IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Sindaci, rigenerazione urbana e Recovery plan: dibattiti pubblici per avvicinare i giovani

Di Enrico Conte

“Bisogna lavorare su molti fronti, abbandonare la produzione di energia da combustibili fossili in favore di fonti rinnovabili e dell’idrogeno, sviluppare tecnologie per le reti di distribuzione intelligenti, rafforzare il trasporto pubblico, incentivare l’efficienza energetica degli edifici, dotarsi di data center, di tecnologie analitiche e 5G per guadagnare in produttività sfruttando i dati. Ci troviamo in un momento unico della nostra storia: attraverso l’economia possiamo plasmare una nuova società, ricca, sostenibile, inclusiva. Economia e istituzioni si devono muovere all’unisono per realizzare un sogno, che non è quello di conquistare la Luna, ma di rilanciare il nostro pianeta”.

Queste parole non sono state pronunciate da un ambientalista, o da un parlamentare verde tedesco, bensì da Josef Nierling, amministratore delegato di Porsche Consulting.

Se non fosse stato per l’accelerata impressa dalla pandemia al cambiamento del sistema economico e sociale, questo genere di appelli, molto probabilmente, sarebbe rimasto, per lo più, appannaggio di due leader carismatici globali, Papa Francesco e Greta Thumberg.

E invece la necessità di innescare un cambio di paradigmi di natura culturale, e di prospettiva, nel modo di affrontare i problemi e di elaborare soluzioni nella gestione quotidiana di una comunità di persone, cercando di conciliare sviluppo e sostenibilità,  viene ora condivisa anche dal mondo della grande industria. Può allora essere utile chiedersi come si stiano traducendo, nella declinazione programmatica e operativa delle pubbliche amministrazioni, le indicazioni del Green Deal europeo del 2019.

Chiuse le campagne elettorali, e insediatisi i nuovi Sindaci e amministratori per circa 12 milioni di cittadini,  è arrivato il momento di scrivere i nuovi progetti partendo dall’adozione di un metodo che ri-provi,  con gli strumenti della democrazia, ad avvicinare i cittadini, sempre più scettici, alle istituzioni e a rendere accettabili e sostenibili scelte “verdi” diventate oramai obbligate.

Le città, sotto questo profilo, grandi o piccole che siano, sono sempre state uno straordinario ed efficacissimo laboratorio, il luogo per eccellenza sia della sperimentazione che del confronto delle  idee ma anche,  se non soprattutto, del dialogo tra  interessi concreti perché toccati dalle decisioni, pubblici e privati che siano, per promuovere, attraverso il coinvolgimento attivo di cittadini e imprese, la trasformazione dei luoghi e il miglioramento dei servizi pubblici.

Le amministrazioni locali – osserva il Presidente dell’Adi(associazione design industriale) che ha recentemente elaborato un interessante manifesto  – affrontano in genere i problemi in maniera verticale, con un approccio che è misto ingegneristico e burocratico, mentre sarebbe importante inserire una visione di sistema per mettere in filiera i diversi elementi che compongono un tessuto  urbano, gestendo in modo orizzontale, per così dire, le tante verticalità. Ogni settore verticale(sicurezza, illuminazione, traffico, lavori pubblici, urbanistica, educazione),è un isola a sè, dove i dati, e la loro elaborazione, non sempre convergono, e i sistemi con comunicano.

Se le informazioni di differenti contesti cittadini potessero confluire in uno stesso luogo  – prosegue il documento di Adi –  si otterrebbero vantaggi consistenti, in un punto di coordinamento e di integrazione che sia  in grado di cogliere i problemi irrisolti e latenti, di analizzare le interdipendenze, di legare e curare i nessi, un centro di riferimento che richiama, sul piano dell’ordinamento locale,  il ruolo dei Sindaci. 

Le nuove amministrazioni, facendo tesoro delle possibilità di utilizzare le consistenti risorse del Recovery plan. e del metodo di governo per lo stesso previsto, avranno l’opportunità di rilanciare il ruolo delle politiche trasformative urbane, provando a dare una risposta da un lato a chi, con il proprio voto, ha dimostrato di credere  e di riconoscersi negli orizzonti della democrazia e, dall’ altro, ai tanti che sono rimasti a casa, forse perchè non adeguatamente coinvolti, se non all’ultimo momento, prima del voto.

Il tema della rigenerazione urbana sembra, sotto questo profilo, centrale e di grande fascino sol che si pensi alla possibilità di pensare, progettare e realizzare opere e servizi di interesse generale: una scuola e un nido e il loro arredo interno, un giardino, una piazza, un nuovo edificio di interesse collettivo, attraverso dibattiti pubblici e incontri, permeabili al confronto, e che sono già di per sé un “cantiere di lavoro”, aperto al contributo di chi abbia voglia di mettersi in gioco.

Se è vero che una legge quadro sulla rigenerazione urbana potrebbe certo orientare,  attraverso una serie di principi, a partire da quelli che dovrebbero garantire maggiore integrazione  tra incentivi fiscali (bonus facciate) e scelte urbanistiche,  è altrettanto vero che l’insieme dei programmi e progetti che dovranno essere predisposti grazie al  Recovery plan, costituisce un’occasione unica per legare politiche abitative, scelte di mobilità, luoghi di lavoro, riconversione e rigenerazione di aree dismesse,  per una qualità del vivere che sia frutto di un pensiero e di progetti integrati nati dalla collaborazione pubblico privato, già a partire dalla fase progettuale, come ribadisce la recente pronuncia della Corte Costituzione (sent.n.131 del 2020).

Facendo uso diffuso sia dei “partner di progetto” previsti dal Codice Appalti/Concessioni  e dal Codice del Terzo settore, che dei dottorati di ricerca comunali, recente misura prevista dal Recovery plan, e che potranno sempre più orientare e collegare al territorio la ricerca universitaria e la sua terza missione.

Il bisogno diffuso di concretezza sembra essere la cifra delle giovani generazioni post ideologiche: c’è da chiedersi, allora, se per rendere le città più attrattive e capaci di trattenere i suoi giovani non costituisca già di per sè una buona cosa offrire loro la possibilità di partecipare alla costruzione delle politiche attraverso l’elaborazione progettuale.

“Immaginare il futuro – così Giorgio De Rita – non è uno sforzo di fantasia a ruota libera, è la capacità di leggere le nostre potenzialità, quel che da soli e tutti insieme non siamo e potremmo essere. Per farlo serve prendere il tempo, per riflettere, conoscere, studiare, sapere, confrontarsi”.

Accendere i riflettori sui problemi, e condividerli, è giù di per sé una buona cura.

Enrico Conte

ex Direttore Dipartimento lavori pubblici e project financing Comune di Treiste