IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Quinta giornata di studi su Leonardo Sciascia: L’AFFAIRE Moro

Conferenza Arena Culturale di Palermo

di Salvatore Abbruscato

Questo libro non è un romanzo giallo, anche se esamina fatti realmente accaduti e velati da tanti misteri di natura politica, nel quale lo scrittore si serve del metodo della indagine poliziesca, tipica del romanzo giallo,  è un rigoroso commento e narrazione di tutti gli avvenimenti che si riferiscono al rapimento dell’on.le Moro, alla sua prigionia durata 55 giorni nel “ carcere del popolo”, e alla sua uccisione; è al tempo stesso una inesorabile condanna della Democrazia Cristiana, dei suoi dirigenti che vengono nominati uno per uno, detentori di quel potere che Sciascia non esita a definire diabolico, come Zaccagnini, il segretario della D.C., Andreotti il presidente del Consiglio dei Ministri, Cossiga il Ministro dell’interno, Fanfani, il presidente Leone, Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari. Lo scrittore descrive con la massima coerenza e rispetto della realtà il susseguirsi incalzante degli avvenimenti, delle lettere scritte da Moro, dei proclami della Brigate Rosse, delle mistificazioni della verità a cura di alcuni dirigenti della DC come il ministro Taviani. Viene anche svolto un esame approfondito della personalità di Moro, della sua cultura politica, di quello che egli ha rappresentato nella storia del suo partito e d’Italia, del suo stato d’animo, della sua forza morale che gli ha consentito di resistere, rimanendo sempre lucido e nel pieno possesso delle sue capacità mentali, senza mai perdere la sua calma, il suo raziocinio.  Il 16 marzo 1978 Moro fu rapito dalle BR e i 5 componenti della scorta furono assassinati a Roma in via Fani, e dopo 55 giorni di prigionia fu ucciso dal capo delle BR Moretti, con più colpi di arma da fuoco.

Moro nella prigione del popolo, come definita dalle BR, è solo, privato del suo potere vive nel terrore della morte e con le sue lettere la allontana e spera che i suoi amici scelgano la strada della trattativa per liberarlo; egli non aveva paura della morte ma di quella morte, decretata dalla D.C. con la sua inerzia, perché segnava la sua sconfitta politica abbandonato da quella democrazia cristiana per la quale aveva tanto lottato. Moro era nella condizione di uno condannato a morte, solo, lasciato al suo destino, ha saputo resistere con la forza della sua fede, non è impazzito, come potrebbe avvenire per un essere normale.

Lasciato a morire per la ragion di Stato che non si preoccupa dell’individuo, anzi lo ignora fino al punto di sacrificarlo e così Moro diventò la vittima sacrificale, immolato sull’altare della ragion di Stato.

Moro è condannato a morte dalle Brigate Rosse, che sono sospettate di essere legati a servizi segreti stranieri, di essere degli esecutori di una volontà occulta, di matrice internazionale, forse sostenuta dai servizi segreti esteri tra i quali si presume ci sia il KGB e gruppi rivoluzionari della Cecoslovacchia; Moro deve essere ucciso per mantenere gli equilibri politici internazionali che non vogliono che il partito comunista entri nel governo della nazione. Ciò viene affermato dalla conclusione cui perviene la Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, istituita con legge 30 maggio 2014 n 82 “In realtà, è proprio dalla rilettura sistematica dei cinque processi e dell’attività delle precedenti Commissioni che si sono occupate in tutto o in parte della vicenda Moro – la prima Commissione Moro, la Commissione P2, la Commissione stragi, attiva per quattro legislature, e la Commissione Mitrokhin -che emerge il fatto che la ricostruzione storico-politica e giudiziaria di uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana è ancora fortemente condizionata da una “verità” affermatasi tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, che ha poi trovato un parziale accoglimento in sede giudiziaria.

Alla luce delle indagini compiute, dunque, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale.

