero racconta cosa significhi affidare un figlio al buio dell’acqua.
Abbiamo trasformato le statistiche in anestetico.
Abbiamo imparato a dire “flussi” per non dire “persone”.
Le parole che deformano la realtà
“Emergenza”.
“Invasione”.
“Clandestini”.
“Carico umano”.
Il lessico costruisce la realtà. E il nostro lessico ha progressivamente disumanizzato il fenomeno migratorio, riducendolo a problema logistico. Ma non c’è nulla di logistico in una traversata notturna su un gommone che perde aria. Non c’è nulla di tecnico nella scelta di partire su una barca di legno sapendo che il mare potrebbe diventare tomba.
L’emergenza non sono gli arrivi.
L’emergenza è l’assenza di una politica migratoria europea strutturale, condivisa, lungimirante.
L’emergenza è l’abitudine alla morte.
Metamorfosi: cosa deve cambiare davvero.
E allora il titolo dell’evento non è casuale. “Metamorfosi – una musica dal mare”.
Ma cosa deve davvero trasformarsi?
Le rotte? Le normative? I governi? Oppure il nostro sguardo?
Il Mediterraneo è stato per secoli uno spazio di scambio, contaminazione, commercio, cultura. Oggi è diventato frontiera armata, linea di separazione tra chi ha documenti e chi ha solo speranza. Eppure continua a essere lo stesso mare, ma siamo noi ad averne cambiato il significato.
La barca che ieri parlava non accusava, testimoniava. Si caricava anche Giuda, anche il più terribile peccatore.
Diceva: “io porto, non scelgo chi sale. Non decido chi merita di arrivare”.
La responsabilità non è del legno. È della politica. È dell’Europa. È nostra.
Le donne invisibili del mare.
C’è un aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico: le donne che attraversano il Mediterraneo. Madri, ragazze, sopravvissute a violenze lungo le rotte africane, spesso vittime di tratta, di stupri sistematici nei centri di detenzione in Libia, di ricatti lungo il viaggio.
Quando parliamo di “sbarchi”, le cancelliamo due volte: come migranti e come donne.
Eppure sono loro a incarnare una delle metamorfosi più radicali: lasciare un Paese dove il futuro è negato per tentare un approdo incerto, con al seno attaccati piccoli migranti, con nel ventre ancora caldo il frutto di un futuro che spesso incontra la morte, ancora prima di far partire la clessidra della vita…
Non è solo migrazione, è un atto politico del corpo quello che queste donne compiono affidando loro stesse e i propri figli alle onde.
Le donne a Basiglio.
Un altro atto politico e sociale l’ho ritrovato nelle donne che presiedono le associazioni territoriali che si sono unite giorno 22 Febbraio per sostenere l’iniziativa della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Mosca Mondadori, che porta in scena questo spettacolo in musica che vuole approdare alle coscienze, come un’onda di nuove possibilità.
Tutte insieme – molte le ho intervistate – sono lì che chiedono attenzione, che intendono dare voce a chi i diritti non li ha nemmeno riconosciuti.
E a Rosetta Cannarozzo, Presidente del Centro Culturale Tommaso Moro, a Giuseppina Sposato, presidente del Centro Culturale Giorgio Ambrosoli, a Carla Capussela e Laura Montagnoli di Diritto&Rovescio, a Banca del tempo, Solidali con… a Lidia Reale, Sindaca della Città, a Daniela, Assessora alla Cultura della Città, e a Barbara Cardini, fotografa che con Leandro Iannello ha dato vita alla mostra fotografica “Da Lampedusa a…”, va il mio grazie sentito per l’impegno profuso e che mi ha attraversata.
Basiglio, lontano dal mare.
C’è qualcosa di potente nel fatto che questa riflessione sia nata lontano dalle coste. Basiglio non è Lampedusa e nemmeno Pozzallo o Cutro. Eppure per una sera il mare è arrivato fin lì.
Forse è questo il senso più profondo dell’arte: accorciare le distanze morali.
Finché il Mediterraneo resta “laggiù”, possiamo permetterci opinioni astratte. Quando entra in una sala, quando parla con voce umana, quando smette di essere cartina geografica e diventa parole, racconto, musica allora non è più possibile restare neutrali.
Non chiamateli sbarchi, non chiamateli scarti.
Chiamateli attraversamenti di umanità.
Chiamateli tentativi di futuro.
Chiamateli scelte disperate dentro un sistema globale che produce diseguaglianze strutturali.
Ma non riduceteli a problema di ordine pubblico. La barca ieri parlava e nella sua voce c’era una domanda che nessun decreto può zittire: chi siamo diventati, se un mare che ci ha cullati ora ci divide?
Il Mediterraneo separa chi guarda da chi vede e ieri a Basiglio con tutte quelle associazioni territoriali coordinate intorno al progetto di Mosca Mondadori e intorno a quei meravigliosi musicisti dell’Orchestra dei Popoli, a quell’attrice bravissima, hanno voluto che io e il nutrito pubblico presente vedessimo quel che comunemente viene ormai visto come scarto e, invece, è nuovo strumento che produce – trasformandosi – musica e coscienza.
Trasformazione affidata alle mani di detenuti che percorrono – nel progetto della Casa dello Spirito e delle Arti – un nuovo cammino di possibilità, perché non esiste nulla al mondo che non possa riscoprire il valore della metamorfosi: cambiare, se si vuole, è possibile!
E, ringraziando Arnoldo per quel che fa, per l’intuizione e l’impegno, io mi auguro che questa musica che mi ha avvolta arrivi alla coscienza, perché senza di essa non possiamo migliorare.
Anch’io di valigie e porti ne ho visti, nella mia traversata da Sud a Nord e non dimentico chi – con la valigia di cartone prima – è andato incontro ad un tempo nuovo e di speranza.
E anch’io con il mio trolley ho trovato a Milano una porta aperta e un porto dove sostare.
Non c’è umanità senza ascolto, non c’è umanità senza approdi.
Ieri sera ce lo hanno ricordato!


