Recensione semiseria: “A me Manzoni non è mai piaciuto”
di Stefano Salierni
A me Manzoni non è mai piaciuto, e lo dico con quella sincerità un po’ liberatoria che si prova quando finalmente si ammette qualcosa che tutti sembrano evitare. Perché in Italia criticare Manzoni è quasi un sacrilegio, come dire che non ti piace il Colosseo o che il Rinascimento ti annoia. Eppure, per quanto mi sforzi, non riesco a provare entusiasmo per questo autore che da decenni viene presentato come il padre nobile della nostra letteratura, il custode della lingua, il modello da imitare. Il problema non è la sua importanza storica, che nessuno può negare, ma la distanza emotiva che la sua opera crea. Manzoni è un autore che si studia, non si ama. Si rispetta, ma non si desidera. È come un monumento imponente che tutti fotografano ma in cui nessuno entra davvero.
I Promessi Sposi, il suo capolavoro indiscusso, è un romanzo che sembra scritto più per educare che per raccontare. Lucia è così pura da risultare irreale, Renzo così onesto da sembrare scolpito nel marmo, Don Rodrigo così cattivo da non avere una sola crepa umana. Tutto è simbolico, tutto è costruito per dimostrare qualcosa, tutto è funzionale a un messaggio morale che appare fin troppo evidente. E quando un romanzo vuole insegnare più di quanto vuole emozionare, il risultato è inevitabilmente freddo. La lingua poi, tanto celebrata, è un altro punto che non mi ha mai convinto. Manzoni ha sciacquato i panni in Arno, certo, ma forse li ha anche stirati, piegati e riposti in un armadio di cristallo. Ogni frase è perfetta, pulita, ordinata, ma manca di quella vitalità che rende un testo vivo. È una lingua che non respira, che non rischia, che non sorprende.
È come se Manzoni avesse paura di sporcare la pagina, di lasciarsi andare, di concedersi un guizzo. Tutto è controllato, misurato, calibrato. E alla lunga, questa perfezione stanca. Non c’è la potenza visionaria di Dante, non c’è la ferita aperta di Leopardi, non c’è la modernità inquieta di Pirandello. C’è un ordine quasi catechistico, un senso di compostezza che finisce per soffocare l’emozione. E poi c’è la famosa Provvidenza, che interviene come un deus ex machina a rimettere tutto in ordine. È un’idea nobile, certo, ma narrativamente pesante. Ogni volta che qualcosa accade, il lettore sente la mano dell’autore che guida, corregge, indirizza. Non c’è spazio per il caso, per l’imprevisto, per la complessità umana.
Tutto deve tornare, tutto deve avere un senso morale. E questo, alla lunga, toglie profondità ai personaggi e alla storia. Per questo dico che Manzoni ha millantato credito, o meglio: gli è stato attribuito un credito enorme che non sempre corrisponde alla sua capacità di coinvolgere. È diventato un simbolo più che un autore, un obbligo più che un piacere. Lo si cita come esempio di perfezione, ma raramente lo si legge per passione. È un gigante, sì, ma un gigante di marmo. E il marmo, per quanto bello, resta freddo. Io non mi sento meno italiano per dire che Manzoni non mi piace.
Anzi, mi sembra un atto di onestà intellettuale. La letteratura dovrebbe essere un incontro emotivo, non un dovere patriottico. E se un autore non riesce a parlarmi, nonostante la sua grandezza storica, non vedo perché dovrei fingere il contrario. Manzoni resterà sempre lì, nel suo piedistallo, ma io preferisco gli scrittori che sanno scendere tra la gente, che sanno sporcare la pagina, che sanno far vibrare qualcosa dentro. E Manzoni, almeno per me, non ci è mai riuscito.