Attraverso la lettura delle sue lettere noi vediamo un uomo che lotta per la salvezza, che chiede che si attivino le trattative per uno scambio tra i  prigionieri brigatisti e  la sua persona, ma le sue richieste si scontrano con una Democrazia Cristiana, sorda, fortemente ancorata alla ragion di Stato per la quale  deve essere sacrificata la vita dell’individuo per il bene dello Stato. Moro durante la sua vita politica aveva sempre affermato il principio cristiano e umanitario che la vita della persona non può mai essere sacrificata per altri principi, e allo stesso modo dovevano pensare gli uomini della democrazia cristiana, nel dirsi cristiani. Ma, dice Leonardo Sciascia “ una immane e insospettata fiamma statolatrica si era impossessata di quel partito, che già incominciava a  considerare il suo presidente come un corpo estraneo,  un doloroso calcolo da estirpare”. E così tutti i giornali indipendenti e quelli di partito, la radio e la televisione hanno proclamato che lo Stato va difeso, siglando in questo modo la condanna a morte di Moro. Questo atteggiamento ferreo dello Stato italiano viene da Sciascia ironicamente e sarcasticamente descritto e condannato:” Da un secolo, da più di un secolo, lo Stato italiano convive con la mafia siciliana, con la camorra napolitana, col banditismo sardo dedito ai sequestri di persona. Da trent’anni coltiva la corruzione, l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi; da dieci anni tranquillamente assiste  alla occupazione e devastazione di scuole, alle violenze dei giovani tra loro e contro gli insegnanti. Ma ora difronte a Moro prigioniero si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve avere dubbi, e tanto meno Moro nella sua prigione del popolo.”

Moro è sconvolto da questa presa di posizione del suo partito, ma nello stesso tempo si mostra  sorpreso: da dove viene questa forza, questa trasformazione dello Stato da una larva in un mostro corazzato e armato? Sono stati gli altri a trasmettere questa vitalità, prima fra tutti il partito comunista, quel partito che dovrebbe riconoscere in Moro l’artefice del suo ingresso nel governo del paese. In una delle sue ultime lettere,  quella del 30 aprile, Moro scrisse :” Con questa tesi si avalla il peggiore rigore comunista ed a servizio della unicità del comunismo” Egli si riferisce alla decisione della DC di non trattare, di mantenere fermezza, appoggiata e sostenuta dai comunisti e ciò avviene per un servizio che viene fatto alla “ unicità del comunismo” cioè a dire al comunismo internazionale o a qualche paese governato dai comunisti, non si tratta quindi di fare un servizio utile allo Stato Italiano. Moro aveva già chiara l’esistenza di una connivenza dei brigatisti con occulte forze internazionali, forse rette dai comunisti, come sarà poi riconosciuto dalle commissioni di inchiesta.

 Nella sua lettera a Zaccagnini del 4 aprile lamenta che la scorta, per ragioni amministrative,” era al di sotto delle esigenze della situazione” cioè inadeguata, incapace, che non ha saputo reagire. Sottolineando la causa di tale inadeguatezza con le parole “ ragioni amministrative”  Moro voleva riferirsi al fatto che le vetture non erano blindate, come invece lo era la vettura di Andreotti, e la scorta non era sufficientemente addestrata.

