IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Riflessioni sull’intervento di Pompeo Maritati – Il grande inganno finanziario: perché gli Stati non sono più sovrani tenuto il 27 novembre 2025

IL GRANDE INGANNO FINANZIARIO - un libro di Pompeo Maritati

di Mariella Totani


L’intervento di Pompeo Maritati tenuto il 27 novembre nell’ambito dell’UNITRE Lecce, si è sviluppato come un lungo filo narrativo che attraversa la storia economica e politica del Novecento fino ai giorni nostri, con l’obiettivo di mostrare come gli Stati abbiano progressivamente perso la loro sovranità a favore di un potere finanziario globale che si è imposto come forza dominante. La tesi centrale è che la politica, da guida autonoma e responsabile, si sia trasformata in esecutrice di decisioni prese altrove, spesso in sedi opache e lontane dal controllo democratico. Questa trasformazione non è avvenuta improvvisamente, ma è il risultato di un processo storico che ha visto la finanza assumere un ruolo sempre più centrale, fino a condizionare le scelte dei governi e la vita dei cittadini.

Il primo nodo affrontato riguarda il debito pubblico, che Maritati descrive come lo strumento principale attraverso cui i mercati finanziari esercitano il loro potere sugli Stati. In origine, il debito era concepito come un mezzo per finanziare lo sviluppo, gli investimenti, le infrastrutture, ma nel tempo si è trasformato in una leva di controllo politico. I titoli di Stato, le agenzie di rating, i mercati internazionali sono diventati i giudici supremi delle politiche nazionali, imponendo vincoli e condizioni che spesso non rispondono alle esigenze dei cittadini, ma agli interessi di chi detiene il capitale. In questo modo, la politica si trova costretta a seguire linee di austerità o di spesa dettate dall’esterno, perdendo la capacità di decidere in autonomia. È qui che Maritati introduce il concetto di “grande inganno”: la finanza moderna ha creato un sistema in cui la ricchezza non corrisponde più a un valore reale, ma a una costruzione virtuale, autoreferenziale, che si alimenta di speculazioni e strumenti complessi, lontani dall’economia produttiva. Questo inganno consiste nel far credere che la ricchezza finanziaria sia sinonimo di benessere, quando in realtà essa può generare instabilità, dipendenza e disuguaglianze.

Per rendere più chiaro questo meccanismo, Maritati richiama esempi storici e comparativi. Negli anni Ottanta, con la deregolamentazione dei mercati finanziari negli Stati Uniti e in Europa, si assistette a una vera e propria rivoluzione: il capitale poteva muoversi liberamente, senza più vincoli nazionali, e gli Stati si trovarono a competere tra loro per attrarre investimenti, spesso rinunciando a parte della loro sovranità fiscale e normativa. Il caso emblematico fu quello della crisi del debito in America Latina, dove il Fondo Monetario Internazionale impose politiche di austerità che ebbero conseguenze devastanti sulla popolazione. Ma anche in Europa, con la nascita dell’Unione Monetaria, gli Stati membri accettarono di rinunciare a strumenti fondamentali di politica economica, come la sovranità monetaria, affidandosi a regole comuni che spesso rispondevano più alle esigenze dei mercati che a quelle dei cittadini.

La riflessione si sposta poi sul ruolo delle istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale, che intervengono nelle crisi economiche imponendo regole e condizioni. Maritati sottolinea come gli Stati, pur mantenendo formalmente la loro indipendenza, si trovino di fatto vincolati da pressioni esterne che limitano la loro capacità di decidere autonomamente. Questo porta a una situazione paradossale: i governi, eletti dai cittadini, non possono attuare politiche libere perché devono rispondere a vincoli imposti da organismi che non hanno la stessa legittimazione democratica. È un tema che Maritati affronta con forza, denunciando la distanza tra la politica e i cittadini, una distanza che si traduce in sfiducia, disillusione e perdita di senso della partecipazione democratica.

Un altro passaggio centrale riguarda la responsabilità della politica. Maritati non si limita a denunciare il potere della finanza, ma mette in evidenza come i governi abbiano accettato questa subordinazione, rinunciando a difendere la sovranità nazionale e la dignità dei cittadini. La politica, anziché essere guida e regolatrice, si è trasformata in esecutrice di decisioni prese altrove. Questo processo è descritto come una crisi etica: la politica non è più il luogo della responsabilità e della rappresentanza, ma un apparato che si limita a gestire vincoli e imposizioni. Maritati invita a riflettere su questa trasformazione, perché senza una politica forte e autonoma non può esistere una democrazia autentica.

La parte finale dell’intervento è dedicata alla proposta culturale ed etica. Maritati sostiene che la soluzione non può essere solo economica o tecnica, ma deve essere innanzitutto culturale. Serve una presa di coscienza collettiva, un ritorno ai valori della responsabilità, della trasparenza, della dignità. Solo comprendendo i meccanismi della finanza globale si possono recuperare spazi di libertà e di sovranità. È un invito alla consapevolezza, alla formazione, alla capacità critica. Maritati insiste sul fatto che senza un cambiamento culturale profondo, gli Stati continueranno a essere prigionieri di un sistema che li rende dipendenti e fragili.

Il discorso, nel suo insieme, si presenta come una denuncia lucida e appassionata del dominio della finanza sulla politica. Non è un’analisi fredda, ma un racconto che intreccia dati, riflessioni, esempi, e che mira a scuotere le coscienze. Maritati non si limita a descrivere i meccanismi economici, ma li interpreta come un problema di civiltà: la libertà degli Stati e dei cittadini è minacciata da un sistema che privilegia il profitto virtuale rispetto al bene comune. La sua voce è quella di chi vuole restituire dignità alla politica, ricordando che senza sovranità non può esserci democrazia, e senza democrazia non può esserci libertà.


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