IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Questioni ebraiche e dintorni

Il suicidio d'Isreale un libro di Anna Foa

di Paolo Protopapa

Cinquantadue anni fa, due anni prima di laurearmi, sostenni con Umberto Cerroni a Lecce l’esame di Storia delle dottrine politiche. Egli mi chiese di parlare della Questione ebraica, opera giovanile di Karl Marx. E volle che ne discutessimo andando per una mezz’oretta su e giù per il lungo corridoio accanto all’Emeroteca nel vecchio Ateneo. La prova finì bene, Cerroni era un giurista marxista, intellettuale e comunista di punta del Comitato Centrale, studioso in quegli anni di Immanuel Kant, ma anche sottile filosofo della politica e – si diceva – se non fosse stato per quel conservatore di Salvatore Cotta, che gli bloccava la cattedra di Filosofia del diritto alla Sapienza, si sarebbe trasferito da tempo a Roma.

Scelta che poi fece, dopo una vigilia di permanenza a Salerno. Molti della mia generazione gli debbono molto per la sprovincializzazione culturale di quel Salento combattuto tra massimalismo e nostalgia. Perché mi viene di ricordare Cerroni? Perché, per una istintiva associazione di idee con gli Ebrei e con l’Ebraismo, tendo ad accostare questa remota memoria universitaria all’incontro di Perugia di Anna Foa di pochi giorni fa. La storica e scrittrice parla e discute del suo libro sul Suicidio di Israele e, tra una riflessione e l’altra, fa capolino la questione principe dell’attuale guerra, causata dall’atroce strage del 7 ottobre 2023, e della feroce, criminale repressione perpetrata contro i Palestinesi da parte del governo ultraconservatore israeliano di Benjamin Netanyahu.

Sotto il profilo ideologico-culturale, non si può neppure trascurare che, nel Marx giovane ebreo, ateo e critico radicale della religione, l’interesse per La filosofia hegeliana del diritto pubblico si intrecciava, in quegli anni a metà Ottocento, con il problema dello Stato e del concetto di sovranità e di ‘società civile’. Un tema cruciale, sicuramente centrale nella strategia del pensiero rivoluzionario anticapitalista e che per gli Ebrei colludeva e collideva con la contraddizione storica, tipicamente occidentale, del tormentato e quanto mai attuale rapporto tra laicità statuale e rischi di confessionalismo della visione politica.

Nelle guerre – giova sottolinearlo – e in tutte le guerre e i conflitti tra Paesi, etnie e popoli lo Stato c’entra sempre. Tanto più quando esso, in veste ordinamentale di Stato di Israele, sia inventato storicamente per volontà dei vincitori della seconda guerra mondiale contro il nazifascismo; per giunta in un’area complicatissima e già congestionata da popolazioni tradizionalmente ostili e assai diverse, reciprocamente in perenne dissidio. Stato di Israele, argomentiamo noi, che non spunta come un fungo, quasi per magia, ma coagulando una parte significativa della diaspora, in particolare quella di impronta sionista, marcata indelebilmente dalle immani sofferenze subite nella tragedia della Shohah dal popolo ebreo.

Il giovanissimo Stato di Israele – che attira milioni di Ebrei sparsi nel mondo – vede la luce nel 1949. La gran parte della popolazione vi giunge dai Paesi dell’Est europeo e dalla costellazione dei popoli ‘a sovranità limitata’ già sotto il dominio, non di rado razzista, dell’ex Unione sovietica. Spesso si tratta di ex comunisti e di gruppi vaganti da secoli, mentre altri espatriano dagli Stati Uniti, dove ancora vivono in gran numero articolati in piccole comunità autonome che, come sottolinea la scrittrice, per la maggior parte rifiutano di identificarsi con lo Stato d’Israele. Anzi, essi contrastano la scelta di uno Stato ebraico come soluzione della Questione ebraica.

Insieme a tanti ebrei, soprattutto di indole e professione intellettuale, essi sono per tanta misura scevri ed emancipati da condizionamenti di matrice nazionalista e molti di loro (secondo la testimonianza di Foa) si sentono appartenenti al territorio in cui da tempo risiedono e, solo in subordine, ostentano o privilegiano la loro origine ebraica. Sionisti o non sionisti, patriottici o integralisti, con venature razziali e fondamentalistiche secondo una linea storico-ideologica intensificata propagandisticamente, comunque lo Stato d’Israele c’è. E si protegge dai mille nemici che i popoli limitrofi, specialmente l’Iran, per loro e, dal loro punto di vista non privo di una comprensibile ansia di difesa, sono percepiti come tali.

Si tratta, Insomma, di nemici esterni e, nella striscia di Gaza, dei terroristi organizzati da Hamas. Perciò la Questione palestinese si presenta da sempre come Questione democratica per eccellenza, contesa tra fondamentalismo islamico e faticoso avvio di uno Stato di diritto. Occorre, inoltre, aggiungere che, dopo l’eccidio subito nel 2023 il governo di Israele ha radicalizzato i massacri contro i Palestinesi, incorrendo nella condanna per genocidio della Corte di Giustizia dell’Aia.
È dentro questa tenaglia inconciliabile tra due popoli e due culture, nemici e antagonistici ‘ab imis fundamentis’, che siamo costretti a ragionare, per tentare di aprire o di intravvedere uno spiraglio di luce liberatoria. Infatti, accanto alla limpida e idealmente ineludibile congettura dei due popoli in due Stati, da sempre auspicata dai sinceri difensori dell’ eredità socialista di Arafat, solo una minoranza, coraggiosa e audace, osa azzardare la vera e propria iperbole della conquista dei ‘due popoli in uno Stato’, così come ha lucidamente azzardato nel Convegno di Perugia Giuseppe Moscati a nome dell’Associazione per il movimento della Nonviolenza di Aldo Capitini.

Assai vicina, peraltro, alla tradizione illuminata e illuminista per la ‘Pace perpetua’ di kantiana memoria. Una prospettiva nella quale i cittadini del mondo, ispirati da un’utopia attiva e alleggeriti da zavorre nazionalistiche angustamente identitarie, siano disposti, invece, alla bellezza etica e spirituale di una convivenza tra uomini liberi e ragionevoli, e sappiano guardare fiduciosamente al futuro. Convinti e civicamente solidali affinché il doloroso registro delle guerre sia, prima o poi, derubricato a triste, consunto retaggio dell’ “homo homini lupus” hobbesiano.
Il Suicidio di Israele di Anna Foa può essere un essenziale viatico in questa difficile, ma obbligata direzione di marcia.


Rivista online Il Pensiero Mediterraneo - Redazioni all'estero: Atene - Parigi - America Latina. Redazioni in Italia: Ancona - BAT - Catania - Cuneo - Firenze - Genova - Lecce - Marsala - Milano - Palermo - Roma - Trieste. Copyright © All rights reserved. | Newsphere entro AF themes.