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Storia dei Partiti Politici: il Partito d’Azione (1942-1947)

Simboli dei partiti politici

di Z.i.G.

Tra le esperienze politiche più affascinanti e decisive del Novecento italiano, ilPartito d’Azione (PdA)occupa un posto unico. Nato nel 1942 e sciolto nel 1947, visse appena cinque anni, ma in quel breve arco di tempo contribuì in modo determinante alla lotta antifascista, alla Resistenza, alla nascita della Repubblica e alla definizione dell’identità morale della nuova Italia. Riprendere la rubricaStoria dei Partiti Politicicon il PdA significa tornare alle radici più nobili della nostra democrazia, a un’esperienza che, pur breve, continua a parlare al presente.


1. Le origini e l’identità culturale: un antifascismo diverso

Il Partito d’Azione nacque ufficialmente nel luglio del 1942, in piena clandestinità, ma le sue radici affondano negli anni Trenta, nelle reti dell’antifascismo liberale, socialista e repubblicano. A differenza dei comunisti, sostenuti da una struttura internazionale, e dei socialisti, eredi di una tradizione popolare consolidata, gli azionisti erano un gruppo eterogeneo di intellettuali, professionisti, giovani universitari, spesso provenienti da ambienti borghesi e laici.

Tra i fondatori spiccano figure che segneranno profondamente la cultura italiana:Carlo Rosselli, teorico del “socialismo liberale”;Ferruccio Parri, futuro presidente del Consiglio;Emilio Lussu, scrittore e combattente;Ugo La Malfa, economista e riformatore;Piero Calamandrei, giurista e padre costituente;Guido Calogero, filosofo del liberal-socialismo.

Il PdA rappresentò la sintesi di tre grandi correnti:

  • liberal-socialismo, che univa libertà individuale e giustizia sociale;
  • repubblicanesimo mazziniano, fondato su dovere civico e moralità pubblica;
  • socialismo democratico, distante sia dal marxismo-leninismo sia dal riformismo moderato.

Questa pluralità fu la sua ricchezza e, allo stesso tempo, la sua fragilità. Il PdA non era un partito di massa, ma un partito di idee, animato da una tensione etica che lo distingueva nel panorama politico italiano.


2. Il PdA nella Resistenza: l’anima morale del movimento partigiano

Con l’8 settembre 1943, il Partito d’Azione divenne uno dei protagonisti dellaResistenza armata. Le sue formazioni, leBrigate Giustizia e Libertà, furono tra le più attive e disciplinate. Il nome stesso richiamava l’eredità di Carlo Rosselli e del movimentoGiustizia e Libertà, che aveva rappresentato l’antifascismo più moderno e intransigente.

Gli azionisti portarono nella Resistenza una visione precisa: la lotta armata non era solo un mezzo per liberare l’Italia, ma un’occasione per rifondarla moralmente e politicamente. La guerra partigiana doveva essere il preludio a una rivoluzione democratica, capace di cancellare non solo il fascismo, ma anche le sue radici culturali e sociali.

Tra le figure più emblematiche ricordiamo:

  • Ferruccio Parri, comandante del Corpo Volontari della Libertà;
  • Riccardo Bauer, organizzatore della rete clandestina;
  • Ada Gobetti, filosofa, staffetta e animatrice della Resistenza torinese;
  • Emilio Lussu, protagonista della lotta in Sardegna e poi a Roma.

Il PdA fu anche tra i più convinti sostenitori dell’unità partigiana e del ruolo delComitato di Liberazione Nazionale (CLN), dove rappresentò la voce più radicale sul piano delle riforme e dell’epurazione del fascismo.


3. Il progetto politico e il difficile dopoguerra: un sogno che si infrange

Il Partito d’Azione non voleva restaurare l’Italia prefascista. Il suo programma era ambizioso e innovativo: repubblica democratica, riforma agraria, laicità dello Stato, economia mista con forte intervento pubblico, centralità della scuola e della cultura, epurazione rigorosa del personale compromesso con il regime.

Nel 1945, con la Liberazione, il PdA sembrò destinato a un ruolo centrale. Ferruccio Parri divennePresidente del Consiglio, simbolo della Resistenza. Ma il suo governo durò pochi mesi: troppo radicale per i moderati, troppo indipendente per i comunisti, troppo esigente sul piano morale per un Paese che voleva tornare rapidamente alla normalità.

Alle elezioni del 1946 per l’Assemblea Costituente, il PdA ottenne solol’1,5% dei voti. Un risultato che rivelava la distanza tra il prestigio morale del partito e la sua capacità di radicamento popolare. Le tensioni interne esplosero: da un lato i “socialisti” (Lussu, Foa), dall’altro i “liberali” (La Malfa, Malagodi). La frattura era insanabile. Nel 1947 il partito si sciolse, dando vita a una diaspora che portò gli ex azionisti in tutte le principali forze politiche della Repubblica.


4. L’eredità del Partito d’Azione: un seme che continua a germogliare

Nonostante la breve vita, il PdA lasciò un’eredità immensa. Molti principi fondamentali dellaCostituzione– diritti inviolabili, doveri di solidarietà, libertà civili, scuola pubblica – portano la firma morale degli azionisti. La loro idea di politica come responsabilità, la loro difesa della laicità, il loro riformismo radicale hanno influenzato profondamente la cultura politica italiana.

Il PdA ha rappresentato un modello di politica etica, rigorosa, non compromissoria. Un riferimento per generazioni di intellettuali, studiosi, amministratori. Le Brigate Giustizia e Libertà restano tra le più ricordate per disciplina, coraggio e visione politica. Ogni volta che si parla di moralità pubblica, di riformismo serio, di laicità dello Stato, il nome del Partito d’Azione riaffiora.

In un’epoca come la nostra, segnata da crisi etiche, sfiducia nella politica e fragilità istituzionale, la lezione azionista appare sorprendentemente attuale. Gli azionisti rifiutavano il trasformismo, credevano nella centralità della cultura, difendevano i diritti come fondamento della democrazia. La loro idea di libertà era concreta: libertà dal bisogno, dall’ignoranza, dalla paura.


Conclusione

Il Partito d’Azione è stato un lampo nella storia italiana: breve, ma capace di illuminare un’intera epoca. La sua forza non stava nei numeri, ma nella qualità delle persone, nella profondità delle idee, nella tensione morale che lo animava. Ripercorrerne la storia significa ricordare che la democrazia non è mai un dato acquisito, ma un impegno quotidiano. Gli azionisti lo sapevano bene: la libertà si conquista, ma soprattutto si custodisce.


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