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Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: una spiegazione tecnica, imparziale e centrata sugli effetti operativi nella magistratura

Legge Aula di tribunale

di Pompeo Maritati

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si inserisce in un dibattito lungo decenni, che riguarda la struttura stessa della giurisdizione italiana e il rapporto tra magistratura requirente (pubblici ministeri) e magistratura giudicante (giudici). Attualmente, la Costituzione prevede un’unica magistratura, con un unico concorso di accesso, un’unica carriera, un’unica formazione iniziale e un unico organo di autogoverno: il Consiglio Superiore della Magistratura. PM e giudici condividono dunque lo stesso status, pur svolgendo funzioni diverse e pur essendo sottoposti a vincoli che limitano il passaggio da una funzione all’altra. Il referendum propone di introdurre una separazione netta: due carriere distinte, due concorsi separati, due percorsi formativi autonomi e soprattutto due organi di autogoverno differenti. L’obiettivo dichiarato dai promotori è rafforzare la terzietà del giudice nel processo penale, eliminando ogni possibile “vicinanza culturale” con il pubblico ministero, che nel processo è parte accusatoria. Secondo questa visione, l’attuale unità delle carriere potrebbe generare, almeno in astratto, un senso di appartenenza comune che rischia di incidere sulla percezione di imparzialità del giudice, anche se non necessariamente sulla sua effettiva indipendenza. La separazione delle carriere, in questa prospettiva, renderebbe più chiaro il ruolo di ciascun attore: il PM come parte che sostiene l’accusa, il giudice come arbitro terzo, senza alcuna sovrapposizione istituzionale o culturale.

Tuttavia, questa proposta incontra anche posizioni critiche, che non contestano il principio della terzietà, ma temono che la separazione possa alterare l’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato. La Costituzione italiana ha voluto un pubblico ministero indipendente dal potere esecutivo, proprio per evitare che l’azione penale potesse essere orientata da interessi politici. Secondo i contrari, la separazione delle carriere potrebbe essere il primo passo verso un modello in cui il PM, pur formalmente autonomo, diventi più esposto a pressioni esterne, soprattutto se accompagnata da modifiche al sistema di nomina del CSM. In questa visione, l’unità della magistratura non è un ostacolo alla terzietà, ma una garanzia contro il rischio di interferenze politiche. Il dibattito, dunque, non riguarda solo l’assetto interno della magistratura, ma il delicato equilibrio tra indipendenza, autonomia e responsabilità, che costituisce uno dei pilastri dello Stato di diritto.

Dal punto di vista tecnico-operativo, la separazione delle carriere comporterebbe una riorganizzazione profonda del sistema giudiziario, con effetti immediati e altri di lungo periodo. Attualmente, il CSM è l’organo di autogoverno unico per giudici e PM: decide su nomine, trasferimenti, valutazioni di professionalità e procedimenti disciplinari. Con la separazione, sarebbe necessario istituire due CSM distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Questo implica la creazione di due strutture amministrative autonome, con regolamenti, criteri di valutazione e procedure disciplinari differenziate. Ma il punto più delicato riguarda il metodo di nomina dei nuovi CSM, che nel dibattito politico e giuridico è considerato un elemento decisivo per valutare l’impatto della riforma. Oggi il CSM è composto da membri togati (magistrati eletti dai magistrati) e membri laici (eletti dal Parlamento). La riforma collegata alla separazione delle carriere prevede che ciascun CSM abbia una composizione simile, ma con un peso potenzialmente diverso dei membri laici, e soprattutto con un sistema di nomina che potrebbe aumentare l’influenza del Parlamento e quindi dei partiti politici. I sostenitori della separazione ritengono che un maggior peso dei membri laici possa ridurre il potere delle correnti interne alla magistratura, favorendo una maggiore trasparenza e un controllo più equilibrato. Secondo questa visione, due CSM separati e con una componente laica più forte garantirebbero un sistema meno autoreferenziale, più aperto alla società e più responsabile. I critici, invece, temono che un aumento del peso dei membri laici possa tradursi in una maggiore influenza politica sull’autogoverno della magistratura, soprattutto sul CSM dei pubblici ministeri.

In questa prospettiva, la separazione delle carriere, combinata con un nuovo sistema di nomina dei CSM, potrebbe indebolire l’indipendenza del PM, rendendolo più vulnerabile a pressioni esterne, soprattutto nei procedimenti che coinvolgono la pubblica amministrazione o la criminalità organizzata. Un altro aspetto operativo riguarda il concorso di accesso. Oggi magistrati giudicanti e requirenti entrano tramite lo stesso concorso, con una formazione comune e la possibilità di scegliere la funzione dopo il tirocinio. Con la separazione, occorrerebbero due concorsi distinti, con programmi differenziati e percorsi formativi separati. Questo potrebbe portare a una maggiore specializzazione, ma anche a una minore flessibilità del sistema. Attualmente, la possibilità di passare da una funzione all’altra consente di riequilibrare gli organici in caso di carenze improvvise; con la separazione, questo meccanismo verrebbe meno, rendendo più complessa la gestione delle risorse umane. Dal punto di vista del processo penale, la separazione delle carriere non modificherebbe direttamente le norme del codice, ma potrebbe incidere sulla cultura professionale dei magistrati.

