Rischio neo-nazi-fascista e gioco democratico
Mi pare senz’altro giusto essere preoccupati per la strada intrapresa da certi governanti indocili al dettato e allo stile costituzionale di una Repubblica democratica e antifascista come la nostra, nella quale i comunisti, protagonisti antifascisti del riscatto nazionale, vengono platealmente scherniti e insultati. Giova, tuttavia, avanzare una piccola riserva. Ossia quella di assumere l’impegno pubblico, politico e etico insieme, di scandagliare metodologicamente e con scrupolo lo spazio semantico riferibile ai soggetti a rischio democratico che da un triennio governano “questo nostro povero paese”.
Solo così – una volta definita, nel senso etimologico della fissazione dei confini – l’area del negativo ideologico tendenzialmente autoritario (assai pericoloso per la nostra democrazia), potremmo ipotizzare correttamente la verifica del più generale carattere degli introiettatori delle esperienze del ‘mussolinismo e dell’hitlerismo’ del passato nella dimensione del “neo”. Precisazione importante, quest’ultima, poiché indica un campo prospettico ‘de iure condendo’, che deve badare al controllo delle inedite forme che l’eversione di destra, oggi diffusa, può assumere nell’agone civico.
Ci pare, tuttavia, che l’area ideologica alla quale ci riferiamo, non solo sia troppo ampia (e sfugga ad una semantizzazione congrua), ma costituisca pur sempre l’espressione rappresentativa di una maggioranza elettorale almeno esteriormente e formalmente legale. Ciò in considerazione del fatto che, quali che siano le restrizioni e i limiti del gioco democratico e delle procedure elettive – in particolare e soprattutto la distinzione tra politica, morale e apparato formale-ordinamentale degli ambiti di responsabilità (il complesso delle istituzioni del diritto pubblico) – in democrazia i diritti civili di libertà, data la loro qualità tutoria, debbano restare cogenti e prescrittivi.
Ed è proprio questa protezione progressiva che implica l’ineludibile differenza tra regimi autocratici, in cui la decidibilità (pseudo)etica è ‘extra legem’, e, invece, l’ampia sfera della decidibilità democratica rigorosamente ‘in lege’. Il che significa che il cittadino democratico di sinistra, rispettoso e custode zelante della Costituzione, non ha nessun foro, né interno né esterno diverso dalla legge per sentenziare in ordine alle intenzionalità eversive, di qualunque genere esse siano. In quanto ‘civis inter cives’, ognuno di noi esprime, pertanto, attivamente la legittimazione egualitaria garantita dall’ordinamento e, nell’esercizio civico della cittadinanza, esercita la forza persuasiva ottenuta tramite il consenso.
Entrambi senza violenza. ‘Tertium non datur’. Perché? È molto interessante rifletterci. Perché la presunzione di verità etica, brandita contro chicchessia, potrebbe generare gli stessi mostri determinati dal dogmatismo opposto e specularmente contrario. Ecco perché la democrazia è consapevolmente mite (N. Bobbio) ed esercita l’intolleranza e la repressione legale solo ed esclusivamente contro gli intolleranti. Vale a dire contro ‘le bande’, i gruppi eversivi e le aree politicamente criminogene il cui comportamento è penalmente rilevante. In tal modo comprendiamo chiaramente e limpidamente perché una personalità specchiata e moralmente ferma come Gustavo Zagrebeski, di fronte alla denuncia della (ritenuta) fine della legalità democratica, ironicamente abbia invitato tutti i sinceri democratici, compreso il docile Cazzullo, a salire in montagna.
Se per fortuna non siamo in questa condizione di urgenza e di eccezionalità, dobbiamo allora restare in pianura e continuare a lottare con le armi attente e pacifiche della democrazia.