Scuola italiana: il ritorno dei soliti problemi mai risolti

di Pompeo Maritati
È iniziato un nuovo anno scolastico, ma la vera novità sembra essere soltanto il numero che segna il calendario, perché tutto il resto ripropone le stesse difficoltà, gli stessi disagi, le stesse mancanze che ormai da decenni affliggono l’istruzione pubblica italiana. La scuola, che dovrebbe essere il cuore pulsante di una nazione, la fucina di pensiero critico e di cittadinanza attiva, continua invece a essere trattata come un fastidioso peso economico, da contenere più che da rilanciare, da sacrificare piuttosto che da valorizzare.
Nonostante i proclami di ogni governo che si succede e nonostante gli innumerevoli documenti programmatici, la realtà quotidiana delle aule, dei corridoi e degli insegnanti, racconta un’altra storia: una storia fatta di inefficienze strutturali, precarietà del personale, programmi riformati a metà, edilizia scolastica carente, scarsa attenzione alla formazione dei docenti e, soprattutto, un totale disinteresse politico verso la qualità reale dell’istruzione.
Il primo e più evidente problema è quello della gestione organizzativa della scuola italiana. Ogni anno, immancabilmente, si ripresentano ritardi nelle nomine dei docenti, supplenti chiamati a coprire le cattedre anche a novembre inoltrato, studenti che iniziano il loro percorso annuale senza un corpo docente stabile. Questa precarietà non è più un’eccezione, ma la regola: un docente su tre lavora con contratto a termine, con conseguenze devastanti sulla continuità didattica e sul rapporto educativo con gli alunni. A fronte di una mole impressionante di aspiranti insegnanti, il sistema di reclutamento rimane farraginoso, con concorsi banditi di rado, procedure burocratiche complesse e graduatorie che si trascinano da decenni senza soluzione.
Le inefficienze non riguardano solo il reclutamento, ma anche l’organizzazione interna. L’autonomia scolastica, introdotta con l’idea di dare più libertà e responsabilità agli istituti, si è tradotta spesso in un aggravio di compiti per dirigenti e docenti, senza adeguate risorse e senza una reale capacità di decisione strategica. I dirigenti scolastici, invece di concentrarsi sul progetto educativo, passano la maggior parte del tempo a districarsi tra normative, bilanci, carteggi infiniti, diventando più amministratori che educatori.
Uno dei paradossi più dolorosi riguarda l’edilizia scolastica. Secondo i dati del Ministero, circa il 40% degli edifici non è a norma antisismica, molti presentano gravi carenze strutturali e un numero consistente necessita di manutenzione urgente. Nonostante tragedie annunciate, come i crolli che periodicamente riempiono le cronache locali, non sembra esserci un vero piano nazionale organico. Si interviene solo in seguito a emergenze, mai con un progetto di lungo respiro.
Le famiglie, ogni volta che lasciano i figli davanti ai cancelli di una scuola, dovrebbero sentirsi sicure, e invece sono costrette a convivere con la paura silenziosa che l’edificio non sia all’altezza dei minimi standard di sicurezza. L’edilizia scolastica non è solo una questione di sicurezza, ma anche di qualità della vita quotidiana. Aule sovraffollate, spazi insufficienti per laboratori, biblioteche scolastiche ridotte al minimo, palestre inadeguate: il messaggio implicito che passa agli studenti è che l’istruzione non meriti ambienti dignitosi.
Un Paese che lascia i propri giovani a studiare in scuole fatiscenti comunica chiaramente la scala delle proprie priorità. Altra piaga irrisolta è quella del precariato. Insegnanti che per vent’anni vivono di supplenze, saltando da una città all’altra, senza stabilità economica né professionale, costretti a ricominciare ogni anno da capo con nuovi studenti, nuovi colleghi, nuovi ambienti. Una vita segnata dall’incertezza, che inevitabilmente si riflette anche sulla qualità dell’insegnamento. Non si può pretendere dedizione totale da chi non ha un minimo di stabilità, da chi deve dividere la propria energia tra la passione per la scuola e l’angoscia per il futuro personale.
