IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Serena Rossi e la Grande Madre: un archetipo che cammina nella pittura

INVITO mostra Grande Madre di Serena Rossi aprile maggio 2026

di Pompeo Maritati

L’opera di Serena Rossi si presenta come un attraversamento, un varco aperto nel corpo del mito e nella carne dell’esistenza. Non è pittura che si limita a mostrare: è pittura che interroga, che chiama, che pretende una risposta emotiva. Nei suoi lavori dedicati alla Grande Madre, Rossi costruisce un territorio in cui l’immagine non è mai immobile, ma vibra, respira, sanguina. Le figure che emergono dalle tele non sono icone da contemplare: sono presenze che ci guardano, ci sfidano, ci chiedono di riconoscere in loro una parte antica di noi. La sua ricerca nasce da un’urgenza profonda: quella di attraversare il corpo come luogo simbolico, come archivio di memorie, come campo di battaglia tra fragilità e potenza. I corpi che dipinge non sono mai perfetti, mai levigati, mai rassicuranti. Sono corpi primigeni, deformi, segnati dal tempo e dalla storia, come se portassero addosso il peso delle guerre, delle fughe, delle attese, delle ferite che attraversano il nostro presente. La sua “pittura di natura punk ribelle” non è un’etichetta estetica: è un manifesto etico. Ribelle perché rifiuta la bellezza addomesticata; punk perché afferma la verità del gesto, del segno, dell’imperfezione come unica forma possibile di autenticità.

La Grande Madre che Rossi evoca non è un simbolo pacificato. È un archetipo complesso, ambivalente, stratificato. È la Madre che genera e la Madre che distrugge, la Madre che consola e la Madre che abbandona, la Madre edenica e la Madre infernale. È Ishtar e Cibele, Gaia e Iside, ma anche la Mater dolorosa, la Mater Matuta, la madre cristica che porta il peso del sacrificio. È un volto che cambia, che si trasforma, che si moltiplica. Ogni tela è una variazione sul tema, un frammento di un’unica figura impossibile da contenere. Il nero acrilico, diventa materia originaria: un pigmento che sembra scavato più che steso, come se le figure emergessero da un fondo arcaico, da una notte primordiale. Il segno è rapido, essenziale, quasi rituale. Le figure appaiono come apparizioni: occhi spalancati, mani che si aprono, posture ieratiche, corpi sospesi tra nascita e dissoluzione. Nelle opere dove compaiono spray e pastelli, il colore non addolcisce ma intensifica: il rosso che cola è sangue, il rosa è carne, il verde è veleno o linfa. Tutto vibra, tutto pulsa, tutto sembra sul punto di trasformarsi.

La critica di Maria Pia Quintavalla coglie un punto essenziale: la presenza di una Mater dolorosa, di una madre via crucis, di una madre che porta il dolore come condizione e come destino. Ma Rossi non si ferma alla sofferenza: nelle sue figure c’è anche la possibilità della grazia, della rinascita, della metamorfosi. La Grande Madre è ferita, ma è anche luminosa; è terribile, ma è anche salvifica. È un archetipo che non si lascia ridurre, che non si lascia addomesticare. Ciò che rende l’opera di Rossi così potente è la sua capacità di tenere insieme il mito e il quotidiano, l’archetipo e il corpo, la storia collettiva e la storia personale. Le sue Madri non appartengono a un tempo remoto: parlano del nostro presente, della nostra fragilità, della nostra necessità di radici e di protezione. Sono specchi in cui riconosciamo la nostra vulnerabilità e la nostra forza. Sono figure che ci ricordano che ogni nascita porta con sé un rischio, ogni cura una ferita, ogni amore una resa.

In un’epoca in cui tutto tende a essere levigato, filtrato, addomesticato, la pittura di Serena Rossi è un atto di resistenza. È un ritorno all’essenziale, al gesto, alla materia. È un invito a guardare dentro, a non distogliere lo sguardo, a riconoscere ciò che ci abita da sempre. La Grande Madre, nelle sue tele, non è un mito da studiare: è una presenza che ci chiama per nome, che ci chiede di ricordare chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo perduto e cosa possiamo ancora salvare.

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