Recensione di “Dracula” di Luc Besson
di Laura De Vita
Entrare nella sala per assistere al Dracula di Luc Besson porta con sé una certa aspettativa.
Non si tratta semplicemente dell’ennesima reinterpretazione del mito: è Besson, un regista che (nel bene e nel male) ha sempre cercato un’impronta personale, un tocco riconoscibile. Eppure, appena scorrono i primi minuti, si percepisce una dissonanza strana, una vibrazione stonata che non abbandonerà più lo spettatore.
È la sensazione precisa che la pellicola non sia in grado di reggere da sola il peso della propria ambizione.
Le premesse non mancano: la scenografia è splendida, ricca di dettagli gotici, il cast è pieno di volti efficaci, e la nostra bella Matilda, va detto senza esitazioni, cattura l’attenzione a ogni inquadratura, riuscendo a infondere credibilità e fascino al suo personaggio che, pur richiamando nella personalità, focosa e un po’ svampita, il personaggio di Lucy Westenra, ha sue caratteristiche peculiari che la rendono brillante, simpatica e adorabile agli occhi dello spettatore.
Anche Caleb Landry Jones è un bravissimo attore, capace di rendere le sfumature tragiche e drammatiche del suo personaggio (anche se lo preferisco nella versione ultracentenaria di sé stesso, un vecchio conte ormai rassegnato e quasi ironico nei confronti della sua miserabile vita).
Non mi ha convinta invece Christoph Waltz che sembra capitato sul set per caso e recita con un distacco che sfiora il dormiveglia risultando perennemente fuori fuoco rispetto al carattere leggendario che dovrebbe avere il suo personaggio.
Zoë Bleu Sidel, la Mina amata da Dracula, è una brava attrice nonché una donna di bellezza conturbante, e interpreta il suo personaggio con delicatezza e femminilità… ma appare come un cerbiatto smarrito completamente trascinato dagli eventi, come se, specie alla fine del film, non avesse più una volontà propria.
A tradire il film è proprio la scrittura. Una sceneggiatura incerta, che procede un po’ a tentoni, tra trovate originali e richiami alla sconfinata letteratura gotica e vampiresca che la rendono un pot-pourri a tratti illogico e frettoloso. I dialoghi sembrano “spiegoni” forzati, scritti per semplificare l’ovvio, e il tono narrativo cambia continuamente: a volte vorrebbe essere solenne, altre autoironico, altre ancora drammatico… senza riuscire mai a essere davvero nessuna di queste cose.
Il nuovo Dracula di Luc Besson è una di quelle opere che, sulla carta, avrebbero potuto rivelarsi una rivisitazione affascinante del mito, ma che invece finiscono per smarrirsi strada facendo. Non è tanto una questione di stile (come detto in apertura la mano di Besson si riconosce, la cura visiva non manca e il cast è all’altezza) quanto di sostanza: il film intrattiene blandamente senza lasciare il segno, non ha la forza di imporsi, non conquista… insomma, non riesce a “bucare” lo schermo.
L’ombra del Dracula di Coppola incombe come una condanna.
Non si tratta solo di qualche rimando estetico, pur inevitabile (volendo rendere omaggio al gotico cinematografico), ma anche musicale e di citazione.
Ma dove Coppola costruiva un mondo sensuale e visionario, Besson sembra limitarsi a replicare frammenti visivi e narrativi, senza incisività. E quando ci si confronta con un’opera tanto iconica, un capolavoro assoluto, il rischio di scivolare nella parodia è altissimo, il risultato può facilmente diventare farsesco. Ed è esattamente ciò che accade qui: momenti concepiti per emozionare o inquietare scivolano nel grottesco involontario. In più di una scena mi sono ritrovata a ridere, e non per merito di una comicità intenzionale.
Discorso a parte merita la colonna sonora composta da Danny Elfman sulla falsariga di quella di Wojciech Kilar, compositore polacco scomparso da una decina d’anni, uno dei migliori al mondo.
Elfam sceglie un approccio più atmosferico e malinconico, sicuramente meno esplosivo rispetto a Kilar. Sembra puntare più su tessiture lente e sospese e armonie nostalgiche, su un senso di intimità piuttosto che di grandiosità tragica. Che si sposi con il tono da romanzo d’amore è vero: crea un’aura di tristezza elegante, quasi trattenuta, che accompagna il lato sentimentale della storia.
Ma anche qui, il confronto con la pellicola di Coppola è impietoso.
La differenza principale è certamente nella potenza evocativa: la musica di Kilar è più diretta, viscerale, a confronto quella di Elfman appare quasi insipida. Risulta carina, malinconica, perfettamente funzionale, costruita più per sostenere l’atmosfera del film che per spiccare autonomamente, ma manca un tema iconico che sia immediatamente riconoscibile, manca quel guizzo che rimane nella memoria e che morde lo spettatore. Manca di epicità. La si dimentica facilmente. Al contrario, la musica di Kilar è indimenticabile e immortale.
Le libertà narrative che Besson decide di prendersi (e che dovrebbero rappresentare il suo tocco personale) finiscono per essere un’arma a doppio taglio.
Londra diventa Parigi.
Van Helsing si trasforma in un prete.
