Selma Lagerlöf, L’anello rubato, Iperborea 2024, pag.160, traduzione dallo svedese di Silvia Giachetti

di Marisa Cecchetti
Lui era partito per la guerra come semplice soldato ed era tornato come “il generale“.
Löwensköld”, con un grosso anello d’oro donatogli dal re Carlo XII a ricompensa per i suoi meriti, insieme a una grande tenuta a Hedeby. Sulla parete di un vasto salone al piano superiore del suo palazzo si poteva ammirare un quadro grande dal pavimento al soffitto, che lo rappresentava con cappotto militare azzurro, stivaloni alla cavallerizza e guanti di pelle scamosciata, ma la mano sinistra scoperta a mostrare l’anello con sigillo all’indice, che aveva voluto portare con sé nella tomba.
Tutti erano a conoscenza di questa sua volontà, ed era difficile staccarne il pensiero.
Nel cimitero dove lui riposava ci furono fatti che arrovellarono ancora di più le menti, così, tra volere e non volere, in una brava coppia di sposi prevalse l’avidità. Rubarono l’anello.
Selma Lagerlöf (1858-1940), prima donna nella storia a essere insignita del Nobel per la letteratura nel 1909, avvicinando figure storiche a personaggi di fantasia, crea una atmosfera sospesa in cui l’anima irrequieta del generale Löwensköld cerca di riappropriarsi del suo, aggirandosi come fantasma nei luoghi dell’anello e vendicandosi immediatamente dei ladri, su cui fa cadere ogni disgrazia possibile, in una catena che non si spezza mai. Infatti l’anello passa di mano in mano, di luogo in luogo, vuoi per chiara cupidigia, vuoi nella più totale inconsapevolezza della sua presenza, ma sempre fonte di disgrazie. Cadono teste innocenti, giovani donne perdono padre, madre, fratello e anche il fidanzato: c’è rassegnazione in Märta, c’è rabbia trattenuta in Marit contro chi le ha distrutto la famiglia insieme al suo sogno di sposa.
Intanto passano gli anni, ma non la guerra del generale Löwensköld il cui fantasma colpisce, spaventa, o si muove tra le stanze di un palazzo baronale dove è argomento continuo di conversazione, dove gli abitanti lo considerano di casa: “In realtà alla signorina Spaak non era mai capitato di veder trattare un fantasma con tanta disinvoltura, e fin dall’inizio ebbe il presentimento che la storia poteva prendere una brutta piega. Pensava tra sé che se quello che appariva era veramente un essere dell’altro mondo, non poteva che trattarsi di un infelice che aveva bisogno dell’aiuto dei vivi per trovare pace bella tomba.” Un ospite che sa essere cortese con la giovane governante, o terribile agli occhi di un baronetto.
La storia si ferma sulla soglia del mistero, dà consistenza e anima a invisibili energie che ci circondano, è una di quelle che liberano le emozioni e la fantasia: “A me la storia è stata raccontata al crepuscolo accanto al fuoco”, scrive Selma Lagerlöf. “Sento ancora quella voce suadente e i brividi corrermi lungo la schiena, quei brividi che non sono solo di paura, ma anche di piacere e di aspettativa”.
Selma Lagerlöf rivela la forza delle donne, quella di vivere con dignità la vita che non si sono scelte, quella di agire con lucida intelligenza per cambiare il destino, ma anche quella di perdonare e di agire per il bene, in nome dell’amore che si è conosciuto. Con la forza di farsi da parte, anche di tenere nascosti i propri sentimenti, nella consapevolezza, comunque, di avere salvato l’oggetto del proprio amore. Una di quelle storie che ci fa tornare bambini, che ascolteremmo volentieri anche noi davanti al fuoco, tra un saliscendi di emozioni forti, nella fiducia che all’anima del generale Löwensköld sia finalmente restituita la pace.