San Corrado patrono di Noto, il santo che il Martirologio chiama beato
San Corrado Confalonieri, il santo che il Martirologio chiama beato
di Simona Mazza
A Noto San Corrado torna due volte l’anno e ad agosto la città gli cammina dietro fino a tarda sera. Eppure, dietro l’Arca d’argento e il grido dei Portatori, resta una domanda: perché il Martirologio Romano lo chiama ancora beato?
Un cavaliere, un incendio, un Crocifisso
Per capire perché, nell’ultima domenica d’agosto, un’Arca d’argento attraversi Noto per ore e alla fine risalga di corsa l’immensa scalinata della Cattedrale, oscillando sulle spalle dei Portatori mentre dalla piazza sale «Evviva San Currau», bisogna andare molto lontano dalla Sicilia, nella pianura piacentina dei primi anni del Trecento.
Noto ha appena celebrato la grande festa estiva del suo Patrono. Le Messe sono cominciate quando la città dormiva ancora, mentre arrivavano pellegrini da Rosolini, Pachino, Portopalo e dagli altri centri del territorio; il caldo eccezionale ha suggerito persino di ritardare l’uscita dell’Arca. Poi la processione, le soste, il Crocifisso, il piano alto, il ritorno verso corso Vittorio Emanuele e infine la Cattedrale.
Lì il passo cambia.

La salita di corsa
I Portatori si serrano sotto il fercolo, l’argento comincia a ondeggiare sopra le teste, la grande scalinata settecentesca si alza davanti a loro e, quasi all’improvviso, parte la corsa. L’Arca sale oscillando, apparentemente sul limite dell’equilibrio, mentre dalla piazza si alza il richiamo della folla. È probabilmente l’immagine che meglio restituisce San Corrado a chi venga a Noto durante la festa: un reliquiario monumentale portato come qualcosa di vivo.
Domani la celebrazione si sposterà verso il Lido, dove quest’anno la festa civile prosegue con il concerto di Michele Zarrillo e i fuochi sul mare; domenica 6 settembre arriverà poi l’Ottava e l’Arca tornerà per le strade. Noto possiede infatti due feste dedicate a Corrado, ciascuna seguita dalla propria Ottava. Quella del 19 febbraio ricorda la morte dell’eremita; quella dell’ultima domenica d’agosto nasce invece dal 28 agosto 1515, giorno decisivo nella storia del suo culto.
Ed è proprio questa seconda data a custodire la parte più singolare della vicenda.
Un santo venuto dal Nord
Corrado era nato intorno al 1290 nel Piacentino, con Calendasco indicata dalla tradizione locale come luogo d’origine. Apparteneva ai Confalonieri, antica casata guelfa feudataria di Calendasco, legata all’ambiente ecclesiastico e politico piacentino; membri della famiglia risultano investiti di funzioni e prerogative signorili nel territorio e il nome stesso rimanda all’antico ufficio del gonfaloniere. La madre proveniva dai Landi, altra grande famiglia dell’Italia settentrionale medievale. Fra i Confalonieri figurava inoltre Adelasia, badessa di San Siro, morta in fama di santità.
Corrado nasceva dunque dentro il mondo del privilegio, delle terre, delle armi e delle appartenenze familiari.
Poi venne una battuta di caccia.
Per stanare la selvaggina nascosta nella macchia fece appiccare il fuoco alle sterpaglie. Il vento trasformò rapidamente l’espediente in un incendio devastante che raggiunse campi, boschi e proprietà. Corrado tornò in città senza dichiarare quanto era accaduto; le autorità cercarono un responsabile e lo individuarono in un uomo estraneo ai fatti, indicato dalla tradizione come un povero contadino trovato nei pressi del luogo. Venne processato e condannato.
Quando la condanna dell’innocente stava per essere eseguita, Corrado parlò. Si presentò alle autorità, raccontò l’accaduto e affrontò il risarcimento dei danni, tanto oneroso da consumare gran parte del patrimonio familiare.
Questa parte della storia conserva una ruvidità che molti secoli di devozione avrebbero potuto facilmente levigare. Corrado arriva all’eremo dopo avere conosciuto l’errore, il timore delle conseguenze e infine la decisione di esporsi. La santità, nella sua biografia, comincia assai prima dei miracoli.
