Se tutto va bene, siamo rovinati: Scarpinato, Natoli e il linguaggio oltre l’etica e l’estetica

Di Simona Mazza
Passata la tempesta rimane il fango. Le intercettazioni che hanno visto protagonisti Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli – due togati di lungo corso, l’uno oggi senatore, l’altro già presidente della Corte d’appello di Palermo – hanno rovesciato sull’opinione pubblica un linguaggio che non appartiene alla giustizia, ma a un sottoscala di livori. Non è un incidente di percorso né un lapsus. È la radiografia di un abito mentale. E il punto non è soltanto la maleducazione, bensì la credibilità delle Istituzioni
Personaggi in cerca d’autore

Ciascuno, nel privato, ha diritto a giudizi personali, per carità. Qui però il privato si intreccia con la funzione. Non si tratta di chiacchiere qualsiasi, ma di due uomini che della parola e del giudizio hanno fatto mestiere e carriera. Personaggi in cerca d’autore, sì, ma l’autore che inseguono non è Pirandello: è l’ombra lunga di un potere che confonde il ruolo con la vanità e il mandato con la supponenza.
Dentro quelle conversazioni “riservate” affiorano due piani. Da un lato l’irrisione verso i familiari del giudice Paolo Borsellino – i figli Lucia, Manfredi e Fiammetta, il loro legale avv. Fabio Trizzino (marito di Lucia) – e persino un cenno irrispettoso alla memoria della signora Agnese Borsellino, la moglie del giudice. Dall’altro, discorsi attorno a dossier delicatissimi, quelli di mafia e appalti, che toccano l’orbita stessa delle inchieste alla vigilia delle stragi. Il cortocircuito è evidente: la miseria del linguaggio svela la miseria del metodo.
L’etica tradita dall’estetica
Si potrà obiettare che quelle parole non furono dette in un’aula, ma durante una conversazione privata. Vero. Eppure la giustizia non è solo funzione, è habitus. Il tono, la misura, persino gli aggettivi compongono il tessuto invisibile che rende affidabile una toga. Quando l’estetica della parola si sbraca, l’etica si sfilaccia. E ciò che resta non è il giudizio imparziale, ma il sarcasmo come criterio e l’offesa come metro.
La distrazione di massa
Nel frattempo, il clamore mediatico si è appuntato sugli insulti. È naturale, perché indignano e fanno rumore. Il rischio però è la distrazione di massa. Mentre ci si ferma alla volgarità verbale, scivolano sullo sfondo i nodi sostanziali: come si maneggiano i fascicoli, quali reti di potere gravitano attorno ai palazzi della giustizia, quale peso abbiano ancora gli appalti nell’ecosistema mafioso. Paradossalmente, dare troppo spazio agli sproloqui rischia di alimentare proprio quei protagonisti che non meriterebbero ulteriore ribalta, oscurando il loro lavoro concreto, che andrebbe invece vagliato con lucidità e rigore.
La misura dei Borsellino
In questo fango la famiglia Borsellino ha tenuto, ancora una volta, la schiena dritta. I figli, i nipoti del giudice e con loro l’avv. Fabio Trizzino (destinatario di un epiteto impronunciabile), hanno risposto con fermezza sobria. È il paradosso italiano: chi porta il peso di un lutto nazionale deve difendersi non solo dai depistaggi seriali, “dall’infedeltà degli amici”, ma anche dall’insulto. Eppure non urla, ricorda.
E anche noi siamo qui a ricordarlo: il nome di Paolo Borsellino non è reliquia polverosa, ma coscienza civile che continua a interrogare e a scuotere il Paese.
Perché conta davvero
La domanda finale è semplice e spietata: se così si giudica in privato, come si giudica in pubblico? Il linguaggio non è un dettaglio ornamentale, è la spia del pensiero. Quando chi amministra giustizia tratta i cittadini come oggetti di dileggio, salta il patto invisibile che regge la democrazia.
Ecco perché — per usare una distinzione antica — non basta opporre un linguaggio essoterico, rivolto a tutti, a un linguaggio esoterico, riservato agli addetti ai lavori. Anche nelle stanze interne, dove la parola non ha spettatori, valgono coerenza e decoro: anzi, lì si misura la verità di una vocazione pubblica. Senza etica del dire, non esiste etica del giudicare.
Qui si gioca la posta. Non basta archiviare le frasi come una parentesi imbarazzante. Occorre chiedersi quale idea di giustizia possiamo ancora praticare quando la voce privata smentisce la missione pubblica. Se ci accontentiamo di scuse rituali e diciamo che “va tutto bene”, allora sì, siamo rovinati.