Sesta TARGA “GARCÍA LORCA” Lecce, Chiostro degli Agostiniani, 19 agosto 2026
García Lorca, il cante jondo e la notte dell’anima
Elsa Martinelli
Cura la mia follia con le parole, sennò lasciami
alla serena notte dell’anima che eterna dura oscura.
F. García Lorca, Soneto de la carta (1935-36)
Nella sua breve vita, brutalmente spenta dai miliziani franchisti all’alba del 19 agosto 1936 (a soli 38 anni), Federico García Lorca ha scritto alcune tra le poesie e le opere teatrali più potenti della letteratura spagnola del Novecento: il Romancero gitano (1928), il Poeta en Nueva York (1929-30), Bodas de sangre (1933), Yerma (1934), La casa de Bernarda Alba (1936).
La sua poetica oscilla tra il cante jondo (flamenco tradizionale) e il surrealismo europeo, la luce abbacinante del Sud e le più dense ombre di una Spagna segnata da sangue e morte.
Per Federico García Lorca il cante jondo, o “canto profondo”, è la voce più antica e vera dell’Andalusia. Non si tratta solo di musica, ma di un’arte che racchiude l’emozione pura e il dolore viscerale del popolo gitano-andaluso. Nel 1922, temendo che l’autenticità di quest’arte andasse perduta, organizzò a Granada (nei pressi dell’Alhambra), con la collaborazione di Manuel de Falla, il Concurso de cante jondo, celebre festival dedicato al flamenco primitivo.
Il cante jondo è un grido primordiale e misterioso, la risultante di un magnifico intreccio di suoni, parole ed evocazioni. Quest’arte cantata dai gitani è una manifestazione della più pura poesia, spesso anonima, gridata dalle voci lacerate degli ultimi, fitta di mistero e sofferenza, benedetta dal fuoco inesauribile dell’Andalusia.
Per il poeta di Granada il cante jondo nasce dalla “pena negra”, quel dolore profondo, ancestrale e opprimente del popolo gitano che viene dalla terra, dalla morte, dall’amore perduto. L’espressione “pena negra”, che riassume in sé quella tristezza senza consolazione, compare in una sua celebre poesia, il Romance de la pena negra, inclusa nel Romancero gitano (1928), ma sta anche a indicare i rilievi montuosi della Peña Negra, una tra le vette più alte della Galizia. Il personaggio centrale di questa poesia è Soledad Montoya, una donna gitana il cui nome evoca la solitudine (soledad). Soledad è la personificazione stessa della “pena”, di quella cupa angoscia e costante premonizione della morte radicate nell’anima del popolo andaluso.
Per García Lorca il cante jondo non è un lamento sentimentale, ma un grido esistenziale, «il tremore, l’emozione, la ferita viva». È il suono del duende (termine intraducibile), ovvero quella forza invisibile, oscura e misteriosa che risiede nella profondità della terra e dà vita all’arte; quel qualcosa di magico e dionisiaco che s’impossessa dell’artista e lo costringe a dire la cruda verità del sangue; quella ispirazione artistica autentica; quella scintilla intangibile che separa l’ordinario dallo straordinario, che travolge, ferisce e trasforma l’opera in carne, sudore e anima.
Come nella sua storica conferenza-saggio El cante jondo. Primitivo canto andaluz (1931), il canto flamenco è un canto essenzialmente notturno: «El cante jondo canta siempre en la noche. No tiene ni mañana ni tarde». È un canto di profonda intimità, privo di paesaggio. Mentre altri canti richiamano i momenti della giornata durante i quali sono eseguiti, il cante jondo «canta sempre nella notte, non ha mattino né sera, né montagne né pianure». Ha solo una vasta notte cupa.
Federico García Lorca ha magistralmente osservato un profondo parallelismo tra l’antico canto gitano-andaluso e l’esperienza mistica di San Giovanni della Croce, dottore della chiesa del Siglo de Oro per il quale il granadino nutriva una vera e propria venerazione, fissata nella sua celebre poesia, e relativo trattato spirituale, dal titolo la Noche oscura del alma. Nei versi di questo testo, scritto tra il 1578 e il 1579 durante i nove mesi trascorsi nel carcere del convento di Toledo, il celebre mistico descrive il cammino dell’anima verso l’Assoluto.
Nel misticismo di San Giovanni della Croce la notte rappresenta un momento di travaglio, sofferenza, dubbio, senso di solitudine e abbandono da parte di Dio. La notte rappresenta una purificazione dolorosa dell’anima dall’ignoranza, dalle passioni, dall’attaccamento ad affetti, persone e cose che le impediscono lo slancio verso l’alto e l’unione con l’Essere Supremo. La notte è un viaggio nell’ignoto, una chiamata a rinunciare a tutto per trovare l’unico bene che permane per sempre.
