IL PENSIERO MEDITERRANEO

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sporcarsi le mani

di Riccardo Rescio

Un gesto che non dobbiamo dimenticare.

L’espressione “sporcarsi le mani” nasce in ambienti dove il lavoro manuale era l’unico modo per trasformare la materia, come nei cantieri, nei campi o nelle botteghe artigiane, e significava semplicemente mettersi all’opera senza paura di macchiarsi la pelle.
Col tempo quel senso originario si è sporcato a sua volta, finendo per indicare chi accetta di entrare in affari poco limpidi o di trattare con persone moralmente discutibili, quasi che il contatto diretto con la realtà fosse già di per sé una colpa.
Eppure, se si osserva un bambino mentre impasta la terra bagnata dopo la pioggia o mentre affonda le dita nella purea di pomodoro, ci si accorge che quello sporcarsi le mani non ha nulla di ambiguo, ma è il primo atto di conoscenza tattile che trasforma il mondo da spettacolo lontano a cosa che si può tenere tra le dita.
Un bambino non impara a riconoscere il freddo della sabbia bagnata guardandola da lontano, né capisce la differenza toccandola.
È solo toccando che comprende la diversità tra il pelo di un gatto e la corteccia di un albero è in quel gesto elementare che c’è già tutta la filosofia necessaria, quella che non si legge nei libri ma si stampa sulla pelle.
Da grandi si perde spesso questa opportunità, una grave dimenticanza, che ci allontana dalla percettiva istintiva che ci convince che toccare sia da incoscienti o da ingenui, preferendo osservare la vita attraverso vetri e schermi, dimenticando che la mano pulita è anche una mano che non ha osato.
Conservare invece la voglia di sporcarsi le mani significa dire, senza tante parole, che si è disposti a entrare nel disordine del reale, a impastare il fango della propria città o a raccogliere i rifiuti che nessuno vuole toccare, perché solo così si smette di essere spettatori e si diventa partecipi.
Prendere coscienza di qualcosa, che sia un problema sociale o una piccola ingiustizia quotidiana, richiede lo stesso movimento istintivo del bambino che afferra una manciata di sabbia: bisogna avvicinarsi, chinarsi, sentire il peso e la consistenza, e magari restare con le mani sporche per un bel po’.
Questo gesto accomuna l’umano alla natura che lo ospita, perché la terra non si capisce standole sopra con le scarpe pulite, e l’acqua non si conosce senza bagnarsi le dita, e persino il fuoco si rispetta solo dopo averci provato ad accarezzarlo da vicino.
Esistono persone che hanno fatto della paura di sporcarsi una bandiera, e loro restano in disparte a giudicare chi invece si rotola nel fango delle situazioni difficili, ma alla fine sono sempre quelli con le mani pulite a non aver mai costruito niente di vero.
Rinunciare alla sensazione tattile che ci lega al mondo è come tagliare l’unico filo che ci ricorda che siamo fatti della stessa sostanza delle cose che tocchiamo, polvere e acqua e un po’ di caos organizzato.
Sporcarsi le mani da adulti è allora una scelta di coraggio, una dichiarazione non gridata che dice eccomi, sono qui, prendo coscienza del dolore o della bellezza che mi circonda e decido di non restare a guardare.
Quando qualcosa fa male, quando una situazione grida giustizia o solo un po’ di attenzione, la mano pulita si nasconde in tasca mentre quella sporca si alza, si muove, cerca un appiglio per cambiare il verso delle cose. Ogni piccola rivoluzione è cominciata con qualcuno che non aveva paura di rovinarsi i vestiti, di incollarsi le dita di colla o di terra o di sangue, e che ha capito che l’unico modo per non sprofondare nell’indifferenza era affondare le mani fino ai polsi nella materia complicata della vita.
Il bambino che si sporca senza chiedersi il perché ci insegna ancora, a distanza di anni, che il primo passo per cambiare qualcosa è smettere di temere lo sporco e cominciare a considerarlo un certificato di presenza autentica.


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