E il Crocifisso, che ancora oggi entra nell’itinerario della processione netina, riapparirà nella sua vita molto più avanti. Quando arriverà a Noto, infatti, Corrado troverà una prima sistemazione proprio presso le celle della chiesa di Santa Maria del Crocifisso, prima di allontanarsi ulteriormente dalla città.
Eufrosina e l’acqua nel paniere
Prima della partenza, però, c’è una donna.
Le biografie posteriori raccontano che Corrado fosse sposato con Eufrosina, indicata tradizionalmente come appartenente a una famiglia lodigiana, e che dopo la rovina economica seguita all’incendio entrambi avessero scelto la vita religiosa. Corrado si sarebbe avvicinato ai penitenti francescani, mentre Eufrosina avrebbe preso la strada del monastero. Le fonti più antiche dicono assai meno sul matrimonio e, proprio negli spazi lasciati vuoti dai documenti, la memoria popolare ha lavorato con particolare libertà.
Da qui arriva una delle espressioni più curiose legate al santo.
Al momento della separazione, secondo la tradizione, Eufrosina avrebbe chiesto al marito quando si sarebbero rivisti. La risposta viene tramandata attraverso una formula dialettale riconducibile a «quannu l’acqua teni ’nto panaru», quando l’acqua riuscirà a restare dentro un paniere.
L’immagine è perfetta nella sua semplicità. Il paniere intrecciato accoglie l’acqua per un istante e subito la lascia passare. Nel racconto l’incontro è dunque consegnato a una condizione impossibile, mentre nel siciliano l’acqua nel paniere è rimasta come immagine di ciò che si tenta invano di trattenere o di una promessa destinata a un tempo irraggiungibile.
La scena del paniere
La leggenda è arrivata persino sulla grande porta bronzea della Cattedrale di Noto, dove Giuseppe Pirrone ha raccontato per immagini la vita di Corrado. Tra quelle scene compaiono Eufrosina e il paniere. Un racconto trasmesso per secoli dalla voce popolare è finito così inciso nel bronzo della chiesa che custodisce il santo.
Corrado, intanto, aveva lasciato il Piacentino. Entrato nell’orizzonte della penitenza francescana, intraprese il pellegrinaggio. Le biografie accumulano tappe diverse, alcune storicamente più solide e altre appartenenti alla tradizione agiografica; alla fine, però, il viaggio conduce in Sicilia e quindi nel Val di Noto.
A Palazzolo avrebbe ricevuto un’accoglienza poco cordiale. Poi arrivò a Noto.
Era una città completamente diversa da quella che oggi porta il suo nome nelle feste e nelle processioni. Sorgeva sul monte Alveria, circa otto chilometri più a nord rispetto alla città barocca. Corrado conobbe le mura, le chiese e le strade della Noto medievale; le scalinate, le facciate color miele e le cupole settecentesche appartenevano ancora a un futuro lontanissimo.
Nella Valle dei Miracoli
All’inizio Corrado trovò riparo presso il Crocifisso. Poi la fama cominciò ad attirare visitatori e quell’uomo che aveva attraversato mezza Italia per sottrarsi alla vita mondana cercò un luogo ancora più appartato.
Scelse la Cava dei Pizzoni, oggi compresa nella contrada di San Corrado Fuori le Mura, a pochi chilometri da Noto. È una gola del paesaggio ibleo scavata nel calcare, con pareti rocciose, cavità naturali, antichi ipogei e una vegetazione mediterranea che si infila fra la pietra. Nei secoli sarebbe diventata la Valle dei Miracoli.
Dentro una di quelle grotte Corrado trascorse gli ultimi anni.
L’eremo sorto successivamente intorno alla cavità venne danneggiato e distrutto dal terremoto del 1693. La ricostruzione settecentesca, favorita anche dai Landolina, diede forma al complesso attuale e la chiesa fu consacrata nel 1759. La grotta dell’eremita rimase però il punto verso il quale tutto converge.
