Serena Rossi e la Grande Madre: un archetipo che cammina nella pittura

di Pompeo Maritati
L’opera di Serena Rossi si presenta come un attraversamento, un varco aperto nel corpo del mito e nella carne dell’esistenza. Non è pittura che si limita a mostrare: è pittura che interroga, che chiama, che pretende una risposta emotiva. Nei suoi lavori dedicati alla Grande Madre, Rossi costruisce un territorio in cui l’immagine non è mai immobile, ma vibra, respira, sanguina. Le figure che emergono dalle tele non sono icone da contemplare: sono presenze che ci guardano, ci sfidano, ci chiedono di riconoscere in loro una parte antica di noi. La sua ricerca nasce da un’urgenza profonda: quella di attraversare il corpo come luogo simbolico, come archivio di memorie, come campo di battaglia tra fragilità e potenza. I corpi che dipinge non sono mai perfetti, mai levigati, mai rassicuranti. Sono corpi primigeni, deformi, segnati dal tempo e dalla storia, come se portassero addosso il peso delle guerre, delle fughe, delle attese, delle ferite che attraversano il nostro presente. La sua “pittura di natura punk ribelle” non è un’etichetta estetica: è un manifesto etico. Ribelle perché rifiuta la bellezza addomesticata; punk perché afferma la verità del gesto, del segno, dell’imperfezione come unica forma possibile di autenticità.
La Grande Madre che Rossi evoca non è un simbolo pacificato. È un archetipo complesso, ambivalente, stratificato. È la Madre che genera e la Madre che distrugge, la Madre che consola e la Madre che abbandona, la Madre edenica e la Madre infernale. È Ishtar e Cibele, Gaia e Iside, ma anche la Mater dolorosa, la Mater Matuta, la madre cristica che porta il peso del sacrificio. È un volto che cambia, che si trasforma, che si moltiplica. Ogni tela è una variazione sul tema, un frammento di un’unica figura impossibile da contenere. Il nero acrilico, diventa materia originaria: un pigmento che sembra scavato più che steso, come se le figure emergessero da un fondo arcaico, da una notte primordiale. Il segno è rapido, essenziale, quasi rituale. Le figure appaiono come apparizioni: occhi spalancati, mani che si aprono, posture ieratiche, corpi sospesi tra nascita e dissoluzione. Nelle opere dove compaiono spray e pastelli, il colore non addolcisce ma intensifica: il rosso che cola è sangue, il rosa è carne, il verde è veleno o linfa. Tutto vibra, tutto pulsa, tutto sembra sul punto di trasformarsi.
La critica di Maria Pia Quintavalla coglie un punto essenziale: la presenza di una Mater dolorosa, di una madre via crucis, di una madre che porta il dolore come condizione e come destino. Ma Rossi non si ferma alla sofferenza: nelle sue figure c’è anche la possibilità della grazia, della rinascita, della metamorfosi. La Grande Madre è ferita, ma è anche luminosa; è terribile, ma è anche salvifica. È un archetipo che non si lascia ridurre, che non si lascia addomesticare. Ciò che rende l’opera di Rossi così potente è la sua capacità di tenere insieme il mito e il quotidiano, l’archetipo e il corpo, la storia collettiva e la storia personale. Le sue Madri non appartengono a un tempo remoto: parlano del nostro presente, della nostra fragilità, della nostra necessità di radici e di protezione. Sono specchi in cui riconosciamo la nostra vulnerabilità e la nostra forza. Sono figure che ci ricordano che ogni nascita porta con sé un rischio, ogni cura una ferita, ogni amore una resa.
In un’epoca in cui tutto tende a essere levigato, filtrato, addomesticato, la pittura di Serena Rossi è un atto di resistenza. È un ritorno all’essenziale, al gesto, alla materia. È un invito a guardare dentro, a non distogliere lo sguardo, a riconoscere ciò che ci abita da sempre. La Grande Madre, nelle sue tele, non è un mito da studiare: è una presenza che ci chiama per nome, che ci chiede di ricordare chi siamo, da dove veniamo, cosa abbiamo perduto e cosa possiamo ancora salvare.



