IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Quel diabolico ‘Latinorum’

il latino

di Paolo Protopapa

Sono estremamente felice di avere involontariamente sollevato un bel dibattito culturale ‘nientemeno’ che sul Latino. Lingua veneranda e maestosa, più croce che delizia per molti delle nostre generazioni ormai mature e scafate.
Dal Manzoni in poi è bello chiamarlo con la meravigliosa grossolanità dell’epiteto ‘Latinorum’ di renziana locuzione, dopo il doloroso martirio subito dal “cuor di leone” Don Abbondio. L’espressione “Il vostro Latinorum” dice tutto sulla discriminazione di classe che il moderato e intelligentissimo e coltissimo Manzoni(Verri!) voleva politicamente comunicare. Vale a dire quanto l’irreversibile vigenza del dialetto romanzo, già lingua volgare nazionale e ormai Italiano di Stato, percepiva l’antenato romano come estraneo o come strumento nemico in bocca ai preti. Punto.

Il senso del mio articolo – da integrare con quanto scritto su ‘Il Senso della Repubblica’ – vuole fissare un principio attualissimo e ormai desueto. Ossia che una classe dirigente vera, insieme politica e intellettuale, appena dopo il 1861 avrebbe potuto tentare una rivoluzione morale e culturale moderna e di stampo europeo, quindi politicamente all’altezza dei tempi. Con il Latino protagonista, vi chiederete voi? Certo, vi rispondo io.
Ci pensarono in qualche modo anche e soprattutto Gramsci e, su un piano eccellentemente alto, Concetto Marchesi. Il quale con un famoso articolo (‘Troppo Latino!’) sembrò affermare, oltre sessant’anni, fa esattamente il contrario. In effetti egli comprese che ‘quel Latino’ e quel modo anchilosato e aristocraticamente separato di imporlo in scuole di ogni ordine e grado, non era né utile, né al passo con i tempi. Sarebbe occorsa, in uno spirito audacemente baconiano, una “Instauratio magna ab imis fundamentis’, cioè una rivoluzione sin dalle radici.
Ora, se il più grande maestro del Latino, professore a Padova e eroico antifascista e comunista militante, diceva così, evidentemente la lingua degli avi – ormai lessico dialettale e poi ufficiale e culturale e burocratico e ordinamentale – aveva esaurito la propria ambizione identitaria, autonoma e separata.

Di qui tutta la fragilità fattuale del mio discorso, volta, invero un po’ pateticamente, a recuperare ciò che, ‘sic rebus stantibus’, è ormai in mano ad altre lingue, altri saperi, altre prospettive. Possiamo comunque, da persone oneste e perbene, rimpiangere, almeno, attivamente e dinamicamente, quel mancato uso del Latino. E provare ad immaginarlo nell’estensione giuridica e ampiamente culturale e ideologica (nell’accezione positiva del termine) di un bene civico quanto mai vivo, pur essendone stata accertata da secoli la morte, diciamo, tecnica.

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