Stabilità di governo. Parole o fatti?

di Michele Graziosetto
Da più di qualche tempo si sente parlare di garantita “stabilità” di governo, come se fosse un obiettivo e non lo strumento pratico per realizzare un progetto di governo per la trasformazione del Paese. Lo scopo di ricordarla, la stabilità , consiste nel sottolineare che siamo sempre alla solita ‘vulgata’ di quei governi che poi la storia civile del paese si è incaricata di spazzar via. Per l’ uomo della strada, da sempre, “stabilità ” ha un significato preciso: diminuire le distanze ‘sociali’ tra le aree del paese cui è assicurato di vivere in pace, libertà e normalità. L’ uomo della strada, cioè il cittadino comune, è pieno di speranze quando nasce un nuovo governo. Si aspetta, anzi egli pretende dopo tanta attesa, soprattutto da chi ha demonizzato i suoi predecessori, perché il nuovo governo prometta e “spieghi come” :
a) di intervenire rapidamente a rimuovere la disoccupazione;
b) di promuovere una sanità che davvero funzioni, un sistema giudiziario che, in tempi ragionevoli, elimini l’arretrato;
c) di riqualificare e “proteggere economicamente” la scuola sia per le strutture sia per un normale e condiviso “lavoro didattico”;
d) di aggiornare il sistema di reclutamento delle forze lavoro (trasparente e ridefinito a livello nazionale), in accordo con i sindacati, per un diverso e molto più umano sistema retributivo;
e) di elaborare una nuova politica dei trasporti pubblici, cui possono accedere, con notevole sconto, tutti i lavoratori pendolari;
f) di imporre un’ economia ‘chirurgica’ nei ministeri, con la drastica riduzione degli esperti esterni;
g) di ridefinire il numero dei parlamentari regionali (almeno riducendone il 5O %, così come per gli stipendi, restituendo allo Stato le economie;
h) di eliminare tutti i consorzi affidandone la gestione ai Comuni di competenza; etc…
Insomma, egli si augura che finalmente il nuovo governo enumeri ‘poche cose’ (si fa per dire), per le quali (forse investito da spirito provvidenziale) s’ impegna a coinvolgere periodicamente i ministeri di settore, ad elaborare gli opportuni indirizzi, anche per continuare e/o migliorare iniziative pregresse, portandole a conclusione, monitorandone – settimana per settimana – i risultati, onde evitare sprechi e negligenze.
Quando, quindi, si parla e discute di ‘stabilità’, quello che interessa ai cittadini non è il suo significato semantico, bensì la sostanza, cioè i risultati che essa ha prodotto. Se, di conseguenza, la ‘stabilità’ è soltanto un ‘feticcio’ che riproduce – assimilandolo – il pregresso tempo (cioè, della “cagnara fuori” e del “nullismo o quasi dentro”), allora questo lemma ha il sapore della menzogna e della falsità , è soltanto un ‘refrain’, che non interessa né commuove né entusiasma più nessuno. L’ uomo della strada misura ogni giorno il suo portafogli con quello di coloro che lo rappresentano. Si accorge subito della magagna e che il conto non torna. Perciò si sente defraudato. Quindi, quando ci avventuriamo in parole come “stabilità”, l’ uomo della strada si fa serio e prodigo di entusiasmo, perché finalmente il governo dice “pane al pane…”. Finalmente viene restituita alla parola “stabilità” la sua sostanza ‘operativa’.
Per l’ uomo della strada, insomma, “stabilità” significa far funzionare il “corpo” del Paese, che la salute, il lavoro e la cultura possono migliorare, con interventi strutturali, per ottenere concreti risultati, se i mezzi usati siano concepiti con uno sguardo alle nuove trasformazioni geopolitiche nelle quali ci muoviamo, consapevoli della nostra “missione equilibratrice e non offensiva” nel mondo. Solo riagganciando ai valori portanti della nostra storia costituzionale tutti gli altri popoli cointeressati ad uno sforzo comune, (senza sudditanze e senza affrettati allarmismi), si può evitare la crisi sociale: perciò, l’ uomo della strada chiede di tentare di essere più pratici, partendo, fin da subito, da una premessa imprescindibile: riduciamo i costi del personale politico, applichiamo un sistema fiscale progressivo, prendiamo ciò che spetta allo Stato dagli extra profitti bancari e gettiamo il tutto sulla bilancia di chi sta diventando sempre più povero. La “stabilità” avrebbe, quindi, un altro significato. In ultima analisi, se non ci riallineiamo alle nostre tradizioni di fattività, che mettano al primo posto sicurezza e lavoro, di questo passo anche i pochi giovani rimasti decideranno prima o poi di orientarsi per litorali più lontani ove il merito e la normalità sono sinonimi di civiltà.
All’ uomo della strada non resterebbe che aumentare le sconfitte, che non è detto che dureranno in eterno.