Ancora oggi si raggiunge il Santuario a piedi. Durante le feste gruppi di pellegrini partono anche di notte dai paesi vicini e alcuni percorrono la strada scalzi, continuando quel viaggio scausu che appartiene a molte devozioni siciliane. Chilometri di asfalto e pietra diventano parte del voto.
Ogni dieci anni persino l’Arca lascia la città e raggiunge l’Eremo durante la notte, per poi rientrare all’alba. Nel luglio del 2025 si è svolta la venticinquesima Traslazione storica. Per qualche ora il grande reliquiario d’argento torna nella cava dove Corrado aveva cercato la povertà.
Al Santuario si incontra anche una curiosità inattesa. Scendendo dalla sacrestia si trova un presepe elettromeccanico permanente, realizzato nel 1975 su una superficie di circa sessanta metri quadrati, popolato da grandi figure di cartapesta di scuola napoletana. Pochi metri separano così la grotta severa dell’eremita da questo piccolo teatro mobile della Natività.
Quanto ai miracoli, la tradizione corradiana ne possiede un repertorio vastissimo.
Pane caldo, ernie e campane
Il più famoso è probabilmente quello del pane caldo.
Corrado avrebbe ricevuto nella grotta anche il vescovo di Siracusa e gli avrebbe offerto pane appena preparato, pur vivendo in un luogo privo di ciò che normalmente serviva per impastarlo e cuocerlo. Durante la carestia del 1349 avrebbe inoltre distribuito pane ai netini che raggiungevano l’eremo.
Un altro episodio destinato ad avere una fortuna ancora maggiore riguarda il figlio di un sarto, affetto da una grave ernia e guarito per intercessione di Corrado. Da quel racconto nacque la particolare fama del santo come protettore degli erniosi.
Nel 1485, durante il processo testimoniale sul culto, furono raccolte decine di miracoli attribuiti a Corrado e una parte considerevole riguardava proprio guarigioni da ernia. Secoli più tardi Giuseppe Pitrè descriveva ancora bambini affetti da quella patologia condotti durante le feste presso il fercolo, in un intreccio fra devozione e pratiche terapeutiche tipico della cultura religiosa tradizionale.
Le antiche vite aggiungono altri episodi. Un servo che nasconde una parte del vino e viene smascherato; della carne servita di venerdì che, dopo essere stata consumata, lascia apparire lische di pesce; stormi di uccelli che seguono Corrado durante il viaggio verso Siracusa. Alcuni racconti appartengono chiaramente al grande repertorio dell’agiografia medievale, altri si sono legati in maniera così stretta alla tradizione locale da diventare quasi inseparabili dal personaggio.
Quando Corrado morì, il 19 febbraio 1351 secondo la data tradizionale, le campane di Noto e di Avola avrebbero cominciato a suonare da sole.
Fu allora che le due città corsero verso la grotta.
Un morto conteso fra Noto e Avola
Netini e avolesi, racconta l’antica Vita, volevano entrambi le spoglie dell’eremita. La scena tramandata dalle fonti possiede quasi il tono di un episodio cavalleresco, con uomini armati di lance, balestre e spade e un intervento prodigioso che avrebbe impedito qualsiasi ferimento.
Alla fine il corpo andò a Noto per essere deposto nella Chiesa Madre di San Nicolò, nella città antica.
Possedere una reliquia, nel Medioevo, significava molto. Attorno a un corpo ritenuto santo si muovevano pellegrini, offerte, prestigio civico, reputazione religiosa; soprattutto, si stabiliva una prossimità con il sacro che diventava parte dell’identità urbana. La contesa fra Noto e Avola appartiene anche a questa storia.
Avola continuò comunque a venerare Corrado. Nell’Ottocento la sua festa ospitava persino i poeti popolari, uomini spesso privi di istruzione formale che improvvisavano ottave dedicate al santo e infilavano nei versi critiche al malgoverno, ai potenti e alle amministrazioni locali. Giuseppe Pitrè racconta che quelle esibizioni diventarono a volte così mordaci da richiamare l’intervento delle autorità.
A Noto, nel frattempo, il culto cresceva rapidamente. Corrado finì progressivamente per occupare nella devozione cittadina uno spazio persino più intenso di quello appartenuto a San Nicolò, titolare della Chiesa Madre e ancora oggi della Cattedrale.
