Storia dei Partiti Politici Italiani: il Partito Radicale

Z.i.G.
Il Partito Radicale nasce nel 1955 da una scissione del Partito Liberale Italiano, ma la sua storia affonda le radici in una tradizione più ampia: quella del liberalismo laico, dell’azionismo, dell’antifascismo democratico e di una cultura politica che, nel dopoguerra, si sente soffocata tanto dal centrismo democristiano quanto dalle rigidità ideologiche dei grandi partiti di massa. I protagonisti della scissione – tra cui Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, Leopoldo Piccardi, Leone Cattani, con l’area che ruota attorno alla rivista Il Mondo – ritengono che il PLI abbia progressivamente abbandonato la sua vocazione liberale per assumere una postura conservatrice, più attenta alla difesa degli interessi consolidati che alla promozione di riforme civili e sociali.
Il nuovo Partito Radicale si propone fin dall’inizio come forza rigorosamente laica, anticlericale, garantista, impegnata nella difesa delle libertà individuali, nella separazione tra Stato e Chiesa, nella modernizzazione dei costumi e delle istituzioni. Tuttavia, la prima fase del PR è segnata da una forte impronta elitaria: è un partito piccolo, privo di un vero radicamento territoriale, vicino ai ceti intellettuali urbani, ai circoli culturali, a una borghesia colta e inquieta, ma lontano dalle grandi masse popolari. Le difficoltà organizzative, la scarsità di risorse, le tensioni interne e la difficoltà di ritagliarsi uno spazio in un sistema politico dominato da DC, PSI, PCI e dai partiti laici tradizionali portano, nel giro di pochi anni, a una crisi profonda, fino allo scioglimento di fatto nel 1962. Ma il radicalismo non scompare: sopravvive come corrente culturale, come sensibilità laica e libertaria, come rete di persone e idee che continuano a muoversi tra giornali, riviste, associazioni, movimenti per il divorzio e per i diritti civili.
La vera svolta avviene nel 1967, quando un gruppo di giovani militanti, guidati da Marco Pannella, rifonda il Partito Radicale su basi completamente nuove. Non si tratta di una semplice “ripartenza” organizzativa, ma di una rifondazione identitaria: il PR diventa un “partito-movimento”, ispirato alla nonviolenza gandhiana, alla disobbedienza civile, all’autofinanziamento, al rifiuto dei finanziamenti pubblici e delle logiche di potere tradizionali. La politica non è più intesa come gestione di apparati, ma come mobilitazione permanente sui diritti civili, sulle libertà individuali, sulle riforme istituzionali. Il partito si struttura in modo leggero, con congressi aperti, forte centralità dei militanti, uso intensivo dei mezzi di comunicazione, capacità di trasformare ogni battaglia in un caso pubblico. In un’Italia che sta entrando nella stagione delle contestazioni, del ’68, dei movimenti studenteschi e operai, il Partito Radicale si colloca in una posizione singolare: non è un partito marxista, non è un partito di governo, non è un partito confessionale; è una forza laica, libertaria, che mette al centro il corpo, la libertà personale, la sessualità, la coscienza individuale, la giustizia, la dignità dei detenuti, la critica alla “partitocrazia”.
È in questa fase che il PR comincia a elaborare i temi che lo renderanno unico nel panorama italiano: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, riforma carceraria, depenalizzazione delle droghe leggere, laicità dello Stato, trasparenza delle istituzioni, diritti delle minoranze, critica al finanziamento pubblico dei partiti, difesa dei diritti umani su scala internazionale. La sua struttura organizzativa, basata su militanza volontaria, autofinanziamento, uso sistematico dei referendum abrogativi e delle campagne di opinione, rappresenta una rottura radicale con la tradizione partitica italiana, dominata da apparati burocratici, correnti interne, logiche clientelari e compromessi di governo.
Gli anni Settanta e Ottanta rappresentano il periodo di massima visibilità e incidenza del Partito Radicale, che pur restando numericamente minoritario riesce a imprimere una svolta decisiva alla storia civile del Paese. Il PR è protagonista della battaglia per il divorzio, sostenendo la legge Fortuna-Baslini del 1970 e giocando un ruolo centrale nella campagna referendaria del 1974, quando il fronte conservatore – sostenuto dalla Democrazia Cristiana e dalla Chiesa cattolica – tenta di abrogarla. La vittoria del “no” al referendum non è solo una vittoria legislativa, ma un passaggio simbolico: per la prima volta, una larga maggioranza di italiani si esprime contro la linea ufficiale della Chiesa e a favore di una concezione più laica e pluralista della famiglia e del matrimonio. Subito dopo, il Partito Radicale si impegna nella battaglia per la legalizzazione dell’aborto, sostenendo la legge 194 del 1978 e promuovendo iniziative di disobbedienza civile, come le autodenunce di donne e medici che praticano aborti clandestini, le campagne di informazione sulla contraccezione, il sostegno ai consultori. Parallelamente, il PR si batte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, difendendo gli obiettori che rischiano il carcere e contribuendo all’approvazione della legge 772 del 1972, che introduce il servizio civile sostitutivo.