Il legame tra la realtà mistica di San Giovanni della Croce e quella musicale del cante jondo sta nella ricerca di una purificazione radicale attraverso il dolore. Entrambi i linguaggi esprimono una spoliazione totale dell’essere, l’abbandono delle certezze terrene per raggiungere uno stato di verità profonda e assoluta, passando attraverso il vuoto, il lamento e l’oscurità acustica ed emotiva.
Nel pensiero teologico del mistico carmelitano la notte oscura è il momento durante il quale l’anima è privata di ogni consolazione e certezza. È un vuoto necessario per raggiungere l’unione con il divino. Analoga spoliazione avviene nel cante jondo: il cantaor (cantante specializzato nell’esecuzione del cante flamenco) si priva di virtuosismi tecnici per cantare dal fondo della gola, in una condizione di totale vulnerabilità. Proprio come l’anima nella mistica, il canto flamenco si libera di tutti gli elementi terreni superflui per concentrarsi sull’essenziale, creando un’esperienza di solitudine e raccoglimento totale. Il cante jondo richiede l’annientamento dell’ego del cantaor che si fa tramite di un dolore ancestrale e collettivo spogliato di ogni artificio tecnico.
Sia nella mistica sia nel flamenco la sofferenza non è una condanna fine a sé stessa, ma un’iniziazione, una via di conoscenza, un varco obbligato attraverso il quale l’essere umano entra in contatto con la parte più profonda di sé: l’anima o il duende.
Nei versi di San Giovanni della Croce l’anima avanza nell’oscurità senza altra luce e guida se non quella che arde nel cuore: «Nella gioiosa notte, / in segreto, senza esser veduta, / senza veder cosa, / né altra luce o guida avea / fuor quella che in cuor mi ardea». Un’analoga “luce interiore”, cieca e viscerale, guida il canto gitano che s’innalza dal buio per squarciare il silenzio. Il cante flamenco non nasce da studi accademici, ma da secoli di persecuzioni, nomadismo e marginalità sociale. La “luce” è cieca perché non segue una logica razionale, ma risponde a un impulso di pura sopravvivenza emotiva. Il suono non parte dalle corde vocali, ma dallo stomaco, dal petto e dalle viscere (“le viscere della terra”, come diceva Federico García Lorca).
Nel cante jondo il poeta andaluso riconosce una musica primitiva fatta di quejíos, ovvero gemiti, pianti, lamenti profondi, gutturali e strazianti che il cantaor esegue per esprimere dolore o passione. È una musica fatta di melismi spezzati che il tocaor (chitarrista) trae dalle corde di una chitarra che singhiozza. Non c’è virtuosismo, c’è scavo. Incarnando in sé il dolore radicale, il tipico grido del flamenco (un “¡Ay!” prolungato) è un arco di suono che facendosi mezzo di trascendenza unisce la terra al cielo. Tutta l’energia passa attraverso la voce. Il cantaor non recita, ma officia un rito. L’essenza di tale dolore profondo si traduce in tre fondamentali palos (stili musicali) del cante jondo: la siguiriya, la soleá, il martinete.
La siguiriya (o seguiriya) è uno degli stili più antichi e drammatici del flamenco tradizionale. È considerata la massima espressione del dolore e della tragedia gitana. Canto forte, oscuro e desolato. Canto ruvido, secco, brutale, caratterizzato da un ritmo complesso e da una melodia straziante, solitamente accompagnato solo dal battito delle mani (palmas) o dalla chitarra. Si sviluppa su un ciclo di 12 tempi dall’andamento lento e compassato, con accenti marcati sui battiti 1, 3, 5, 8 e 11.
Il martinete è uno degli stili musicali più antichi e puri della tradizione flamenca. Nacque storicamente nelle fucine e nelle ferriere come canto di lavoro dei fabbri gitani. Appartiene al gruppo dei cantes a palo seco (a cappella, senza chitarra), poiché il suo tempo è scandito unicamente dal ritmo dei colpi di martello (martillo) sull’incudine (yunque). I testi sono costituiti da quartine di versi ottonari, dal tono spesso malinconico e doloroso, che si chiudono con lamenti profondi.
