IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Sofistica e ‘dòxa’. I prodromi della democrazia

I prodromi della democrazia

di Paolo Protopapa

Si tratta, dunque, dello snodo storico della rivoluzione greca. Abbagnano definì la Sofistica “l’Illuminismo greco” contro i platonisti reazionari, che non volevano e non vogliono comprendere che nella secolarizzazione e laicizzazione della cultura illanguidisce il dominio del Tempio e si afferma la convenzionalità abitudinaria della Piazza. La verità non è più monopolio pretesco, né tirannica prerogativa degli ‘Aristòi’, ma opinione (dòxa) contendibile tra i figli del ‘dèmos’.
La persuasione diviene, seppure tra mille ambiguità e manipolazioni, il metro normale del discorso pubblico. E chi sa parlare può (non necessariamente sa) anche pensare bene. Questa socializzazione del ‘lògos’, propiziata dal medesimo lògos, è naturaliter politica. Si nutre e opera nella pòlis, specie di tendenza democratica, stratificata in ceti, attività, famiglie, corporazioni, gerarchie, ambiti di poteri e di istituzioni pubbliche.
Ci troviamo di fronte ad un paesaggio ideologico e culturale del tutto inedito, entro il quale la capacità dialettica, volta alla tutela di interessi, si affina e inventa oratori, comizianti, specialità comunicabili e insegnabili. Il ‘Krátos’ non si cristallizza più nella mera, pura, inattaccabile, violenza sovrana in mano a ‘Despotès’, tiranni e tirannucoli. Si mitiga, almeno in parte sempre più diffusa, in egemonia. Termine, questo, di straordinaria potenza fattuale, poiché inaugura un nuovo modo di gestire il potere, sia interno alla pòlis, sia esterno tra le pòleis. Alcune Città-Stato e, via via, Stati regionali e poi nazionali, produrranno diplomazie in grado di esercitare formidabili uomini e reti diplomatici (Atene, Roma, Firenze, Venezia, Cina, GB ecc). È in questa cornice che va letta l’espressione di Gorgia, il più acuto dei Sofisti, “La parola fa cose meravigliose”. Chi volesse leggersi ‘L’elogio di Elena’, sprofonderebbe in una inimmaginabile astuzia della ragione, tanto solida da ‘persuadere’ del contrario rispetto all’apparente (?) bronzeo luogo comune della colpevolezza di Elena nel causare la guerra di Troia per leggerezza muliebre.
Chissà – ci verrebbe da pensare – che Gorgia non sia il primo, grande femminista della storia?

Il più profondo, tecnicamente agguerrito, cinico e iperbolico dei sofisti. Gorgia penetra nell’animo di Elena, perduta e sentimentalmente annichilita dal suo seduttore fatale Paride. Gorgia spia, da perfetto psicologo, le emozioni più intime della donna, traducendole in bisogni intimi, espressione della condizione femminile e dell’ irredimibile aggiogamento alla potenza invincibile di Eros, signore assoluto di ogni cedibile volontà.
L’Encomio di Elena, regina nella casa tradita di un re, è la difesa suprema del caso sulla ragione. Non già perché il mondo sia puro gioco a scacchi e ‘hasard’ – secondo la radice araba del termine -, ma perché “le cose che non sono” (di Protagora) se pure eccedono lo spazio del controllo razionale dell’ “uomo misura di tutte le cose”, pur tuttavia ne sollecitano la fatica del conoscere.
I Sofisti, dunque, inventano la moderna libertà e responsabilità della parola, il nuovo “scenario del lògos”, per dirla col magniloquente Platone, loro nemico giurato. Dai più estremisti tra ‘sofòi’ – qui ancora soccorre Gorgia – deriva anche la prima, ben organizzata congettura teorica del nominalismo. ‘Res sunt consequentia nominum”, si potrebbe dire capolgendo il senso comune. Le cose, i fatti, i dati empirici sarebbero solo apparentemente oggettivi e indipendenti dalla nostra mente, ma in verità non dipenderebbero che dalla nostra costruzione logica. “Esse est percipi”, la realtà delle cose consiste nel fatto che esse siano percepite da un soggetto percipiente.
Il solipsismo antimaterialistico del reverendo George Berkeley (elaborato nel ‘700 a fini ideologici più che misticheggianti) è figlio della Sofistica. Ed è un frutto, insieme, di virtù dialettiche e di veleni manipolativi. La politica se ne servì – e se ne serve copiosamente – per convincere, per persuadere e, in campo giudiziario penale, per difese iperboliche di una verità ormai relativizzata e irredimibile, quasi un paradigma di eloquenza penale. Oggi siamo oltre, come abbiamo premesso. E nessuna salvezza sembra all’orizzonte. Prendiamo, allora, il buono da questa rivoluzione remota. Depuriamolo dalle zavorre populistiche che lo inficiano di opportunismi e particolarismi, nemici del civismo e del fondamento illuministico che fu alla base della loro rivoluzione. ‘Kàta mètron’, appunto, confrontandoci democraticamente secondo misura e ragione condivisa.


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