Radure del Parco di Torcito
Il Parco di Torcito
Paolo Protopapa
Immaginiamo in veste di Radura (perché la terra salentina è tale nella accezione filosofica e non meramente spaziale) questa icona sotto i nostri occhi. Non però una ‘cosa’, ma un vero e proprio attore che potrebbe agire. E, allora, la finalità ricavabile da un luogo può essere esattamente la differenza tra uso di un oggetto e presenza di un soggetto .
Nell’uso normale e comune il rapporto è quello che si instaura tra soggetto e cosa, io e non-io, si direbbe gnoseologicamente. Vale a dire la posizione dialettica – e in questo caso fichtiana – tra la personificazione di un’essenza spirituale e la sua speculare opposizione (antagonistica) materiale. L’inventore e padre della dialettica triadica di Tesi/Antitesi /Sintesi (Dottrina della scienza) Johann Fichte non potè trovare strada più iperbolica per affossare la realtà concreta, se non l’ipostasi più astratta e mistificatrice di un astioso e ottocentesco spiritualismo idealistico. Che è poi la stessa cosa di un sontuoso, quanto vacuo, idealismo spiritualistico.
Ci serve, questa premessa, per comprendere ciò che chiamiamo ‘Paesaggio’ in una accezione meno scontata e banale del solito. Il Non-io degli idealisti, pur con le notevoli differenze interne al sistema, è una ‘cosa’, un mero oggetto, la cui fisicità materica non rileva spiritualmente. Un albero o una montagna, uno stelo di rosa o una cascata, per esemplificare, sono tali se e solo se vivono del e nel rapporto con l’io, che li percepisce e (kantianamente) li organizza non solo teoreticamente e trascendentalmente, bensì creativamente. Dove questo avverbio, epistemologicamente compromettente, non attiene al normale significato di “Immaginazione produttiva” (come avviene nello ‘Schematismo Trascendentale’ della Critica della Ragion Pura di Immanuel Kant), quanto alla pretesa nominalistica dell’ “Esse est percipi” di matrice teologica berkeliana. Se, dunque, “la realtà consiste nell’essere percepita”, nessuna consistenza materiale può residuare nella sua propria e autonoma oggettività ‘fuori’ dal percipiente. Al punto che ogni percepito (oggetto) rinvia (riduzionisticamente) al percipiente (soggetto) che lo percepisce. Per gli idealisti – come specialmente il giovane Marx argomenterà ironicamente – sia il concreto sia l’astratto cadono nel nonsenso puramente filosofico del nichilismo metafisico e dell’ipostasi in quanto sostanzializzazione creazionistica, mistificatrice e religiosa.
Alla luce di questo breve ragionamento cosa e come si configurerebbe il paesaggio Torcito?
Per l’idealista dialettico (ma non per il logico ‘reale’ che distingue tra concetto e contenuto empirico del concetto) la Torcito di turno non ha vita propria e, scientificamente, non si configura quale risultato di un complesso processo storico-naturalistico evolutivo e, quindi, marxianamente (come è scritto nei Grundrisse) “sintesi di molte determinazioni e unità del molteplice”, No. Torcito sarebbe, ossia esisterebbe e si concretizzerebbe esclusivamente ‘per il soggetto’. E potrebbe rilevare ontologicamente (essenzialmente) poiché, lungi dall’essere concepito quale realtà autonoma “in sé e per sé”, troverebbe il proprio fine o ragion d’essere “fuori di sé”, cioè nell’io o soggetto spirituale che ne rappresenta la causa finale (Tèlos).
Quindi per l’idealista il teleologismo, o visione finalistica della realtà, riscatta e risarcisce spiritualmente ciò che il materialista considererebbe (erroneamente) materiale, autonomo e auto sussistente.
Che ne è, ci chiediamo, alla fine di queste elucubrazioni inattuali della nostra splendida Torcito di Cannole e del Salento? E del paesaggio luminescente del suo prato verdissimo?
Tentando un compromesso, quasi da empirismo metafisico tra Berkeley e Hume, potremmo concludere così.
Che nessuno spazio, tranne che nell’astrazione logico-matematica, è soltanto un concetto puro. Tantomeno un paesaggio naturale entro cui abitano processi storici e notevolissime risorse antropologiche, estetiche, monumentali e, insomma, materiali e sociali. Le quali tutte, grazie alle nostre culture e al lavoro di conoscenza attiva e dinamica, si trasformano in quel tessuto di rapporti e di progetti che ci regaleranno un’oasi per nulla oasi scissa dal bello che la circonda. Appunto: una Torcito-Radura strabiliante e vivissima di godimento e di appassionante ragione culturale.