Sandro Botticelli e l’Umanesimo neoplatonico: la bellezza come via verso il divino

Sandro-Botticelli
di Lidia Caputo
I critici contemporanei hanno riconosciuto in Sandro Botticelli non solo l’artista che nel modo più sublime ha realizzato nella sua opera la concezione umanistica della Firenze medicea quattrocentesca, ma uno degli intellettuali più grandi e più puri di ogni tempo, creatore di un nuovo ideale e di un significato trascendente della bellezza.
Alla fine del XV secolo Firenze era una città fiorente e prospera, grazie ai commerci e al denaro dei banchieri. A partire da Cosimo de’ medici, la città raggiunse un enorme splendore artistico e culturale sotto il governo di Lorenzo detto il Magnifico. Alla sua corte vennero accolti gli artisti e gli intellettuali umanisti che avrebbero radicalmente trasformato il pensiero e la cultura di tutta l’Europa. Tra questi c’era Sandro Botticelli che creò opere che segnarono un punto di svolta nella storia dell’arte e della concezione filosofica , dando vita ad una nuova epoca: il Rinascimento.
Alessandro di Mariano Filipepi (Firenze 1445-1510) era il terzo figlio di un conciatore di pelli.
Dopo essere stato discepolo di Filippo Lippi, Sandro ebbe una bottega propria a Firenze; nel 1470 e nel 1472 ebbe come discepolo Filippino Lippi il cui padre era morto a Spoleto nel 1469. Tra le opere più significative di questo periodo ricordiamo il San Sebastiano del 1474 per la Chiesa di Santa Maria Maggiore.
“L’adorazione dei Magi” del 1475 è un’allegoria religiosa che esalta la grandezza culturale della dinastia medicea e del suo ruolo di artefice della rinascita della civiltà italiana: i volti dei re magi appartengono a Cosimo ed ai suoi figli Pietro e Giovanni. Compaiono anche filosofi e letterati come Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano. Non manca la figura del giovane Lorenzo il Magnifico, vestito di nero e rosso e dello stesso pittore sulla destra del quadro vestito di ocra, Si dà il caso che i Medici fossero membri della compagnia dei Magi, che sfilava a Firenze per celebrare l’importante Solennità dell’Epifania.
Nel 1478 Botticelli realizzò uno dei più grandi capolavori dell’arte mondiale: L’Allegoria della Primavera, un dipinto a tempera su tavola realizzato per la villa medicea di Castello, ora conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze. ’E un’allegoria da interpretare in chiave neoplatonica: essa celebra l’amore, la fertilità, la rinascita, grazie alla funzione pedagogica della bellezza che non è solo un valore estetico, ma soprattutto una potenza spirituale in grado di elevare l’Umanità verso la bellezza divina.
L’ Allegoria della Primavera, ispirata alla descrizione di Lucrezio nel De rerum natura, ed alla rappresentazione della ninfa Chloris nei Fasti d’Ovidio, tramite le Stanze del Poliziano, costituisce uno dei massimi vertici artistici di Botticelli per l’intensità d’ispirazione e l’armonia compositiva del dipinto i cui le varie figure interagiscono in modo sublime tra di loro e con la natura circostante. L’unità della composizione è costituita dalla mitica evocazione di Venere genitrice che sprigiona un’energia sovrumana, ella rappresenta l’Humanitas da cui tutte le altre figure sono indotte a rinascere in una nuova dimensione spirituale e intellettuale. ‘E un dipinto pieno di allegorie e di simboli.
I fiori, sparsi in tutto il giardino, sull’abito di Flora e di Venere sono un simbolo universale di eterea bellezza, Ricordano anche Firenze, la città dei fiori, che fa rifiorire la bellezza classica. Le centinaia di esemplari di fiori, erbe , alberi ed ortaggi presenti nella tela sono anche simboli d’amore. La margherita indica l’amore corrisposto, la viola il fiore mistico, sacro a Venere, il giacinto il fiore nuziale.
Le tre Grazie rappresentano l’amore spirituale, ma al contempo hanno una bellezza sensuale, scevra, tuttavia, da ogni elemento libidinoso. Esse sono la Castitas, la Pulchridudo e la Voluptas. L’ultima che era un tabù per la cultura medievale assume un valore positivo, come forza fecondatrice e generatrice di una nuova umanità. Si può dire che Botticelli fu l’artefice di una vera e propria rivoluzione i intellettuale ed artistica, poiché pur continuando a dipingere soggetti religiosi, (come l’Adorazione dei Magi, Il ritorno di Giuditta, la Madonna del Magnificat),
pose all’attenzione della sua arte temi della mitologia e della letteratura greco-latina, rivisitati in chiave allegorica- spirituale come rinascita di una nuova visione del mondo, libero da imposizioni religiose dopo i tempi bui del Medioevo e come esaltazione della ragione umana che pone l’uomo “al centro dell’universo”.
Botticelli aderì completamente ai postulati neo-platonici dell’Accademia di Firenze, guidata dal grande filosofo Marsilio Ficino, ad immagine e somiglianza dell’Accademia di Platone ad Atene. Questa corrente sosteneva che, attraverso la ricerca della bellezza, dell’amore spirituale e dell’interpretazione del suo significato trascendente, si potesse arrivare alla conoscenza di Dio.
Tematicamente connessa con l’ “Allegoria della Primavera” è “La Nascita di Venere”, databile intorno al 1485. D’ ispirazione classica, per la suggestione del modello prassiteleo, raffigura più precisamente l’approdo sull’isola di Cipro della Dea dell’Amore e della Bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta da Zefiro e Aura. La dea è nuda, in piedi sopra la valva di una conchiglia, pura e diafana come un diamante, l’accoglie una giovane donna identificata ora con una delle grazie, ora con la primavera, che le porge un manto cosparso di fiori; alla stagione primaverile rimandano anche le rose portate dai venti. Il tema del dipinto che celebra Venere come simbolo di bellezza e e di amore soprannaturale viene ispirato della concezione neo-platonica di Venere e suggerito dal poeta Agnolo Poliziano.
Botticelli si ricollega alle statue di epoca classica per l’atteggiamento pudico di Venere che copre la nudità con i lunghi capelli biondi, come la Venere Pudica, citata dal Prof, De Mitri, attualmente nel museo archeologico nazionale di Atene.
La dea che sorge dalla schiuma del mare è allegoria della rinascita dell’anima purificata dalle limpide acque primigenie della creazione. La sua nudità non è sensuale, ma rappresenta la purezza, la verità disadorna e la bellezza sublime.
Per i neoplatonici la bellezza casta è il riflesso della bellezza divina.
Venere diviene così la figura che risveglia il desiderio dell’anima di ricongiungersi con il Creatore, spingendola ad elevarsi attraverso l’arte e la virtù.
Secondo l’estetica neoplatonica, la bellezza è uno dei principali strumenti di elevazione verso l’Idea della Civiltà rinascimentale.
Potrebbero interesssarti della stessa autrice:
Lidia Caputo “Astrali Isocronie” Poesie e recensione di Emilio Filieri – IL PENSIERO MEDITERRANEO
Ali spezzate di Lidia Caputo ai bimbi ucraini vittime dei massacri – IL PENSIERO MEDITERRANEO