IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Relativamente alla Notte della Taranta

di Rocco De Santis

Un giorno qualcuno prese Uccio Aloisi, ovvero un contadino votato al canto, come quasi tutti i contadini di un tempo, e se lo portò su di un palco. Da quel momento la musica tradizionale perse definitivamente il contatto con la terra, ispiratrice e ragion di vita di quella musica. Giusto per ricordare ai puristi della tradizione, che la tradizione è da parecchi decenni che ha perso l’innocenza.

Poi, siccome siamo abitudinari, la tradizione è un format che ci piace moltissimo, quindi ci sono i puristi della Notte della Taranta “tradizionale” quella delle prime edizioni. “Eh, non c’è più la Notte della Taranta di una volta! …” che poi vorrei sapere quale sarebbe la Notte della Taranta di una volta. Quella di Milesi, sinfonica? Quella di Zawinul, electronic jazz? Quella di Copeland, rock? O quella di Einaudi, new age? Ah già, c’è pure quella di Sparagna, con tutti quelli organetti, forse quella più vicina, per gusto, alla tradizione, che comunque come abbiamo detto tradizione più non è.

Se invece dobbiamo fare una considerazione prettamente musicale, sicuramente le edizioni di questa kermesse che sono piaciute ai più, sono state quelle più banali, più scontate. Ma d’altronde è scontato dire che gli intenditori di musica siano una minoranza, così come gli intellettuali e i liberi pensatori. E a proposito, dico anche che dove si accalcano folle sterminate, solitamente regna il pensiero unico.

Giacché mi trovo, voglio anche spendere qualche parola riguardo alla scaturigine dell’idea Notte della Taranta.
Negli anni 90, mio fratello Gianni e io, insieme ad altri amici, Mario Spagna e Teodoro Foggetti, suonavamo e cantavamo liberamente al Mocambo, con il beneplacito dello straordinario e indimenticabile Vito Maniglio, titolare di quella mitica trattoria di Sternatia.

Il primo Mocambo si trovava in via Roma, di fronte al tabacchino e di fianco a quella che un tempo era la casa de lu bonanima de lu Cucuraci, che a suo tempo aveva venduto il Perdisimente a mio padre, Cesare De Santis, noto soprattutto ai cultori della “Glossa”, per le sue poesie. Il Perdisimente era una campagna ricca di rocce affioranti o sottostanti a un palmo di terra (li cuti), dove seminare a casaccio non conveniva: appunto, si perdeva la semente… Di contro, seminando o piantando nei posti giusti, ti donava frutti straordinari. Ormai di quel campo rimane ben poco, poiché la maggior parte della sua area è sepolta sotto la Statale 16, e la restante è sede di abitazioni.

Ora che c’entra il Perdisimente? È presto detto. Vito Maniglio, a sua volta, comprò da mio padre un pezzo di quel Perdisimente, per farvi sorgere il nuovo Mocambo, poiché la vecchia sede era troppo stretta per soddisfare l’affluenza sempre più numerosa di clienti. Il passaggio al nuovo locale, combaciava con il primo vagito della Notte Della Taranta, la cui gestazione si era completata tra il vecchio e il nuovo Mocambo.
Più di qualche volta, l’amico Massimo Manera, tra gli ideatori dell’evento in questione, ha giustamente menzionato questo locale quale tempio propiziatorio alla suddetta idea, salvo poi dimenticarsi, spero non intenzionalmente, di menzionare gli officianti in quella chiesa dentro cui l’idea maturava. L’eucarestia, erano le ottime pietanze di Vito e sua moglie Carmen; il sangue di Cristo, era il buon vino servito a fiumi; la liturgia, però, veniva officiata da Gianni e Rocco De Santis.

Solitamente ci ritrovavamo ogni venerdì sera. In quegli anni era piuttosto insolito trovare gente che suonava nelle trattorie della nostra provincia, e soprattutto in modo libero e spontaneo e in griko, ma non solo. Cosicché piano piano si andava selezionando un certo tipo di clientela (ovviamente quelli a cui dava fastidio non tornavano più). E pian piano si spandeva la voce anche tra i musicisti, per prima a quelli di nostra conoscenza, e via via, con il passaparola, ad altri che erano in cerca di uno spazio votato al convivio e alla libera espressione artistica e popolare. Così si andavano unendo a noi, quando gli Alla Bua, quando gli Zoè, quando i Menamenamò; a volte Claudio Giagnotti Cavallo dei primordi, a volte componenti degli Argalìo, dei Ghetonìa e tantissimi altri.

