IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Sicurezza come lusso, morte come normalità

Basta morti sul lavoro

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Quando ho contattato Piero Santonastaso per proporgli di pubblicare una mia poesia sulle morti sul lavoro, non immaginavo che quel gesto avrebbe dato inizio a un dialogo profondo, fatto di memoria, umanità e impegno civile. Lui, giornalista di lungo corso; io, con la parola poetica. Entrambi, da angolature diverse, riceviamo da tempo messaggi di ringraziamento da parte dei familiari delle vittime. È il segno che, anche nel dolore, la dignità trova ascolto.

Santonastaso ha attraversato oltre trent’anni di giornalismo al Messaggero, passando dallo sport alla cronaca, dalla cultura al digitale, fino a dirigere il sito ilmessaggero.it. Dopo il prepensionamento nel 2013, ha curato per dieci anni l’ufficio stampa dell’Unione Sindacale di Base (USB), dove ha consolidato un impegno civile che oggi prosegue quotidianamente sulle sue pagine social Morti di lavoro. Non solo numeri, ma volti, contesti, famiglie. Non semplice cronaca: memoria attiva. «Il mio impegno non è nato all’improvviso», racconta. «Già mentre lavoravo in redazione vedevo come venivano trattate le cosiddette “morti bianche”: con freddezza, come incidenti inevitabili. Ma ogni vita spezzata ha una storia, e una responsabilità dietro.» E così, giorno dopo giorno, Piero ha scelto di restituire centralità a quelle esistenze cancellate troppo in fretta.

Le cifre aggiornate al 6 settembre 2025 sono spaventose: 760 morti dall’inizio dell’anno, di cui 609 sul lavoro e 151 in itinere. Solo a settembre, già 16 vittime, tra cui Antonio Arena, operaio 64enne di San Calogero, schiacciato da un escavatore a Sinopoli, e Antonio Travaglini, 47 anni, viticoltore di Guglionesi, rimasto ucciso dal ribaltamento del suo trattore. Due nomi tra tanti. Due storie che non fanno notizia, ma che dovrebbero far rumore, perché ogni morte è un fallimento del sistema. Secondo Santonastaso, il problema è culturale: «Come in guerra, accettiamo che ci siano morti per produrre ricchezza. L’idea che si possa morire lavorando viene considerata inevitabile. È questa visione che dobbiamo smantellare.» Una cultura del profitto che considera la sicurezza un costo, anziché un diritto. «In agricoltura, ad esempio, oltre 670.000 trattori circolano senza dispositivi adeguati», denuncia. «E da dieci anni si attende un decreto per la revisione obbligatoria delle macchine agricole. È inaccettabile anche solo pensare che si possano ancora utilizzare mezzi con quarant’anni di vita operativa.» In attesa di normative che non arrivano, la carne da lavoro continua a pagare il prezzo più alto. Ma i dati ufficiali, quelli dell’INAIL, non bastano. «Non tengono conto del lavoro nero, né delle categorie non assicurate. Molti morti, semplicemente, non esistono per lo Stato. Sono fantasmi che non entrano nelle statistiche.» Ed è qui che il lavoro quotidiano di Piero Santonastaso diventa fondamentale: raccoglie, verifica, scrive. Non solo numeri: nomi, date, contesti, restituisce voce a chi non può più parlare.

La politica? «Solo parole. Nessun segnale concreto.» I media? «Parlano di cultura della sicurezza, ma nei fatti non la promuovono. Non raccontano davvero cosa succede nei cantieri, nei magazzini, nei campi.» Santonastaso è netto anche con i colleghi più giovani: «Se volete raccontare il lavoro, i media tradizionali non sono il luogo giusto. Cercate altre strade. La verità non sempre trova spazio nei palinsesti.»

Il suo invito ai lavoratori, soprattutto i più giovani, è chiaro: «Non isolatevi. Verificate la presenza dei rappresentanti per la sicurezza, entrate in un sindacato serio, che non si faccia intimidire. La solitudine è un rischio tanto quanto un ponteggio difettoso.»

Nel Paese che ogni giorno conta oltre tre morti legate al lavoro, il suo lavoro non è solo informazione, è resistenza morale, è un grido sommesso ma costante contro l’indifferenza. Perché ogni vittima ha una storia. E ogni storia, per essere onorata, va ricordata. Infatti, ci sono cifre che si dimenticano e altre che si imprimono come cicatrici nella coscienza collettiva. Quelle che ogni giorno Piero Santonastaso pubblica sulla sua pagina Morti di lavoro appartengono alla seconda categoria, ma non sono solo cifre. Sono storie spezzate, famiglie interrotte, bambini che aspettano un padre che non tornerà. Ogni nome registrato è il punto d’arrivo di una catena di omissioni, ritardi, interessi, negligenze. In questo lavoro quotidiano, meticoloso e solitario, c’è qualcosa che somiglia alla cura. Non una cura che può sanare, ma una che impedisce che il dolore venga dimenticato, coperto dal rumore di fondo dell’indifferenza. È un atto civile, ma anche profondamente umano: dare dignità a chi non può più difendersi, restituire identità a chi è stato ridotto a statistica.

Nel suo lavoro non c’è retorica, c’è concretezza, una lucidità scomoda, ma necessaria. E anche quando le sue parole sono dure – verso la politica, verso i media, verso il sistema – non sono mai vuote, sono radicate nell’osservazione, nell’esperienza, nel dolore raccolto giorno dopo giorno nei messaggi dei familiari, nelle cronache dimenticate.

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