IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Quando la pubblicità diventa aggressione: un’invasione quotidiana silenziosa

Pubblicità esasperante

di Zornas Greco

Pubblicità invadente

Viviamo in un’epoca in cui il diritto alla quiete, alla concentrazione, persino alla noia creativa, viene progressivamente eroso da un rumore di fondo pervasivo e continuo: la pubblicità onnipresente. Televisione, giornali, radio e web ci inseguono, ci stordiscono, ci assediano con slogan, musiche martellanti, immagini ammiccanti e promesse vuote. Non è più semplice comunicazione commerciale: è una tempesta mediatica che inquina il nostro tempo e spazio mentale.

Accendere la TV e godersi un film o un documentario senza essere interrotti ogni 12 minuti da spot sempre uguali, è ormai un miraggio. Le pause pubblicitarie, sempre più lunghe e sempre più numerose, spezzano il ritmo narrativo, rovinano l’esperienza, e in certi casi la rendono semplicemente insopportabile. E come se non bastasse, l’aumento del volume durante gli spot è una mossa subdola, fastidiosa, che suona quasi come una mancanza di rispetto nei confronti dello spettatore. È il trionfo dell’aggressività commerciale sulla dignità dell’ascolto.

E non va meglio sulla carta stampata: pagine e pagine infarcite di inserzioni che si insinuano tra articoli, fotonotizie, perfino all’interno di titoli. La pubblicità si traveste da contenuto, confonde, inganna. Una giungla in cui il lettore si ritrova a dover cercare le informazioni vere come fossero tesori nascosti.

Navigando online, poi, si entra nel regno dell’esasperazione. Banner lampeggianti che coprono il testo, pop-up che bloccano la visualizzazione, pubblicità video che partono automaticamente con suono attivo: il web non è più uno spazio libero, ma un labirinto di esche digitali, dove il messaggio commerciale vale più dell’esperienza dell’utente. Si può parlare davvero di fruizione dei contenuti, o siamo ormai ostaggi di un modello che privilegia il profitto a tutti i costi?

È giusto riconoscere che molte delle risorse gratuite che utilizziamo ogni giorno sono sostenute dalla pubblicità. Ma quando la comunicazione pubblicitaria diventa sopraffazione, l’equilibrio si spezza. I cittadini non sono solo consumatori: sono esseri umani, con esigenze di calma, silenzio, profondità. Meriterebbero rispetto.

Ancor più spinosa è la questione del servizio pubblico. La RAI, finanziata da un canone obbligatorio che ogni possessore di televisore è tenuto a pagare, non dovrebbe adottare le stesse logiche pubblicitarie delle reti private. Eppure, anche sui canali pubblici assistiamo a un incremento allarmante degli spazi riservati agli spot, spesso indistinguibili — per quantità e invadenza — da quelli delle emittenti commerciali. È legittimo chiedersi dove sia finita la funzione culturale e informativa del servizio pubblico.

Le leggi forse lo permettono, ma non ogni legge è sinonimo di equità. È tempo di ripensare il rapporto tra pubblicità e cittadino, tra libertà di informazione e logiche di mercato. Di ritrovare una soglia di decenza comunicativa, prima che lo spettatore, esasperato, si arrenda del tutto, spegnendo il televisore, chiudendo il giornale, abbandonando il web.

Perché il rischio è reale: se tutto diventa pubblicità, nulla è più ascoltato. E in quel silenzio forzato, si consumerà la sconfitta non solo della comunicazione, ma della cultura stessa.


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