Serve un sigillo per la Notte della Taranta

di Franco Amarella
La taranta. Ah, si chi l’avrebbe mai potuto pensare! Che cosa grande, che successo! Ora oltre che sul satellite è sbarcata pure sull’I-Phone. E dire che per i leccesi di un tempo in cravatta e tailleur la taranta era un doveroso oblìo. Fino agli anni ‘80 per i “cittadini” pizziche e pizzicarelle erano roba da “furesi”. Questione di vecchie vestite di nero dalla testa ai piedi e di contadini con maglia intima in trama grossa lavorata ai ferri. Per i cittadini leccesi era un mondo lontano con una distanza misurabile non già in chilometri, ma in gessati Ermenegildo Zegna per gli uomini ed in lunghi-seta Luisa Spagnoli per le donne.
Poi quando arrivava la fine di giugno, in cui a Galatina si rinnovava la tradizione delle tarantate sui gradini della chiesa, la cronaca sottaceva, il salotto snobbava, la cultura ufficiale soprassedeva, le istituzioni ignoravano.
Intanto il ragno continuava nella sua instancabile opera di verità. Tesseva contro le mode, contro i gusti, contro l’indifferenza. Tesseva la sua ragnatela etnica con fiducia e con pazienza. E fu premiato. Fine degli anni ’80 e primi anni ‘90. Proprio quei rampolli cittadini, ormai tutti Armani e Fendi, incrociano con curiosità i ritmi frenetici salentini ed infarciscono per trasgressione, qui e là, riunioni e feste con esibizioni dal vivo di tamburellisti e musicisti vari. E’ l’inizio dello sdoganamento culturale. I gruppi etnici si rinfoltiscono, i giovani si accostano all’apprendistato musicale salentino, la cultura ufficiale comincia, in formato Bignami, a sfornare saggi. In provincia l’effervescenza giovanile è come l’acne. Nella città capoluogo l’incredulità si converte in meraviglia prima ed in orgoglio popolare poi. Il ragno ha vinto. Anche perchè le istituzioni ne consacrano l’autenticità. Proprio a Lecce, nel ‘98, il Comune propone un happening multiregionale proprio nella piazza storica, coinvolgendo artisti di alto livello sul tema musicale di taranta e tarantella.
Dunque tutti si accorgono della taranta. Tutti tranne, per così dire, l’impresario artistico. Ovvero la figura dell’organizzatore di tournee, del “distributore” di spettacolo. Ormai i gruppi musicali sono tanti, l’esperienza sul palcoscenico è tanta, la resistenza in pedana è più che collaudata. Tutti attendono che accada qualcosa. Lecce, città capoluogo rimediando a tanta dimenticanza, ha svolto l’opera di iniziazione. Chi si sarebbe fatto avanti per raccogliere il testimone con più autenticità e credibilità? Senza pensarci troppo viene da dire Galatina. Certamente quel comune è negli annali storico-religiosi il luogo di celebrazione del rituale pizzicatorio.
No invece, Melpignano. E com’è?!
Qualcuno, nella lenta attesa pensa bene di arrivare prima. Accende il lampeggiatore e sorpassa.
In poco tempo Melpignano diventa l’impresario della taranta, il distributore dello “spettacolo della pizzica”, il regista della sperimentazione culturale, il copywriter del logo tarantato: nasce la Notte della Taranta, che di lì a poco diventerà “Fondazione Notte della Taranta”.
Nel tourbillon dell’organizzazione tutto obbedisce e si adegua al ritmo crescente della pizzica. Tremila, diecimila…. centomila spettatori coinvolti, ammaliati, pizzicati. Ma non solo. La Notte della Taranta prende le forme di appuntamento del folk-country all’italiana e dunque altri suoni, altra sperimentazione. Quindi è la volta delle rappresentazioni internazionali. Melpignano diventa l’ombelico mediterraneo dei suoni multietnici. E dunque altre sperimentazioni, altre contaminazioni.
Tutto sotto l’egida della Notte della Taranta, che ormai è divenuta evento strutturato per programmi e per appuntamenti annuali. Un programma sempre più indirizzato verso le aperture culturali e gli allargamenti sperimentali.
Nel frattempo il ragno continua nella sua instancabile opera di verità. Il suo “veleno” non muta la chimica della sostanza. L’inquietitudine, le convulsioni, lo stordimento provocati dalla sua pizzicata rimangono immutabili. Perché nonostante tutte le variazioni sul tema, le rappresentazioni multietniche, le esibizioni multistrumentistiche e le infinite declinazioni artistiche, piedi nudi e tamburello rimangono i canali privilegiati di comunicazione del ragno. L’autentico DNA della Notte della Taranta. Ma se dell’immutabile “veleno” si perpetuano gli effetti da un grande palcoscenico, così non è per l’altra “verità” etnica, il vecchio “antitodo”: Santu Paulu. Sicchè tutto l’impianto tarantolato accusa un deficit di sigillo, che nell’immediato non si mostra nella sua incidenza e, forse, nella sua pericolosità.
Al pari di un dissesto geologico su di un pendio costiero, generato da un apparentemente minimo insediamento edilizio, il sovraccarico apparentemente lodevole di impegno sperimentale ad oltranza, sulle spalle della “pizzica”, rischia di erodere il suo DNA fatto di ritmo e rimedio soprattutto. Senza la seconda verità, l’antitodo, la Notte della Taranta continuerà ad innaffiare soltanto la metà delle radici della tradizione, portando tutta la pianta a fruttificare con fatica, fino al punto di essere riconosciuta più per gli innesti che per la sua originaria essenza.
Oggi che è anche apoteosi tecnologica grazie ai collegamenti televisivi, satellitari, web-palmari e “smart-fonici” l’organizzazione irradia ottimamente la kermesse oltre tutti i confini. Molti spettatori vengono certamente “telepizzicati”. Decine di migliaia in agosto sono stuzzicati a conoscere dal vivo il ragno. E proprio oggi nella luce della Notte della Taranta dare smalto, connotazione e cittadinanza a quel ragno è stato un dovere assolto, anche come tributo a quelle autentiche icone di coraggiosi suonatori di pizzica della prima ora, quando c’era il “buio della taranta”. Ma dare connotazione e lustro al medesimo ragno, nella sua interezza: veleno ed antitodo, sarà anche accendere una necessaria polizza di assicurazione -mettere il sigillo- per la sua stessa vitalità e riconoscibilità, contro il rischio di confusioni con raduni discotecari, sballi ritmici e reggae party. In fondo è proprio la rappresentazione dell’antitodo che offre la massima spettacolarità e conferisce l’autentica comunicazione culturale.
Scuotimento, contorsioni, sbattimento sono il sigillo, tutto il resto è musica.







