IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Se e perché dal nulla può rimanere qualcosa tra noi e la formidabile potenza dell’arte

Piazzetta-G.-Carducci-ove-ha-sede-la-Biblioteca-Provinciale-N.-Bernardini

Bioblioteca Bernaridni - Lecce

di Paolo Protopapa

Il nulla in un colloquio con un artista onesto, resistente e nemico acerrimo della decorazione, è cosa particolare, perciò ho voluto nominarti. La novità della ‘registrazione’, di cui parla lo studioso Maurizio Ferraris, segna una novità interessante. Di questo ho scritto. Ammesse tutte le complicazioni della materia (anti-aristotelicamente forma essa stessa) sino ad annullarsi nel nulla, rimane che se ne parli e, soprattutto, se ne conservi segno o memoria. Come? In quanto registrazione. Ossia durata. Tale permanenza o durata – che per Platone fu il tempo riassunto in “immagine mobile dell’eternità” – tende ad avvalorare l’evidenza protocollare greca che dal nulla non deriva nulla (‘ex nihilo, nihil’). Che essa, dunque, in qualche modo stia da qualche parte, prima ancora di una sua successiva interpretazione evoluzionistica e dinamica anti-fissista.

A questo, lo abbiamo accennato, la registrazione digitale aggiunge il ‘quid pluris’ di temporalità resistente (mi permetto di chiamarla così) che sembra sottrarre la materia alla sua propria causa materiale generativa e ad autonomizzarla, proiettandola ‘oltre’ e segnandola come artefatto eccedente.
Ora, la tua durata – che si palesa cristallizzata come processo e risultato di una vita di artista – interagendo socialmente, riposa, si ridesta, respira, vegeta, grida, piange, ride e irride, sogna, muore e resuscita quotidianamente in un Museo. E in quel tempo/luogo-giacimento vivente accanto ad un Archivio e ad altri innumerevoli Lasciti e Fondazioni e, a modo loro, Arsenali e Stabilimenti e Biblioteche. Questi, forse provvisori (epperò reali) accumuli di materiali solo in parte inerti, opera fatalmente orfana del genio artistico immediato che l’ha prodotta ed espressione delle dolorose fatiche di protagonisti e di culture propiziatrici, sono niente altro che la registrazione. Durano e permangono, continuano a vivere nel tempo, essendone diventati la cifra vivente dello spazio che quel tempo contiene e identifica in quanto sua propria condizione, non orpello evanescente.

E, dunque, tu sai di stare lì, tra il ‘Palmieri’ e la ‘Bernardini’, non certo impalpabili contenitori storicamente frali, poiché risultano, invece, tecnicamente curati e riveriti, in quanto registrati. Fissati in un tempoluogo memoriale. Ed anche – pensa tu! – disponibili ad essere disvelati ‘stabilmente’ a Cracovia e a Varsavia, addirittura insediati in un cuore terragno, insanguinato di scultoreo palpito di Carmelo Bene a Martano, nell’atrio grande di un Palazzo austero e silente. È poco, è niente, ma davvero è meno di niente? No, perché c’è. È registrato, dice Ferraris, anche celiando provocatoriamente. Perché nessun filosofo passa per caso; e non guarda invano, ma scruta. Diventa attento perché viene ammaestrato da Parmenide di Elea “venerando e terribile” e da Baruch Spinoza, occhialaio ebreo maledetto, giocoliere di ossimori e ‘principe del pensiero’, che sa tessere, apparentemente mite, “l’amore intellettuale di Dio”. Parliamo di un pensatore nostro contemporaneo che sfiora la logica complicata di Wittgenstein, però dopo averla sapientemente disposta nei telai remoti e futuri di Schopenhauer e di Heidegger, maestri di pensiero inquietante rasente la morte.
Tu, scultore, pittore, amante musicale, artista, sei molto vicino al nemico degli attardati “ciarlatani” hegeliani di Berlino, astratti dalla vita ardente di rumori e umori e furori, perché gonfi di idealismo retorico e vano. Assassini quali sono di una speranza libera e spavalda.

Arthur Schopenhauer (ma poi sarà un Nietzsche imbevuto di grecità e di follia), fu uno dei pochi invaghito di monumentale, sottilissima armonia a ornare il nulla di rara addomesticabilità temeraria. Egli ambì ad una pietà permanente, non tanto ad una registrazione, certo ancora sfuggente. Pochi ragionano ormai della sua ‘compassione’ anziana, passata di moda e molto simile, però, ad una “social catena” relegata impietosamente agli ospizi dei dolori periferici e solitari. Dove anche questi vecchi appigli residuali sono registrati. E la loro cupa registrazione guadagna tempo. Sa essere tempo che dura e può valere “più delle cause che questo tempo generarono” e di cui non trattengono se non l’ultimo respiro di una sillaba implorante e muta.
Metti, Enrico, un frammento colorato e sonante, scarno e chiassoso della tua quasi e oltre-materia, accanto a un aforisma della sua ‘Leben’ saggiamente vana. E inventerai la più persuasiva registrazione di questo attimo acuminato e puro di una diversa Pasqua.


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