Lo scrittore, nel fotografare e commentare in tutti i suoi dettagli la tragica vicenda mette sotto accusa le forze di polizia e  il ministero dell’interno di estrema incapacità, di non avere saputo bene condurre le indagini per scoprire il luogo dove  il presidente era tenuto prigioniero. Addirittura si avanza la ipotesi che lo Stato non vuole salvarlo. Ciò poi è stato confermato dalla commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e sul terrorismo del 1997 che mette in evidenza una clamorosa verità, ciò che, nonostante avessero ricevuto delle informazioni date da alcuni brigatisti per trovare il luogo della prigione del popolo, la polizia e le forze dell’antiterrorismo non si sono  adeguatamente attivate.  Ecco cosa emerge dall’interrogatorio di Fragalà all’onorevole Gui “  Poi, ancora, onorevole Gui, dalla vicenda di via Gradoli, che è al centro di questi misteri, pare che vi sia la possibilità di leggere che un’ala cosiddetta garantista e trattativista delle Brigate rosse per ben tre volte abbia segnalato agli inquirenti attraverso tre sistemi diversi, l’esistenza del covo di via Gradoli, dal quale un certo ingegner Borghi, che in effetti era Mario Moretti, ogni mattina usciva con la cartella sotto il braccio per andare ad interrogare Moro in via Montalcini per poi tornare tranquillamente in via Gradoli. Questo covo, abbiamo saputo da documenti processuali, era sottoposto all’attenzione dell’Ucigos, cioè dell’ufficio della polizia del Ministero dell’interno che si occupava di antiterrorismo, prima del 16 marzo, cioè prima del sequestro Moro. Quindi, come ha detto poco fa il Presidente, pare che non si sia voluto scoprire il covo di via Gradoli nonostante l’ala garantista delle Brigate rosse, che probabilmente individuiamo in Morucci, lo abbia per tre volte segnalato agli inquirenti: la prima volta attraverso un’indicazione diretta all’allora capo della polizia, dottor Parlato, e con la visita in via Gradoli   n. 96, palazzina A interno 11, di quel famoso brigadiere Merola che andò a bussare alle sette del mattino, non aprì nessuno e passò avanti; poi ancora, il 2 aprile con la segnalazione diretta al professor Prodi dell’esistenza del covo di via Gradoli; poi quando quest’ala garantista delle Brigate rosse si rese conto che gli apparati investigativi non volevano scoprire questo covo, addirittura allagarono l’appartamento per far intervenire i pompieri e l’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, quando vide la televisione e i pompieri sotto casa si informò di cosa si trattasse e andò tranquillamente via, o quasi.”

Fragalà, componente della Commissione insiste sostenendo che vi sia stato un intento ben preciso di non arrivare al covo di via Gradoli, quindi a Moretti e conseguentemente al covo di via Montalcini dove era prigioniero Moro “ perchè un servizio segreto straniero, ad esempio il Kgb, aveva ritenuto che Moro doveva essere assassinato comunque per motivi di equilibri politici all’interno del nostro paese”

L’on.le Gui risponde così :” Moro era secondo me considerato un avversario anche da ambienti di estrema sinistra proprio perchè favoriva questo avvicinamento del Partito comunista alla maggioranza, al costume democratico. C’erano opposizioni nei confronti di Moro, della politica di allora, di provenienze a mio giudizio diverse; quali fossero poi gli addentellati concreti, i fatti, questo non sono in grado di dirlo e tanto meno di ricordarlo”

Il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, il  29 Aprile 1997 – 16 a seduta esprime questa verità “ poi le Brigate rosse rapiscono Moro e per cinquantacinque giorni lo Stato dà una sensazione di impotenza terribile. Moro muore, si sa che ha parlato; vengono ridati pieni poteri a Dalla Chiesa e lui in tre settimane trova le carte di Moro, entra a via Montenevoso e prende almeno metà della direzione strategica delle Brigate rosse. A rifletterci oggi, non colpiscono questi fatti? Non sembra che in qualche modo gli apparati di sicurezza durante il sequestro Moro non abbiano fatto ciò che potevano fare? Cioè, non hanno dimostrato quella capacità operativa che subito dopo dimostrano; sono bravissimi nel trovare le carte di Moro, invece per ritrovare Moro non sono stati capaci; c’è questa sensazione di impotenza. La sensazione che non si sia fatto tutto il possibile per salvarlo, però, rimane.

Sciascia insiste molto, nella sua relazione di minoranza del 1982, su tali incredibili incapacità operative.

 Ritorniamo a parlare delle trattative; nella sua lettera del 21 aprile diretta a Zaccagnini e agli altri dirigenti democristiani, Moro li scongiura che non avvenga una decisione di condanna a morte e ricorda loro che la nostra costituzione ha abolito la pena di morte, e non facendo nulla per impedirla significa reintrodurla per un rispetto cieco della ragion di stato; così si esprime in questo estremo momento della sua vita: ”Ecco che nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa: mia sia concessa almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata  che ha la mia famiglia.”