La soleá (da soledad, solitudine) è considerata la “madre del cante”, il pilastro fondamentale del flamenco tradizionale. Questo stile musicale esprime sentimenti profondi di solitudine, dolore e passione. È caratterizzato da un ritmo lento e solenne basato su un ciclo di 12 tempi. Ha un tempo cadenzato che fonde insieme tristezza e fierezza. I testi (letras) sono costituiti da strofe di tre o quattro versi ottonari che raccontano storie di disinganni, amore e vita quotidiana. La melodia è spesso eseguita con grande intensità emotiva. È accompagnata principalmente dal suono della chitarra, che guida il ritmo con accordi pesanti e arpeggi lenti. Quando la soleá viene ballata (in genere da una bailaora solista) si distingue per eleganza, fierezza e controllo ritmico. I movimenti delle braccia e dei fianchi e i colpi di tacco (zapateado) sono intensi e drammatici. C’è dolore, ma anche accettazione filosofica della solitudine. È l’apice dell’eleganza nel lamento.
Ogni nota del canto flamenco porta il peso di secoli di marginalità gitana e andalusa. Nel suo Poema del cante jondo (1931) Federico García Lorca traduce in versi questa materia sonora. Le sue poesie sono brevi, secche, come colpi di coltello. L’autore usa immagini di pugnali, lune, pozzi, metalli. Ritmo e ripetizione imitano il respiro del canto. La parola non descrive la “pena”, la incide. Così «la guitarra / hace llorar a los sueños» (la chitarra fa piangere i sogni), non spiega, ma fa suonare il pianto.
Per Lorca la “pena”, la musica e la poesia rappresentano un medesimo concetto espresso in tre linguaggi diversi. La “pena” è la ferita, la musica è il mezzo attraverso il quale la ferita grida, la poesia è il mezzo attraverso il quale quel grido diventa memoria. Per il poeta di Granada salvare il cante jondo significa salvare l’anima più profonda della Spagna, quella che canta perché non può fare a meno di dolere.
La malinconia dei personaggi di García Lorca è un’angoscia profonda che non ha una causa immediata, ma radici esistenziali. Alle radici della“pena andalusa”e del sentimento gitano dei suoi testi c’è una sofferenza cosmica, una tristezza legata al presentimento della morte e della fine inevitabile; l’eterno contrasto e la lotta tra l’istinto primitivo naturale e le rigide regole della società moderna; la marginalizzazione sociale, laddove i gitani rappresentano i perseguitati e gli esclusi dal potere istituzionale; la forza distruttiva e la repressione della libertà incarnate dalla figura della guardia civil.
Nelle liriche di García Lorca la “pena negra” si manifesta attraverso una serie di immagini ricorrenti. Simboli chiave del dolore lorchiano sono la luna gitana, metafora costante di morte, fatalità e freddezza ultraterrena; il cavallo, che rappresenta la passione sfrenata, la vita libera, ma anche il presagio di sventura; i coltelli, elementi di metallo che portano ferite, sangue e duelli d’onore; il colore verde, fortemente legato alla natura andalusa e spesso associato a un destino tragico, a una morte precoce, alla carne fredda e all’ossessione.
Riguardo al colore verde, resta esemplare il Romance sonámbulo (ballata sonnambula), una delle sue poesie più note e misteriose, pubblicata nel Romancero gitano (1928). Il testo è celebre per il ritornello surreale e l’atmosfera tragica che mescola amore, sangue e morte in un’Andalusia notturna. Il tema centrale di questa suggestiva poesia, dalla forte musicalità, ruota attorno a una giovane gitana, dalla pelle e capelli verdi, che attende invano il ritorno del suo innamorato (un contrabbandiere ferito) e finisce per togliersi la vita gettandosi nella cisterna della casa.
In Spagna il colore verde simboleggia comunemente la speranza, la natura, ma è pure associato all’omosessualità. Virando in una forte sfumatura di desiderio erotico e di passione repressa, è il colore di un amore proibito o impossibile che non può realizzarsi alla luce del sole.
In questa ballata di Lorca il colore verde che ricorre ossessivamente nel ritornello «Verde que te quiero verde» (Verde che ti voglio verde), assume un significato ambiguo e misterioso: simboleggia sia il paesaggio, sia la giovinezza e la passione, sia un tragico presentimento di morte.
Il poeta andaluso, che visse la propria omosessualità in un’epoca di forte repressione, si servì di questo verso per un gioco di suoni. In castigliano la pronuncia della parola verde è foneticamente identica a quella di verte (vederti). Quando il verso è declamato può significare «verde, ti amo verde», ma anche «vederti, voglio vederti». A livello subconscio e uditivo può essere interpretato come un lamento d’amore che amplifica il senso di brama, assenza e attesa struggente dell’intera poesia.
La “pena negra” gitana è il cuore pulsante sia del cante jondo sia dell’intera opera di Federico García Lorca. Tale sofferenza non è una semplice tristezza, ma una forza cosmica e ancestrale costantemente espressa attraverso musica, ritmo e poesia.