E poi gli amici di Astragali, Fabio Tolledi e il suo gruppo, serate indimenticabili…Fior di intellettuali, Salvatore Colazzo, Mimma Muci, Fulvio Palese (tra l’altro straordinario sassofonista) e la giovanissima Ada Manfreda. Il mai abbastanza ricordato Antonio Verri, Aldo Bello, Antonio Errico, Fernando Bevilacqua. L’antropologo della trance, il francese George Lapassade. Quanta gente straordinaria passava dal Mocambo! Non posso certo dimenticare il mio primo incontro con Mino De Santis Uno Nessuno Centomila… Infine, ma non per ultimi, l’allora giovane sindaco di Sternatia, mio vecchio compagno di scuola, Massimo Manera; Sergio Blasi, divenuto di lì a poco sindaco di Melpignano; Lucio Meleleo , sindaco di Cutrofiano. Giovani e lungimiranti politici che hanno colto e rilanciato quanto di meraviglioso stava accadendo al Mocambo.

Ricordo che Sergio Blasi, allora, conduceva un programma settimanale che trattava di musica rock in una radio locale, di cui purtroppo non ricordo più il nome. Una sera ci volle portare in radio, e per l’occasione, straordinariamente, dedicò una puntata alla world music, di cui conservo una registrazione in nastro datami dallo stesso Sergio Blasi. Quella sera, io e Gianni suonammo e cantammo in diretta live alcune nostre canzoni in griko. Massimo Manera, qualche anno prima, precisamente nel ’90, mi aveva mandato da Bologna, dove allora viveva, un biglietto con sentite parole di ringraziamento, in seguito a una trasmissione su Rai Uno in cui avevo partecipato cantando un paio di mie canzoni in griko. La trasmissione si chiamava “Ciao Italia”, trattava di turismo e cultura ed era collegata, in qualche modo, ai mondiali di calcio che in quell’anno si svolgevano in Italia.

Ora, non credo di dire una castroneria affermando che senza di me e di mio fratello Gianni la Notte Della Taranta non sarebbe esistita. Indubbiamente, noi siamo stati l’enzima, l’humus creativo che ha permesso che l’idea maturasse. Questa moltitudine di musicisti, intellettuali e artisti vari che approdavano al Mocambo, grazie al “qui si può”, hanno dato spunto all’idea di questa serata fatta di concerti, cosiddetti a “ragnatela”, nei vari paesi della Grecìa Salentina, da parte dei gruppi più importanti di musica popolare, tra cui il nostro, Avleddha, che si distingueva dagli altri gruppi per il repertorio interamente in griko e interamente ex novo.

Al termine di questi concerti ― questa era l’idea ― tutti i musicisti coinvolti, sarebbero confluiti in un’unica piazza per inscenare un grande concerto finale, tutto nella stessa serata, nella stessa notte. Ricordo le cene in cui ci si ritrovava per immaginare, sognare, quello che poi si sarebbe realizzato; una cena in particolare, a casa di Sergio Blasi. La Notte della Taranta è stata un’idea meravigliosa, nata sotto le migliori intenzioni, all’insegna, sì, della tradizione, ma con in sé, all’origine, il germe della contaminazione. Per primo, la reciproca contaminazione tra i vari interpreti locali, e poi la contaminazione e reinterpretazione da parte del Maestro concertatore, musicista esterno proveniente da altre culture ed esperienze musicali. C’è da aggiungere, che la polemica, anche feroce, ha da sempre accompagnato questo festival, già dalla prima edizione. Dunque, oggi nulla di nuovo. Peraltro, molti polemisti della prima ora, dopo vere e proprie battaglie contro, alla fine ci si sono comodamente accasati alla kermesse, rivestendo ruoli di primo piano. Io, con il mio gruppo Avleddha, ci ho partecipato fino al 2007, soprattutto nei concerti a ragnatela, ma talvolta anche come apertura del Concertone e come ospite, insieme a Gianni, sul palco di Melpignano. Poi non mi sono più sentito rappresentato e, ancor più, ho capito di non rappresentare più quello che la Notte della Taranta era diventata. Gianni, invece, ha continuato a esserci con il gruppo Su’D’est, da lui fondato in quel frangente.

Quello che alla fine di questa lunghissima dissertazione voglio fare, è un appunto: nel 2015, a novembre, moriva Gianni De Santis, come già detto, innegabilmente, insieme al sottoscritto, enzima di quel che sarebbe stato. Ma anche stretto collaboratore degli organizzatori del festival, soprattutto per la cura della dizione del grico nei canti assegnati agli ospiti esterni, e non solo. Mi sarei aspettato che l’edizione del 2016 venisse dedicata a lui, così come si era fatto per i compianti: Uccio Aloisi, Pino Zimba, Sergio Torsello e Franco Corlianò. Invece, silenzio assoluto. Perché? Mi piacerebbe che qualcuno mi desse una risposta.

Il cantautore griko Rocco De Santis
Il cantautore griko Rocco De Santis

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