La città aveva scelto il proprio patrono.
Il problema era che Roma doveva ancora autorizzarla a venerarlo pubblicamente.
Scomunicati per San Corrado
Qui la vicenda prende una piega rarissima.
Noto tributava ormai a Corrado un vero culto pubblico e lo faceva con tale convinzione da oltrepassare ciò che l’autorità ecclesiastica aveva fino ad allora formalmente consentito. I netini finirono per incorrere in una censura ecclesiastica, ricordata dalle fonti come scomunica, proprio per il culto prestato all’eremita senza la necessaria licenza apostolica.
Intanto, nel 1485, un processo testimoniale aveva raccolto deposizioni sulla vita, sulla fama e sui miracoli di Corrado; durante una ricognizione delle spoglie, il corpo venne descritto secondo le testimonianze dell’epoca come ancora incorrotto.
Trent’anni dopo intervenne Leone X.
Il 12 luglio 1515, con il breve Exponi nobis fecerunt, il pontefice affidò al vescovo di Siracusa l’esame della questione e la facoltà di autorizzare il culto di Corrado come beato. Il 28 agosto il vicario generale Giacomo Umana eseguì il mandato pontificio nella Chiesa Madre di Noto Antica e assolse la popolazione dalla censura.
Lo stesso giorno si aprì la bara. Le cronache descrissero un corpo ancora conservato, con il capo separato; un braccio fu mostrato ai fedeli. Seguì il trasferimento verso la chiesa del Crocifisso e la tradizione registrò nuove guarigioni, ancora una volta soprattutto di erniosi.
La festa estiva conserva la memoria di quella giornata.
Febbraio appartiene alla morte di Corrado; agosto al momento in cui il suo culto, già cresciuto dentro Noto, ricevette il riconoscimento pontificio.
Santo o beato?
Ed eccoci alla stranezza che continua ancora oggi.
Nel Martirologio Romano Corrado è registrato come «beato Corrado Confalonieri da Piacenza, eremita».
Dopo il 1515, tuttavia, il suo culto continuò ad allargarsi. Nel 1544 Paolo III ne autorizzò la celebrazione in tutta la Sicilia. Qualche tempo dopo, nel 1625 Urbano VIII concesse agli Ordini francescani di celebrarne Ufficio e Messa, portando il culto ben oltre il territorio netino; nei documenti dell’epoca compare anche il titolo di Sanctus. Nel 1643 il Senato di Noto lo elesse ufficialmente patrono della città. Nel 1963 Paolo VI lo proclamò compatrono della Diocesi di Noto insieme a Maria Santissima Scala del Paradiso e nei documenti pontifici e diocesani il nome di San Corrado ricorre tranquillamente.
Dove si colloca, allora, la canonizzazione?
Un atto autonomo e successivo di canonizzazione costruito secondo la procedura moderna resta estraneo alla vicenda documentaria di Corrado. Il suo caso appartiene infatti a una fase molto più antica della storia ecclesiastica, quando il modo di riconoscere e regolare i culti stava ancora cambiando.
Per secoli la venerazione di un santo aveva potuto svilupparsi attraverso la fama locale, il consenso episcopale, le reliquie e una consuetudine liturgica consolidata. Fra Cinquecento e Seicento Roma cominciò a sottoporre queste pratiche a un controllo sempre più rigoroso, fino alla sistemazione voluta proprio sotto Urbano VIII.
Corrado si trova dentro quel passaggio storico. Il suo culto fu riconosciuto, poi esteso alla Sicilia e quindi alla famiglia francescana; i pontefici e la Chiesa netina hanno impiegato il titolo di santo, mentre il Martirologio universale conserva quello di beato.
Per questo la domanda «è santo oppure beato?» riceve una risposta meno bizzarra di quanto sembri. Nel Martirologio è beato; nella tradizione liturgica, ecclesiale e civile di Noto è San Corrado, con un culto approvato dalla Santa Sede da oltre cinque secoli. La differenza nasce dalla storia delle procedure, più che da una causa arenatasi davanti a qualche ostacolo o dalla mancanza di miracoli.