I sostenitori ritengono che un PM con una carriera autonoma svilupperebbe una cultura più simile a quella dell’avvocatura, orientata al contraddittorio e alla dialettica processuale, mentre il giudice, libero da ogni legame istituzionale con il PM, sarebbe percepito come più imparziale. I critici, invece, temono che la separazione possa creare due “corpi” professionali troppo distanti, con il rischio di conflitti istituzionali o di una minore collaborazione nelle fasi preliminari delle indagini. Infine, la separazione delle carriere avrebbe un impatto anche sulla formazione. Oggi la Scuola Superiore della Magistratura forma insieme giudici e PM, favorendo un linguaggio comune e una visione condivisa del ruolo della magistratura. Con la separazione, sarebbe necessario creare percorsi formativi distinti, con il rischio di una divergenza culturale significativa tra le due funzioni. Questo potrebbe essere un vantaggio in termini di specializzazione, ma anche un limite in termini di coesione del sistema.

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, dunque, non riguarda solo un aspetto tecnico della giustizia, ma tocca il cuore dell’assetto costituzionale italiano e il delicato equilibrio tra indipendenza, terzietà e controllo democratico. Le posizioni favorevoli vedono nella separazione un passo necessario per rafforzare il principio del giusto processo, rendendo più chiara la distinzione tra chi accusa e chi giudica, e ritengono che due carriere autonome, insieme a due CSM distinti, possano migliorare la trasparenza, ridurre il peso delle correnti e aumentare la fiducia dei cittadini nella giustizia. Le posizioni contrarie, invece, temono che la separazione, combinata con un nuovo sistema di nomina dei CSM, possa indebolire l’indipendenza del pubblico ministero, aprendo la strada a un suo possibile assoggettamento al potere politico, e ritengono che l’attuale sistema, pur perfettibile, garantisca già la terzietà del giudice attraverso le norme processuali e le garanzie costituzionali. Entrambe le visioni si confrontano su un terreno complesso, dove non esistono soluzioni semplici e dove ogni modifica deve essere valutata con attenzione, considerando non solo i principi astratti, ma anche le conseguenze pratiche sull’organizzazione della giustizia.

Il dibattito, per essere serio e costruttivo, deve tenere conto della realtà operativa degli uffici giudiziari, delle esigenze di efficienza, della tutela dei diritti degli imputati e delle vittime, della necessità di garantire un equilibrio tra poteri dello Stato e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Qualunque sia l’esito del referendum, sarà fondamentale accompagnare la discussione con un confronto tecnico approfondito, capace di superare le contrapposizioni ideologiche e di mettere al centro il funzionamento concreto della giustizia. La separazione delle carriere non è di per sé né una panacea né un pericolo assoluto: è una scelta di modello istituzionale che richiede consapevolezza, prudenza e una visione chiara del ruolo che la magistratura deve svolgere in una democrazia costituzionale. In questo senso, il referendum rappresenta un’occasione importante per riflettere sul futuro della giustizia italiana, sulle sue criticità e sulle sue potenzialità, e per costruire un sistema che sia al tempo stesso indipendente, efficiente e rispettoso dei diritti di tutti.


1 ha pensato a “Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: una spiegazione tecnica, imparziale e centrata sugli effetti operativi nella magistratura

  1. Egregio prof Maritati, la ringrazio per avere pubblicato il suo commento in un momento nel quale si e’ aperta una voragine nella testa degli italiani: la voragine della perdita della ragione. Si commenta, si parla del referendum come di una guerra fra bande fra quelli che vogliono abbattere il presidente del consiglio e il governo da lei presieduto e fra quelli che li vogliono proteggerlo. Tutto questo con il referendum non centra proprio: invito da parte mia a cercare di conoscere gli elementi qualificanti il referendum e poi decidere. Mi si dice che ormai la politica si è impadronita del meccanismo referendario e tutto si risolve come se fosse una elezione politica. Lei riporta con il suo scritto il referendum alle sue posizioni naturali cioè di un tentativo di modificare l’assetto della magistratura in una condizione migliore. In questa guerra ho rischiato di perdere amicizie che durano da anni proprio perché non si ragiona più ma si discute sull’onda della emotività e questa è la cosa più brutta che possa accadere. Comunque la ringrazio per la sua pacata dissertazione

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