Gli zingari del conte vengono sostituiti da grotteschi gargoyle animati, con un effetto visivo che oscilla tra il videogioco e la fiaba prodotta con budget limitato.
Lucy sparisce, o meglio, viene traslata in Maria.
Delle tre spose di Dracula nemmeno l’ombra.
Interi personaggi del romanzo scompaiono senza lasciare traccia.
La fuga di Jonathan e il suo ricovero presso le suore (momento iconico di tante versioni) viene capovolta in qualcosa che dovrebbe essere scioccante ma che, per come è realizzato, risulta stranamente comico: è il conte a recarsi in convento per fare man bassa di sangue e ridiventare bello e giovane.
Anche la sequenza finale in cui il protagonista accetta di essere giustiziato dal prete, compiendo l’estremo sacrificio per salvare l’amata Mina/Elisabetta dalla maledizione e dalla perdizione eterna, è del tutto priva di pathos.
E anche il perdono divino, che qui viene messo in scena con una graziosa trovata (le ceneri del conte che volano via verso il cielo), non ha la stessa forza impattante sullo spettatore: ricordo ancora quel lontanissimo 1992 quando vidi il raggio di luce che dal crocifisso si spostava sul volto di uno straordinario Gary Oldman morente. E io giù di lacrime. Copiose e liberatorie.
E poi c’è quel dettaglio che davvero merita un capitolo a parte…. il profumo del Conte.
Un’essenza misteriosa, potente, irresistibile, con cui Dracula riesce ad attirare praticamente ogni donna nel raggio di chilometri. Un’idea che, inserita in un film pensato come commedia o come allegoria sensuale, potrebbe persino funzionare. Ma qui, dove la sceneggiatura pretende serietà, pathos, tormento, il profumo diventa un espediente bizzarro, quasi pubblicitario.
Il risultato? Ogni scena in cui il Conte “spruzza il suo fascino” (nel senso più letterale possibile!) diventa involontariamente spassosa.
È come guardare uno spot di un eau de toilette gotica dall’etichetta
“Dracula. L’essenza dell’oscurità.
Seduzione eterna, nota di sangue di pipistrello”
Eppure, ed è qui che il film rivela tutta la sua contraddittorietà, il Conte stesso è anche l’elemento migliore della pellicola. Quando gli viene lasciato spazio, quando può raccontarsi, quando la narrazione si concede qualche minuto per esplorare davvero il suo tormento o la sua ironia, il film improvvisamente respira. Il personaggio diventa tridimensionale, brillante, affascinante, addirittura simpatico. In quei momenti sembra di intravedere il film che avrebbe potuto essere: complesso, sensuale, malinconico, giocato su sfumature sottili anziché su trovate goffe.
Ma sono brevi fiammate.
Alla fine resta una sensazione ben precisa: quella di aver assistito a un’opera che non sa mai davvero cosa vuole essere. Di certo non è un Horror (per ammissione dello stesso regista)…. E allora cos’è?
Melodramma? Reboot moderno? Omaggio? Parodia? Satira involontaria?
Sospesa tra mille strade e incapace di imboccarne davvero una, questa versione di Dracula finisce per schiantarsi nella sua stessa ambizione.
In definitiva, questo Dracula di Besson è un po’ “figlio del suo tempo”.
In un mondo dove l’immaginario collettivo sulla figura del vampiro è stato fortemente edulcorato da tutta una serie di film e di serie tv (da Twilight a The Vampire diaries) era inevitabile che il conte Vlad fosse più vicino a Edward Cullen che al Conte dell’originale romanzo di Stoker.
Assistiamo innanzitutto al depotenziamento orrorifico della figura vampiresca: il vampiro non è più una creatura mostruosa, ma diventa figura romantica. Il Dracula di Besson non fa davvero paura, non è più la creatura predatrice, né la manifestazione del male erotico e ancestrale (caratteristica che era stata invece mantenuta nell’adattamento del Coppola), ma è l’eroe tormentato, solitario e nostalgico che va in cerca del suo amore perduto.
Anche l’amplificazione dell’elemento seduttivo con l’espediente del profumo utilizzato dal Conte per attrarre le donne è, in questo senso, un elemento “twilightiano” e sembra quasi una versione caricaturale dei “poteri di fascinazione” dei Cullen. È l’equivalente narrativo di quel magnetismo innato e inspiegabile che i vampiri della Meyer esercitano sugli esseri umani: un’attrazione totalizzante, biologica, immediata, che non necessita di spiegazioni.
Il Dracula di Besson sembra figlio di due padri: Coppola e Twilight. Del primo cerca di imitare la grandezza visiva e la trama passionale, del secondo assorbe l’addolcimento del mostro, la patinatura romantica e, diciamola tutta, un po’ adolescenziale.
Il risultato è un ibrido strano.
E quando scorrono i titoli di coda, resta soprattutto il rammarico. Il Dracula di Besson non è assolutamente un film brutto in senso assoluto, ma è un’occasione sprecata. E non una qualunque: una sprecata con stile, con scenografie magnifiche, con un cast notevole… ma pur sempre sprecata.
Un film con cui Besson ha dato il suo contributo, la sua personale visione ma che non ricorderò. Un film che, come il profumo del suo Dracula, incanta per un momento… e poi svanisce nel nulla.