Del resto, i netini avevano risolto la questione già nel Quattrocento. E avevano persino pagato ecclesiasticamente l’impazienza.
L’Arca che passò da una Noto all’altra
Anche il corpo di Corrado ha avuto una biografia.
A Noto Antica le reliquie erano custodite nella Chiesa Madre di San Nicolò. Già nel Seicento l’Arca veniva esposta nei giorni solenni presso l’altare maggiore, sopra apparati che sottolineavano la centralità ormai raggiunta dal Patrono nella vita religiosa cittadina.
La grande Arca argentea, la cui formazione cominciò nel Cinquecento e conobbe successivi interventi, appartiene alla migliore tradizione dell’oreficeria sacra siciliana. È una struttura lignea rivestita da lamine d’argento lavorate, sostenuta nel fercolo da quattro grifoni e conclusa dalla figura del Cristo risorto. Fra il 1781 e il 1783 ricevette un importante rifacimento ad opera di maestranze argentiere.
Poi arrivò il terremoto dell’11 gennaio 1693.
Noto Antica fu devastata e la decisione di ricostruire la città più a valle produsse una frattura che oggi è difficile misurare. Significava lasciare case, chiese, tombe, strade e una geografia abitata per secoli.
L’Arca accompagnò i netini nel nuovo sito. Fu collocata nell’area destinata alla futura Chiesa Madre e la sua presenza contribuì a indicare il luogo sul quale sarebbe sorto il cuore religioso della città ricostruita.
La città barocca, in qualche modo, cominciò con il proprio morto.
Corrado, che aveva conosciuto soltanto la Noto medievale, divenne così il legame materiale fra la città sul monte Alveria e quella che stava sorgendo più a valle.
Tre secoli dopo un altro sisma avrebbe riaperto quella storia.
Il nuovo sisma
Il 13 dicembre 1990, il terremoto di Santa Lucia colpì la Sicilia sud-orientale e provocò danni strutturali anche alla Cattedrale di Noto. I pilastri che sostenevano la cupola, già segnati da antiche debolezze costruttive e appesantiti dagli interventi novecenteschi, subirono ulteriori lesioni. Negli anni seguenti entrarono in gioco anche infiltrazioni d’acqua.
La sera del 13 marzo 1996, oltre cinque anni dopo il terremoto, uno dei pilastri cedette. In pochi istanti crollarono gran parte della navata centrale, quella destra, il transetto e la cupola.
Le successive indagini mostrarono una combinazione impressionante di fragilità: pilastri settecenteschi costruiti con muratura di qualità scadente e riempimenti incoerenti, le lesioni lasciate dal terremoto del 1990, il peso delle trasformazioni introdotte nel Novecento e le infiltrazioni che avevano ulteriormente indebolito la struttura. Il sisma aveva dunque aperto e aggravato una vulnerabilità che apparteneva alla storia stessa dell’edificio.
L’Arca di San Corrado rimase recuperabile e venne trasferita nella chiesa di San Carlo, divenuta pro-cattedrale durante i lunghi anni della ricostruzione.
Il Duomo riaprì il 18 giugno 2007.
Per il ritorno dell’Arca i Portatori provarono persino la salita. Poi arrivò il giorno: il reliquiario attraversò nuovamente la piazza, raggiunse la base della scalinata e risalì di corsa verso la Cattedrale restituita alla città. Dopo il terremoto del 1693 Corrado aveva accompagnato Noto verso un nuovo luogo; dopo le ferite del 1990 e il crollo del 1996 tornava ancora una volta dentro la sua chiesa.
Nel frattempo, dall’11 al 13 marzo 1989, il corpo era stato sottoposto a un’altra ricognizione canonica. Le reliquie furono studiate anche in ambito paleopatologico e vennero realizzati approfondimenti destinati a ricostruire alcuni elementi fisici dell’uomo vissuto nel Trecento.
Quelli che portano San Corrado
Poi ci sono gli uomini che l’Arca la prendono sulle spalle.
