Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno
Dipinto di Arnaldo Miccoli
di Paolo Protopapa
Non ho virgolettato questo celeberrimo verso semplicemente perché non credo ne abbia bisogno. Almeno per due motivi. Anzitutto perché il mito classico lo ha reso universale e poi perché il ricorso ad esso, da parte di poeti e artisti in genere, lo rende costantemente attuale e nostro contemporaneo, facendolo abitare tra noi.
Arnaldo Miccoli, pittore e artista di fama, mi regala un esemplare strepitoso di prima mattina. Riesco a decifrare un numero, penso ’81, e ne rimango abbacinato. No, non è un’iperbole. Non lo è perché il quadro, contenuto in una bella cornice aurea, cade nella acuminata contingenza epocale della Milano devastata dalla cronaca giudiziaria, e che fu già, qualche decennio fa, ‘La Milano da bere’. Quindi, si iscrive nel momento topico in cui si acuisce la guerra tra politica e Procure, tra mondo del malaffare affaristico (la cacofonia è voluta!) e istituzioni pubbliche. Perciò il quadro di Arnaldo Miccoli può dare l’abbrivio sia a brutti pensieri di ingordigia e rapina, sia ad un possibile, imperscrutabile cammino di catarsi e redenzione.
Ora, Quale sia il nesso tra l’opera d’arte miccoliana e le (mie supposte) implicazioni politologiche ed etiche, esso è dato da tre elementi eclatanti: il becco adunco, l’occhio protervo, gli artigli spietati, ossia ‘sine pietate’. Tutti segni, appunto, convergenti nel comprensivo concetto di ferocia e bramosia di una atavica e incoercibile ‘sacra aurei fames’. Si dirà – e giustamente – quale ferocia c’è nello sconquasso milanese? Provo a rispondere.
L’ingordigia a-morale del lusso. Celato o esibito, conculcato o suggerito, insinuato o concupito come normalità, se non anche, e addirittura, espressione di virtù sociale. Ed è già qui, nell’occhio verde-melmoso dell’arpia e nell’unghia bramosa della zampa ferina, che l’umana metafora si può sostanziare. Sicché Milano compare e scompare, allo stesso tempo, poiché il suo involucro urbano, pur restando suo, diventa paradigma e allusione e, dunque, generalizzaziine in regola triste di ogni mercimonio in cui l’ethos politico stinge in convenzione e mero fatto ‘che accade’.
Nel 1993 Milano non mi apparve lussuosa. Anzi, Lambrate e Città studi, per non dire il Giambellino e i vicini casermoni di Cologno, adombravano comunità operaie e ceti operosi. E la vera Milano è (e non può non essere) questa bella, seria e forte realtà europea. E, dunque? È solo un abbaglio circoscritto a poche, privilegiate e separate, Arpie il terribile danno civile di questi giorni? Insomma, le lobby, su cui tanti pietosi esperti si affannano a rimediare utili sostegni, sono davvero e assai parzialmente la ‘parte’ marcia per il tutto?
Purtroppo non è così. Se e quanto il lusso – che è categoria estetica, ma anche politica e ‘in primis’ antropologica – ispiri e condizioni la vita sociale, e in che misura determini un nostro nazionale ‘genius loci’ (peculiare e identitario), è da molto tempo risorsa e vanto comune. Non lo è, invece, se l’industria del lusso, vale a dire la sua espansione ed eccedenza, sia semantica, sia pseudo-valoriale, contamina tendenzialmente il già civicamente fragile tessuto sociale. La nostra immagine pittorica iniziale, presa a prestito da un acuto analista estetico, non denuncia soltanto un vizio individuale. E, tantomeno, il nostro ragionamento pretende di ‘mettere le brache al mondo’ ad una società affluente che, sin dalle origini del capitalismo, ha lavorato sulla metamorfosi oscena dell’ “essere in avere” (E. Fromm) e della anomia consumistica (A. Heller). E, tuttavia, immaginare – al di là degli spazi conflittuali tra politica e magistratura – la (cosiddetta) normalità della società del lusso e, più drammaticamente, la degenerazione dell’etica del lavoro e della cura gestionale democratica del territorio con la complice tolleranza delle Arpie, cupe e voraci, è salto etico indecente e insolente.
Cerchiamo di non essere indecenti e indifferenti anche noi.