Quando la casa diventa un confine: abitare significa poter partecipare
di Massimo Lorusso
Una casa dovrebbe essere il luogo in cui una persona si sente più libera. È lo spazio delle abitudini, delle relazioni, delle decisioni quotidiane. Eppure basta poco perché quello stesso spazio diventi un confine: una porta troppo stretta, un ascensore che non funziona, un citofono irraggiungibile, un marciapiede che interrompe il percorso appena fuori dal portone.
Quando si parla di accessibilità, spesso immaginiamo grandi opere, interventi costosi o trasformazioni urbanistiche. Nella vita concreta, invece, l’esclusione nasce molte volte da dettagli apparentemente piccoli. Il problema è che un dettaglio piccolo per chi può aggirarlo diventa enorme per chi non ha alternative.
Vivo da molti anni con una tetraplegia e utilizzo una carrozzina elettronica. Questo mi ha insegnato che l’abitare non coincide con il possesso di quattro mura. Abitare significa poter entrare e uscire, ricevere una persona, raggiungere la strada, aprire una porta, usare gli spazi comuni, decidere quando muoversi. Se una di queste possibilità dipende continuamente dall’intervento di qualcun altro, la casa resta formalmente accessibile ma perde una parte della sua funzione.
C’è poi un aspetto meno visibile. Ogni barriera materiale produce anche una conseguenza organizzativa. Se per uscire occorre chiedere aiuto, bisogna trovare qualcuno disponibile. Se un guasto non viene riparato rapidamente, un appuntamento può saltare. Se il percorso accessibile è più lungo o incerto, ogni spostamento richiede un margine di tempo maggiore. La barriera, quindi, non occupa soltanto centimetri: occupa ore, energie e libertà.
Per questo credo che dovremmo cambiare domanda. Non basta chiedere: “Una persona in carrozzina riesce a entrare?”. Dovremmo domandarci: “Può vivere quello spazio con la stessa possibilità di scelta degli altri?”. È una differenza sostanziale. Un ingresso tecnicamente possibile non garantisce una vita realmente autonoma. L’autonomia, infatti, non è fare tutto da soli; è poter decidere come, quando e con chi fare ciò che riguarda la propria esistenza.
Anche il linguaggio dell’edilizia e dei servizi pubblici potrebbe diventare più umano. Espressioni come “adeguamento”, “abbattimento delle barriere” o “conformità” sono necessarie sul piano tecnico, ma non raccontano fino in fondo ciò che è in gioco. Dietro una rampa ben progettata c’è una persona che può uscire senza trasformare ogni volta il proprio spostamento in una richiesta. Dietro un ascensore affidabile c’è la possibilità di andare a lavorare, incontrare un amico, prendere un treno, partecipare alla vita della città.
Una società inclusiva si riconosce anche da questo: non costringe alcune persone a essere eternamente grate per ciò che per gli altri è normale. Entrare in casa, uscire dal portone, attraversare un cortile o raggiungere un mezzo pubblico non dovrebbero essere concessioni eccezionali. Sono parti ordinarie della cittadinanza.
La questione riguarda tutti più di quanto immaginiamo. L’età modifica il modo di muoversi. Un incidente può cambiare improvvisamente le necessità di una famiglia. Un genitore con un passeggino, una persona con una gamba ingessata, chi trasporta una valigia pesante scoprono rapidamente quanto un ambiente progettato bene renda la vita più semplice. L’accessibilità non è un settore riservato a una minoranza: è qualità dell’abitare.
Forse la città davvero moderna non è quella che mostra la tecnologia più avanzata, ma quella che riduce il numero di volte in cui una persona deve chiedere permesso per vivere la propria quotidianità.
Una casa smette di essere un confine quando la porta non rappresenta più una prova. E una comunità diventa più civile quando comprende che poter attraversare quella porta, in entrambe le direzioni, significa poter partecipare.
Massimo Lorusso
Autore di “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono”
BIO DELL’AUTORE
Massimo Lorusso è autore e testimone di una lunga esperienza di vita con disabilità. A diciassette anni, il 14 agosto 1988, un tuffo in mare a Rimini ha cambiato radicalmente la sua condizione fisica, provocando una tetraplegia. Da allora ha costruito la propria vita affrontando in prima persona i temi dell’autonomia, dell’assistenza, dell’accessibilità, delle relazioni familiari e del diritto a continuare a decidere della propria esistenza.
Nel suo libro autobiografico “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono” racconta il percorso dal 1988 a oggi senza trasformare la disabilità in retorica, ma utilizzando l’esperienza personale come punto di partenza per riflettere su dignità, libertà di scelta, cura e partecipazione sociale.
Massimo Lorusso
Autore di “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono”
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