L’attuale Società Fedeli e Portatori di San Corrado venne fondata formalmente il 19 febbraio 1947 da Paolo Bufalino insieme ad alcuni portatori. Bufalino, artigiano netino del ferro battuto, legava quel servizio anche a un voto maturato durante il periodo trascorso in Africa Orientale. Nel 1951 il sodalizio venne riordinato sotto l’autorità del vescovo Angelo Calabretta; nel 1953 arrivarono Statuto e Regolamento.
L’associazione appartiene al Novecento; il gesto è molto più antico. Già nel 1351 furono uomini di Noto, secondo la tradizione, a trasportare il corpo dell’eremita dalla Cava dei Pizzoni verso la città.
Oggi i Portatori procedono per ore sotto il pesante fercolo attraverso un’intesa fatta di passo, voce ed esperienza. Poi arriva la scalinata.
L’Arca d’argento comincia a oscillare, i grifoni si muovono sopra le teste, gli uomini serrano le spalle e partono. La lunga salita costruita nel Settecento viene percorsa di corsa fra il rumore della folla.
Altro elemento della festa
Intorno avanzano i Cilii, altra presenza inconfondibile della festa.
La loro origine viene ricondotta agli “intorci grandi” voluti nel 1620 dal canonico Pietro Ansaldo, che destinò una rendita all’acquisto di grandi ceri da portare davanti all’Arca durante la processione di febbraio. Le famiglie nobili della città fecero presto del proprio cero un segno di prestigio e l’antico intorcio si trasformò progressivamente nel grande manufatto processionale, alto oltre due metri e decorato con immagini di Corrado, dell’Arca e dei luoghi del culto.
Curiosamente, la parola “Cilio” compare nelle descrizioni scritte assai più tardi, anche attraverso Giuseppe Pitrè. Il rito aveva già una lunga storia quando il nome entrò stabilmente nella pagina.
Poi c’è il grido.
«Cu tuttu lu cori ciamamulu: evviva San Currau!»
Tradurlo serve poco. “San Corrado Confalonieri” appartiene agli atti, alle biografie e alla storia ecclesiastica; San Currau appartiene alla voce della città.
Anche la quantità di Corrado presenti nelle famiglie netine racconta la stessa appartenenza. Il patrono passa dai nonni ai figli e ai nipoti attraverso il nome, entrando nell’anagrafe insieme alla devozione.
Il santo di chi torna
La festa d’agosto possiede infine qualcosa che febbraio avverte in maniera diversa.
È anche la festa di chi torna.
Molti netini che vivono al Nord o all’estero scelgono queste settimane per rientrare e la celebrazione patronale finisce così per ricomporre, almeno per qualche giorno, la città residente e quella dispersa.
Il culto ha seguito le stesse strade dell’emigrazione. A Roma, dal 1980, una comunità organizzata di netini celebra annualmente San Corrado; nel 1992 vi arrivò per alcuni giorni perfino la reliquia del braccio. A Piacenza e Calendasco sopravvive invece la memoria della terra d’origine, mentre la concessione di Urbano VIII aveva già portato il culto nel Seicento all’interno della più vasta geografia francescana.
Corrado era arrivato in Sicilia dal Nord; nei secoli successivi i netini partiti dalla Sicilia hanno portato con sé Corrado.
Il centro, però, rimane fra la Cattedrale e quella cava di roccia sopra Noto.
Rispetto ai grandi santi della devozione internazionale, Corrado possiede una fama geograficamente più raccolta. A Noto, però, è dentro i nomi, gli ex voto, i Cilii, i pellegrinaggi, le famiglie, la porta bronzea, il dialetto, la strada percorsa scalzi verso l’Eremo e l’Arca che esce quattro volte l’anno.
E forse proprio qui si comprende meglio la singolare storia del suo titolo.
Il Martirologio Romano conserva il beato Corrado Confalonieri; Noto da secoli acclama San Corrado.
Poi arriva l’ultima domenica d’agosto. L’Arca raggiunge ancora una volta la base della grande scalinata, i Portatori prendono il passo, il fercolo oscilla e parte la corsa.
Dalla piazza sale «Evviva San Currau».
A quel punto, almeno per Noto, la questione sembra chiusa da parecchi secoli.
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