IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Recensione del romanzo “Una vita… Una storia” di Rita Saba

Copertina del romanzo di Rita Saba, Una vita...Una storia
di Laura De Vita

“Una vita … una storia” di Rita Saba, pubblicato nel 2024 con Amazon, ambientato nella Gallipoli del secondo dopoguerra, si configura come un viaggio interiore e collettivo, in cui il vissuto individuale si intreccia con quello di un’intera comunità, ricostruendo un affresco vivido di una realtà ormai scomparsa, intrisa di dignità, valori morali e tradizioni ancestrali.

Il protagonista, Ttianu (diminutivo di Sebastiano), è un personaggio emblematico: ormai anziano e malato, rievoca la sua vita con lucidità e compostezza. In un ultimo viaggio interiore, una sorta di estrema ricapitolazione, egli riordina la sua intera esistenza come un puzzle, dove ogni frammento trova il suo posto e ogni legame viene restituito con gratitudine e pietà.
Ttianu incarna una visione del mondo fatalista e umile, propria di chi ha vissuto in un contesto dove la lotta per la sopravvivenza quotidiana non lascia spazio a ribellioni ideologiche o ad ambizioni personali.
Questo atteggiamento ricorda da vicino il c.d. ideale dell’ostrica di verghiana memoria, dove l’individuo, come l’ostrica attaccata allo scoglio, si aggrappa alla propria realtà, per quanto misera o dura, senza mai pensare di cambiarla, rimanendo fedele alla propria condizione. Ttianu, come molti personaggi verghiani (si pensi a ‘Ntoni de I Malavoglia, o alla Lucia di Storia di una capinera), non si ribella; accoglie il fluire del tempo e accetta il proprio destino con rassegnazione e dignità. Non c’è rabbia, non c’è colpa da attribuire: la vita è ciò che è, e va vissuta con onore, fede e senso di appartenenza.

Attraverso gli occhi stanchi ma lucidi di Ttianu, disteso sul letto di morte, la narrazione si fa bilancio esistenziale, ma anche atto d’amore verso una comunità intera.
Il romanzo assume così un tono quasi epico, dove ogni personaggio, anche il più umile, contribuisce a costruire il tessuto morale della vicenda.
Tra i molti nomi evocati, emergono figure fortemente simboliche: Raffaele le tombeur de femme, accoltellato dallo stesso Ttianu in un gesto impulsivo nel tentativo di proteggere la cugina Teresa; il cugino Pici, aitante e incosciente, inghiottito dal mare; gli zii Nena e Pascalino, segnati dalla perdita e dal dolore, ma capaci di ritrovare una forma di equilibrio nella vecchiaia. La narrazione non tralascia i contrasti sociali e morali, come nel caso dell’amico d’infanzia Tore, da ladruncolo a invalido, poi accolto e mantenuto proprio da chi inizialmente l’aveva punito per i suoi furti: il massaro Nicola, figura ambigua che evolve nel tempo e si redime, compiendo un atto di riparazione.
Tra tutte le figure del romanzo, spicca poi Cocò, la macàra, forse uno dei personaggi più riusciti: donna forte, custode di antichi saperi, fedele all’amicizia e alla propria umanità, capace di restare modesta nonostante l’agiatezza raggiunta. In lei si incarna l’antitesi di un certo ceto borghese ignorante e presuntuoso che ha contribuito alla decadenza morale della società. La sua presenza accanto a Ttianu, nonostante l’età e le difficoltà fisiche, è il segno di un legame che trascende il tempo e lo status sociale.

Questa coralità di voci e destini fa pensare, ancora una volta, all’universo letterario di Giovanni Verga, dove l’individuo si annulla nell’insieme, e ogni storia personale è parte di un più grande destino collettivo. Ma a differenza del pessimismo radicale dello scrittore siciliano, dalla penna di Rita Saba emerge una luce tenue, una compassione profonda che accompagna ogni figura, anche la più sfortunata, verso una forma di riconciliazione.

Lo stile sobrio e rispettoso dell’autrice, privo di orpelli e lontano da ogni forma di sensazionalismo o di compiacimento narrativo, si colloca nella tradizione della narrativa meridionale che da Giovanni Verga a Corrado Alvaro, da Rocco Scotellaro a Carlo Cassola ha saputo dare voce agli ultimi, agli invisibili e agli emarginati, che raramente occupano i grandi palcoscenici della letteratura ufficiale.
Nel romanzo di Rita Saba, tutto (dai ritmi lenti della vita contadina, alla descrizione del paesaggio umano e naturale, fino all’uso del dialetto e dei proverbi e alla descrizione di antichi rituali) concorre a costruire una poetica della semplicità e della dignità quotidiana.
E tuttavia, nella malinconia che attraversa ogni pagina, non si può non intravedere un’affinità profonda anche con il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Sebbene lo stile della Saba sia più essenziale e popolare rispetto all’aristocratica e ricercata retorica che caratterizza Il Gattopardo, le due scritture condividono un’identica consapevolezza della fine, lo stesso sguardo dolente e disincantato sul fluire incessante del tempo. Come il Principe di Salina percepisce il mutamento come inevitabile e assiste inerme alla fine di un’epoca, anche Ttianu accetta con pacata rassegnazione il giungere della morte.
Se in entrambi i romanzi aleggia una velata ironia, non satirica, ma tenera e quasi pietosa, che riconosce la debolezza dell’uomo e l’illusorietà dei suoi desideri, ciò che resta davvero, alla fine di tutto, è la dignità del ricordo, la parola come ultimo baluardo contro l’oblio.
Un estremo e disperato tentativo di salvare ciò che il tempo ha già sottratto alla vita.
Il tempo è un fiume che tutto travolge e gli uomini, pur cercando di lasciare un segno, devono arrendersi all’ineluttabilità del destino.
Ma se Tomasi di Lampedusa approda a una forma di elegante rassegnazione, Saba offre una compassione più umana, più terrena, dove la memoria e i valori tramandati diventano l’unico rifugio possibile, il luogo estremo in cui la speranza può ancora avere un senso.
Ed è qui che Ttianu si rifugia e fa pace, con sé stesso e con la propria esistenza.

“Una vita… una storia” è molto più di un semplice romanzo nostalgico.
È un’opera che commuove e fa riflettere, perché ci ricorda quanto sia urgente (oggi più che mai) ascoltare ciò che viene da lontano, prima che il rumore del presente lo soffochi per sempre.
Un romanzo che ci costringe a fare i conti con le trasformazioni che hanno cambiato il volto della società negli ultimi decenni. Quella Gallipoli di una volta, fiera e vitale, oggi non esiste più … come il resto del globo è ormai avviata al declino morale e culturale.
Come la Sicilia gattopardesca, è stata costretta a rinnovarsi, ma lo ha fatto in modo errato, rimanendo inconsapevolmente fagocitata dalla modernità, in un vortice di cambiamenti troppo radicali e troppo rapidi avvenuti “tra la Guerra e il Duemila”, e oggi sarebbe certamente destinata all’oblio se non fosse per l’impegno profuso da autori come Rita Saba nel preservare e valorizzare la memoria storica e culturale del proprio paese d’origine.

E infatti, “Una vita… una storia” è una riflessione autentica e profonda sull’essere umano, sul tempo, sull’accettazione e sulla memoria, ma anche una dichiarazione d’amore alla propria terra natia e uno stoico atto di resistenza contro il silenzio che cala sulle radici. Un’opera che va letta con il cuore.


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