Questa precarietà non riguarda solo gli insegnanti, ma anche il personale ATA: segretari, collaboratori scolastici, tecnici di laboratorio. Figure indispensabili al funzionamento della scuola, spesso costrette a contratti part-time o temporanei, con stipendi che sfiorano il minimo sindacale. Un altro grande nodo riguarda la qualità dei programmi e delle riforme. Negli ultimi decenni la scuola italiana è stata bersaglio di continue sperimentazioni: riforme della maturità, modifiche agli esami di terza media, cambiamenti nei cicli scolastici.
Ogni nuovo ministro ha voluto lasciare il segno, ma raramente con visione di lungo periodo. Il risultato è una scuola continuamente scossa, che fatica a trovare una propria identità. Manca soprattutto una riflessione profonda sulla funzione della scuola oggi: deve formare cittadini critici o lavoratori pronti al mercato? Deve privilegiare il sapere umanistico o quello tecnico-scientifico? Domande cruciali che non trovano risposta, mentre si procede a colpi di decreti e circolari che spesso creano più confusione che chiarezza. La scuola italiana è anche vittima di profonde disuguaglianze territoriali. Frequentare una scuola a Milano non è lo stesso che frequentarne una in una piccola città del Sud.
Differenze nei fondi, nei servizi, nelle infrastrutture e persino nell’offerta formativa alimentano una spaccatura che riflette le disparità sociali del Paese. Nonostante la Costituzione garantisca il diritto all’istruzione per tutti, la realtà è che non tutti hanno le stesse opportunità di partenza. Forse il problema più grave non è nemmeno politico, ma sociale. La politica si permette di trascurare la scuola perché la società non protesta, non si ribella. Genitori e cittadini sembrano aver accettato con rassegnazione l’idea che la scuola sia un male necessario, un luogo in cui parcheggiare i figli durante il giorno.
La coscienza collettiva che negli anni Sessanta e Settanta spingeva le masse a scendere in piazza per rivendicare diritti sembra essersi assopita, anestetizzata da anni di promesse disattese e da una cultura del disimpegno. Un popolo che non difende la propria scuola è un popolo che rinuncia al proprio futuro, perché una società senza istruzione di qualità diventa inevitabilmente più fragile, più manipolabile, più dipendente da chi governa. E qui emerge la sensazione più amara: forse la politica non ha davvero interesse a rafforzare la scuola, perché una scuola forte significa cittadini pensanti, e cittadini pensanti sono cittadini che iniziano a chiedere conto delle inefficienze, a pretendere trasparenza, a non accontentarsi più.
Eppure, nonostante tutto, la scuola rimane il luogo in cui germoglia la speranza. Ogni giorno, migliaia di insegnanti continuano a fare il loro lavoro con passione, spesso contro ogni logica, resistendo al degrado del sistema. Studenti che, pur tra mille difficoltà, si formano, crescono, sviluppano pensiero critico. Famiglie che credono ancora nel valore dell’istruzione come ascensore sociale. Il futuro, però, non può basarsi solo sulla buona volontà dei singoli. Serve una visione politica chiara, coraggiosa, che metta la scuola al centro delle priorità nazionali.
Investimenti seri nell’edilizia, nel reclutamento, nella formazione dei docenti. Una riforma organica e stabile, che guardi a vent’anni, non a cinque. Un impegno concreto per ridurre le disuguaglianze territoriali. Che il nuovo anno scolastico non sia solo un altro giro di calendario, che diventi finalmente l’occasione per riconoscere alla scuola il ruolo che le spetta: quello di motore culturale, sociale ed economico della nazione. Che il vento inizi a spirare nella direzione giusta, restituendo dignità a studenti, insegnanti e famiglie, perché un Paese che non investe nella scuola non investe in se stesso e prima o poi, inevitabilmente, il conto arriva.