IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Referendum e democrazia

Galileo Galilei

Galileo Galilei

di Paolo Protopapa

Uno dei problemi basilari del diritto è di essere un sapere talmente pratico e concreto da postulare, paradossalmente, molta teoria. Infatti – e questa è intelligenza soprattutto filosofica – disciplinare i fatti particolari della vita di una comunità implica la luce della mente per elevare tali fatti, onde risolverli, all’universalità. D’altra parte, tutto ciò che sta sotto i nostri occhi, (il particolare empirico) è, allo stesso tempo, ciò che sta sotto gli occhi degli altri (l’universale astratto). Perciò uno scienziato fisico-matematico come Galileo Galilei ed un filosofo idealista come F.W. Hegel dicono, rispettivamente: 1) “I sensi sono carichi di teoria” e 2) “Il vero concreto è l’astratto”.

Questa premessa giova a farci capire che nessuna particolare forma di sapere, neanche di singola specializzazione o di singola disciplina conoscitiva, è priva della nostra possibilità di comprensione. Per paradosso possiamo affermare che “gli uomini sanno prima ancora di conoscere”; nel senso che l’intuizione di un problema è alla radice e, quindi, ‘prima facies’ di conoscenza primitiva. Ma si tratta pur sempre della iniziale conoscenza di quel problema specifico. Al quale, ovviamente, si devono accompagnare varie tappe di un ulteriore e perfezionabile processo di più approfondita conoscenza.
Tutta questa premessa per farci capire, per esempio, che, secondo l’acuta affermazione di Leonardo diciamo che: “la sperienza di tutte le conoscenze è madre”. Che, dunque, è il fare, la prassi, l’agire strumentale, l’applicazione concreta ecc. la chiave del nostro umano talento, sia soggettivo, sia collettivo. Sicché la politica, con le sue istituzioni e le decisioni pubbliche con le loro procedure, si realizzano e si perfezionano non nella pura astrattezza dei (cosiddetti) professori o esperti, ma nell’insieme dei provvedimenti che noi, comunità agente, assumiamo nelle nostre letture e reciproche relazioni. Se, dunque, non comprendiamo la complessità della scelta cui siamo chiamati, sappiamo però (e intuiamo chiaramente) quanto quel determinato tema e problema sia in particolare o in generale funzionante o non funzionante. E in che modo noi e i prossimi, ai quali afferiamo direttamente o indirettamente, risultino positiviti o negativi, restino immodificabili o utilmente integrativi e migliorabili. Specialmente per quel ‘work in progress’ che è ogni sana e dinamica democrazia.

Nessuna certezza ci può confortare, nessuna incertezza ci deve mortificare. Abbiamo il giusto talento umano di imparare, capire, scegliere. Se dovessimo aspettare passivamente e affidarci vilmente ‘in toto’ alle sapienze altrui, dovremmo aspirare alla tecnocrazia platonica, cioè ad una Repubblica di filosofi che, sostituendosi a noi, sceglierebbe al nostro posto. Se, invece, scegliessimo la democrazia degli uguali, ci accontenteremmo della fallibilità correggibile, modificabile, perfezionabile dei comuni mortali.
Per riparare un rubinetto, continueremo a chiameremo l’idraulico, cioè uno specialista competente. Per riparare, invece, i comportamenti umani e i guasti sociali e per disegnare una prospettiva di civile convivenza avremo bisogno di molti, troppi ‘idraulici’ messi insieme. Addirittura ci occorrerebbe una intera classe dirigente ricca di competenze pratico-tecniche, ma anche di virtù morali e di equilibrio diffuso. Ci sono professori pieni di erudizione, di cognizioni, di nozioni elaborate, ma pessimi o mediocri comunicatori educanti.
Ci sono soldati attrezzatissimi, versatili, ma incapaci nel dirigere altri soldati. Abbondiamo di politici loquaci e rassicuranti, fornitissimi di parole suadenti, ma inetti, deboli ne comunicare e appassionare alla ricerca. Disponiamo di giudici con interi codici e pandette in mente, ma autoritari e presuntuosi, e, dunque, poco equilibrati. Ecco perché ancora oggi La Politica di Aristotele, col suo sano e antico realismo è preferibile all’obsoleto e antidemocratico assolutismo platonico. Perché, infatti, l’utilità e la competenza tecnica devono essere mediate dal buon senso e da quella che il grande Jürgen Habermas definiva “razionalità procedurale”. E questa virtù non ci viene da nessun arcigno e moralistico custode della Costituzione. La quale è il prodotto di un processo storico ed è un artefatto sia politico, sia etico. Istituto modificabile e migliorabile, giammai ibernabile nel tessuto morto e conservativo dei retori. E neppure esposto agli avventurieri di un repellente Stato autocratico ed affidato ai cosiddetti ‘pochi ma buoni’. Perciò la democrazia è arte e costume, quindi esercizio e sfida difficili. Difficili e coraggiosi, perché non ci conforta né col giudice delle carriere, né con l’ariete sbrigativo del potere. Tranne il potere sovrano di un “popolo di cittadini” (O. Polito) che al giudice e al politico chiede di rispettarlo con meno demagogia e più democratico ossequio e servizio civile.

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