Il partito è anche tra i primi a denunciare le condizioni delle carceri italiane, promuovendo scioperi della fame, visite ispettive, iniziative parlamentari e campagne di opinione che portano alla riforma penitenziaria del 1975, orientata a una concezione più rieducativa e meno puramente punitiva della pena. Negli stessi anni, il PR propone la depenalizzazione dell’uso personale di droghe leggere, anticipando di decenni un dibattito che ancora oggi è aperto, e si schiera a favore dei diritti delle minoranze sessuali quando il tema è ancora quasi completamente assente dal discorso pubblico. Negli anni Ottanta, il Partito Radicale diventa il principale promotore di referendum abrogativi, utilizzati come strumento per rompere il monopolio dei grandi partiti e restituire ai cittadini la possibilità di intervenire direttamente sulle leggi. I temi affrontati spaziano dal finanziamento pubblico dei partiti alla responsabilità civile dei magistrati, dal nucleare alla caccia, dalla giustizia all’ordine pubblico.
Il PR si definisce “partito dei referendum” non per ridurre la politica a un voto sì/no, ma per usare il referendum come leva per costringere il sistema politico a confrontarsi con questioni che altrimenti verrebbero eluse. In questo periodo, il partito sviluppa anche una forte dimensione internazionale: sostiene i dissidenti dell’Europa orientale, denuncia le violazioni dei diritti umani nei regimi autoritari, promuove la lotta contro la pena di morte, collabora con organizzazioni come Amnesty International, lancia la campagna per l’istituzione di una Corte Penale Internazionale e per una moratoria universale delle esecuzioni capitali. L’elezione di Emma Bonino e Marco Pannella al Parlamento europeo offre al radicalismo una piattaforma istituzionale da cui portare avanti battaglie globali: diritti delle donne, lotta alla fame nel mondo, riforma delle istituzioni europee, difesa dei diritti umani nei Paesi in via di sviluppo, sostegno ai movimenti democratici nei regimi autoritari. La capacità del Partito Radicale di coniugare battaglie locali (divorzio, aborto, carceri) e impegno internazionale (pena di morte, diritti umani, tribunali internazionali) rappresenta una novità assoluta nel panorama politico italiano, tradizionalmente concentrato su questioni interne e poco incline a una visione transnazionale dei diritti.
Con la crisi della Prima Repubblica negli anni Novanta, segnata da Tangentopoli, dal crollo dei partiti tradizionali e dalla trasformazione del sistema politico, il Partito Radicale compie una scelta inedita: decide di non trasformarsi in un nuovo partito di potere, ma di accentuare la propria vocazione transnazionale, diventando Partito Radicale Transnazionale, riconosciuto come ONG presso l’ONU. L’idea di fondo è che le grandi questioni del tempo – diritti umani, giustizia internazionale, ambiente, globalizzazione, democrazia – non possano più essere affrontate solo a livello nazionale. In Italia, il radicalismo continua a operare attraverso liste collegate (Lista Pannella, Lista Bonino, Rosa nel Pugno, Radicali Italiani), mantenendo una presenza nelle istituzioni ma senza ambizioni di governo tradizionali. Le battaglie degli anni Duemila e Duemiladieci si concentrano su temi come l’eutanasia e il testamento biologico, le unioni civili e i diritti LGBT, la legalizzazione delle droghe leggere, la riforma della giustizia, l’amnistia e l’indulto per affrontare il sovraffollamento carcerario, la libertà di informazione, la trasparenza delle istituzioni, la difesa dei diritti dei detenuti e dei migranti. La figura di Marco Pannella, fino alla sua morte nel 2016, rimane centrale: scioperi della fame e della sete, iniziative nonviolente, presenza mediatica costante, capacità di portare all’attenzione pubblica temi ignorati dai grandi partiti.
L’eredità del Partito Radicale nella società italiana è profonda e va ben oltre i suoi risultati elettorali, sempre modesti. Molte conquiste civili – dal divorzio all’aborto, dall’obiezione di coscienza alla riforma penitenziaria, fino alle unioni civili – sono state rese possibili o accelerate dalla sua azione. Il PR ha introdotto nel dibattito pubblico una cultura politica basata sulla laicità dello Stato, sul garantismo, sulla centralità dei diritti individuali, sulla nonviolenza, sulla trasparenza, sulla partecipazione diretta dei cittadini attraverso i referendum. Ha contribuito a ridurre l’influenza politica diretta della Chiesa cattolica, a promuovere una concezione più pluralista della società, a difendere le minoranze e i soggetti più vulnerabili, a portare in Italia una sensibilità internazionale sui diritti umani e sulla giustizia globale.
Pur non avendo mai governato, il Partito Radicale ha inciso profondamente sull’evoluzione sociale del Paese, dimostrando che un partito piccolo, se dotato di idee forti, metodi innovativi e una visione etica della politica, può cambiare le leggi, i costumi e la coscienza collettiva molto più di quanto non facciano talvolta i grandi partiti di governo. In questo senso, la sua storia è quella di una minoranza politica che ha saputo diventare maggioranza culturale su molti temi decisivi della modernizzazione italiana.