La Democrazia Cristiana è lacerata dal dubbio, è sconvolta dalle pressioni della famiglia del suo Presidente; ma non fa nulla, non riunisce il Consiglio Nazionale della DC, non riunisce il Parlamento, sono solo pochi a decidere sulla sorte del presidente Moro; tuttavia, forse per salvare la faccia,  crede di trovare una via di uscita dalla sua responsabilità dando incarico alla Caritas internazionale di “ individuare possibili vie  per indurre i rapitori a liberare l’onorevole Moro” confermando però la sua indefettibile fedeltà allo Stato democratico, e quindi la sua fermezza e il suo diniego di ogni trattativa. Il partito socialista, con a capo l’on.le Craxi, sceglie la via della trattativa, vuole fare qualcosa per salvare Moro, esce così dal gregge, diventa la pecora nera. Paolo VI con una lettera che radio vaticana diffonde, poi  pubblicata dai giornali, prima che scada l’ultimatum delle BR, si rivolge agli uomini della brigate rosse chiedendo di liberare Moro senza alcuna condizione, definendolo “uomo buono ed onesto che nessuno può incolpare di qualsiasi reato o accusare di scarso senso sociale  e di mancato servizio alla giustizia  e alla pacifica convivenza”. Ma questa lettera non sortisce alcun effetto, anzi viene criticata da Moro perché  egli ritiene che il Vaticano non ha fatto nulla per convincere quei pochi dirigenti democristiani ad abbandonare la strada della fermezza ed intraprendere quella delle trattative, considerando  prevalente il  diritto del singolo alla vita rispetto alla ragion di Stato, così come , in tempi non lontani, il ministro degli interni dello Stato francese, il principe Poniatowski aveva dimostrato dichiarando ammissibile il principio di trattare coi terroristi per salvare una vita umana innocente; egli quindi la pensava esattamente come Moro, che in riferimento alla lettera del papa così scrive :” E’ una cosa orribile, indegna della santa sede.. Non so se il cardinale Poletti può rettificare questa enormità che è in contraddizione con altri modi di comportarsi del papa, e un rinnegamento di tutta una tradizione umanitaria”.

Il Vaticano ha commesso un enorme errore storico avallando col suo silenzio la posizione di fermezza della DC, nonostante avesse dato, per vie segrete, la sua disponibilità a pagare un riscatto di dieci miliardi per la sua salvezza.

 I cattolici che governano lo Stato, secondo il pensiero di Moro, devono ricordarsi che la salvezza della vita umana innocente è principio superiore ad ogni altro. Questo principio deve primariamente essere osservato da coloro che rappresentano la Chiesa di Cristo e ancora di più da chi la rappresenta al sommo grado.

Il giornale di Lotta Continua della sinistra a sinistra del Partito Comunista aveva pubblicato un appello per la liberazione di Moro firmato, oltre che da esponenti della sinistra più a sinistra, da Dario Fo, da vescovi, intellettuali laici e cattolici, tra cui Raniero La Valle, Umberto Terracini, e Lucio Lombardo Radice.

Moro ormai, siamo nella fine di aprile, è convinto che nulla sarà fatto per salvarlo e nella lettera indirizzata a Zaccagnini il 24 aprile così scrive :” Non creda la DC di avere chiuso il suo problema liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto di contestazione per impedire che della DC si faccia quello che si fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.” In altra lettera scrisse “ Il mio sangue ricadrà su di loro”

Si legge tra le righe tutta la serena rassegnazione e l’amarezza di un leader, sempre fedele alla DC, che si vede rinnegato dai suoi stessi compagni di partito e anche dai suoi amici.

