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Roberto Lai “La storia della tutela non è solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che continuiamo a fare”

Roberto Lai presso il Museo Archeologico “Ferruccio Barreca” (MAB) di Sant’Antioco, dopo un intervento tecnico sui traffici internazionali di opere d’arte e sui modelli di prevenzione nella tutela del patrimonio culturale

Di Simona Mazza

Il traffico illecito di beni culturali rappresenta oggi una delle forme di criminalità transnazionale più complesse e redditizie. Dietro la figura, ormai superata, del “tombarolo” si muovono filiere organizzate, mercati internazionali e vulnerabilità sistemiche che coinvolgono anche grandi istituzioni museali.

Abbiamo approfondito questi temi con Roberto Lai, da anni impegnato nei settori della tutela e della prevenzione, per analizzare le dinamiche tecniche che regolano scavi clandestini, circuiti di riciclaggio culturale e criticità nella protezione del patrimonio

Intervista a Roberto Lai

Roberto Lai presso il Museo Archeologico “Ferruccio Barreca” (MAB) di Sant’Antioco, dopo un intervento tecnico sui traffici internazionali di opere d’arte e sui modelli di prevenzione nella tutela del patrimonio culturale

Lei afferma che “la storia della tutela non è solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che continuiamo a fare”. Non è in contraddizione con i grandi recuperi dei Beni Culturali ?

Al contrario. I recuperi, le restituzioni e le operazioni che hanno rappresentato passaggi importanti sono risultati concreti, frutto di competenza investigativa e cooperazione internazionale. Sono tappe fondamentali e costituiscono un patrimonio di esperienza che legittima il lavoro svolto.

Tuttavia la tutela non può fermarsi alla celebrazione del passato. Il traffico illecito evolve, sfrutta nuove tecnologie, si muove in mercati sempre più interconnessi. Se la risposta istituzionale non mantiene lo stesso livello di aggiornamento e coordinamento, rischia di perdere efficacia.

La storia della tutela è dunque memoria dei risultati, ma soprattutto responsabilità nel presente.

Quando si parla di “tombaroli”, l’immaginario collettivo tende ancora a una rappresentazione folkloristica. È una visione superata?

È una rappresentazione distante dalla realtà operativa. Oggi gli scavi clandestini si inseriscono in filiere strutturate, con suddivisione di ruoli e destinazioni commerciali predefinite.

Dal punto di vista tecnico, lo scavo illegale comporta una perdita irreversibile di informazione scientifica: la distruzione del contesto stratigrafico compromette la possibilità di interpretazione storica. Il danno non è solo patrimoniale, ma conoscitivo.

Come avviene l’ingresso di un bene trafugato nel mercato ufficiale?

Attraverso un progressivo processo di perdita di tracciabilità. Passaggi intermedi, attribuzioni di provenienza parziali, intestazioni a collezioni private, trasferimenti tra giurisdizioni diverse.

Il sistema sfrutta le differenze normative e la frammentazione dei controlli. Più il bene si allontana dal luogo d’origine, più complesso diventa ricostruirne la filiera.

In passato quale ruolo hanno avuto case d’asta e musei internazionali?

In alcuni casi hanno operato con standard di verifica della provenienza che oggi non sarebbero più considerati sufficienti. L’acquisizione di opere con documentazione incompleta ha contribuito all’ingresso nel circuito ufficiale di beni di origine dubbia.

Negli ultimi anni, tuttavia, si registra un’evoluzione significativa: maggiore attenzione alla due diligence, utilizzo di banche dati condivise e collaborazione strutturata con le unità specializzate nella tutela del patrimonio culturale.

Come è stato possibile che un’istituzione come il Louvre abbia subito un furto di tale portata? Si è trattato di una falla tecnica o di una vulnerabilità sistemica?

In episodi di questo tipo raramente si tratta di un singolo errore. Più frequentemente si manifesta una combinazione di vulnerabilità. Anche le grandi istituzioni museali, per dimensioni, flussi di visitatori, complessità logistica e vastità delle collezioni, presentano criticità strutturali.

La sicurezza non è soltanto una questione tecnologica — sistemi di allarme, videosorveglianza, controlli elettronici — ma anche organizzativa: gestione dei percorsi interni, coordinamento del personale, protocolli di vigilanza, analisi preventiva del rischio.

Quando questi livelli non risultano perfettamente integrati, si creano spazi operativi sfruttabili. Un evento di tale portata evidenzia non solo una vulnerabilità materiale, ma anche la necessità di una costante revisione dei protocolli di sicurezza, che in istituzioni di rilevanza mondiale devono essere oggetto di aggiornamento continuo.

È evidente che un museo di questa importanza non può permettersi disallineamenti tra tecnologia, vigilanza e gestione operativa. Episodi simili impongono un rafforzamento strutturale dei sistemi di prevenzione.

Dal punto di vista investigativo, quali sono le criticità maggiori nel recupero di beni sottratti in un’operazione di questa natura?

Le criticità sono molteplici. Quando il furto è pianificato con finalità speculative, l’obiettivo non è solo la sottrazione ma la monetizzazione rapida. Questo può comportare la frammentazione dell’opera: elementi separati, componenti smontate, eventuali materiali preziosi immessi in canali differenti.

La dispersione avviene in tempi brevi e spesso su più giurisdizioni. Ogni passaggio riduce la tracciabilità e rende più complessa la ricostruzione investigativa. In alcuni casi, purtroppo, l’opera viene alterata o distrutta proprio per impedirne il riconoscimento e massimizzarne il valore commerciale.

Il danno più grave non è soltanto la perdita del bene, ma la compromissione della sua integrità.

Dove si gioca oggi la partita decisiva della tutela?

Nella capacità di integrare repressione, prevenzione e formazione.

La cooperazione internazionale deve essere sempre più tempestiva e armonizzata; il mercato dell’arte deve assumere una responsabilità piena nella verifica della provenienza; ma soprattutto occorre lavorare sulle nuove generazioni.

La tutela non si esaurisce nell’azione investigativa. È un processo culturale. Se non si costruisce una coscienza diffusa del valore identitario del patrimonio, il contrasto resterà sempre parziale.

La protezione dei beni culturali non è una battaglia occasionale: è un impegno permanente. Ed è nella continuità dell’azione — non nell’eccezionalità del singolo recupero — che si misura la solidità di un sistema di tutela.

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