Il 25 aprile , nella sede della DC in piazza del Gesù viene distribuito ai giornalisti un documento che Sciascia definisce “ mostruoso” per il suo contenuto, in esso, i signori dirigenti della DC sostengono che l’uomo che scrive le sue lettere dal carcere del popolo, con le quali chiede di essere liberato, indicando anche i mezzi per farlo, indirizzate a Zaccagnini e alla DC, non è il Moro di una volta, quello che “ con la sua visione spirituale, politica e giuridica ha contribuito alla stesura della carta costituzionale” e  ritengono che le lettere siano scritte sotto dettatura o nelle sue condizioni mentali non più lucide. Nella lettera che il 27 aprile viene recapitata a un giornale Moro dichiara:” Non ho subito nessuna costrizione, non sono drogato, scrivo con il mio solito stile, con la mia calligrafia. Ho la lucidità e la libertà di spirito e le mie lettere sono autentiche, ed esprimono il pensiero che ho sempre manifestato, cioè di ritenere accettabile, come avviene in guerra, lo scambio di prigionieri, perché siamo in guerra” Poi continuando, rivolgendosi agli “ ostinati immobilisti della DC” sostiene che “ in moltissimi casi in passato scambi ne sono stati fatti ovunque per salvare ostaggi, per salvare vite innocenti”. Così egli  accusa apertamente  la DC che non vuole affrontare tale grave problema, quello della sua condanna a morte, avallata dalla stessa DC, la quale “ arroccata sui suoi discutibili principi nulla fa per evitare che un uomo, chiunque esso sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele sia condotto a morte”.

Moro, sottoposto a stressanti interrogatori è rimasto fedele alla sua DC, non ha fatto nessuna rivelazione compromettente, perché egli dentro questo partito, come sostiene Sciascia “che lo misconosce,  lo nega, lo dichiara diverso da quello che era prima, snaturato da suggerimenti esterni, egli vede la sua Democrazia Cristiana, e continua a dire il mio partito pur riconoscendo di essere da esso condannato a morte”.

La sua grande coerenza politica consiste nel non avere risposto al processo, nell’averlo respinto, nel non avere dato alcuna arma alle BR; tuttavia egli attribuisce più che alla DC  ai suoi uomini che si sono arrogati il potere di decidere sulla sua vita, una colpa politicamente ingiustificabile e umanamente imperdonabile, la colpa di averlo abbandonato, di non avere fatto quadrato per salvargli la vita.

La relazione di minoranza nella commissione di inchiesta,  presentata da Leonardo Sciascia il 22 giugno 1982, mette in evidenza le carenze delle misure di prevenzione e di tutela dell’on.le Moro, che le indagini per il suo ritrovamento sono state inutili, inefficienti, sbagliate, condotte da persone incompetenti , e che addirittura la volontà del suo ritrovamento era debole, che le lettere da lui scritte erano autentiche, lucide, riflettevano la sua personalità e il suo modo di pensare quale è sempre stato, che non si è tenuto nel giusto conto di decifrare tali lettere che nascondevano reconditi significati e potevano condurre a scoprire il luogo della prigionia, che dietro le BR c’erano gruppi terroristici e servizi segreti stranieri, che infine terroristi italiani venivano addestrati nella Cecoslovacchia.

Il corpo dell’onorevole Moro viene, dietro una telefonata delle BR diretta alla famiglia dell’onorevole, trovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma. La famiglia diffonde questo comunicato: “La famiglia chiede che sia pienamente  rispettata dalle autorità di Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso, nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”. Il 10 maggio Moro viene seppellito nel cimitero di Torrita Tiberina.

Così Sciascia conclude il suo libro :” Il 13 maggio nella basilica di San Giovanni in Laterano, presiede Paolo VI, celebra il cardinale Poletti vi è il rito funebre per Moro; sono presenti tutti gli uomini di potere; nessuno della famiglia è presente. Paolo VI dice:” Tu o Signore non hai esaudito la nostra preghiera.”

Con questo link potete vedere la registrazione della conferenza

Dello stesso autore potrebbero interessarti:

Vincenzo Consolo: la voce della Sicilia tra impegno civile, storia e prosa poetica – IL PENSIERO MEDITERRANEO

Gesualdo Bufalino – La parola come destino – IL PENSIERO MEDITERRANEO

Ignazio Buttitta: la voce del popolo e la poesia del riscatto siciliano – IL PENSIERO MEDITERRANEO

About The Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *