Storia dei partiti politici italiani: Partito Comunista Italiano
di Z.i.G.
Il Partito Comunista Italiano (PCI): dalla rifondazione togliattiana alla svolta della Bolognina (1943–1991)
Sintesi iniziale:
Il Partito Comunista Italiano, rifondato nel 1943 da Palmiro Togliatti, è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e uno dei protagonisti assoluti della storia politica italiana del Novecento. Da forza costituente della Repubblica a partito d’opposizione permanente, il PCI ha incarnato tensioni ideologiche, sociali e culturali che hanno attraversato il Paese per quasi cinquant’anni.
1. Le origini: dalla scissione di Livorno alla clandestinità
Il PCI nasce come Partito Comunista d’Italia (PCd’I) il 21 gennaio 1921, a Livorno, dalla scissione del Partito Socialista Italiano. Guidato da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Umberto Terracini, il partito aderisce all’Internazionale Comunista e si propone come avanguardia rivoluzionaria.
Con l’avvento del fascismo, il PCd’I viene messo al bando nel 1926 e costretto alla clandestinità. Gramsci viene arrestato e scrive i suoi celebri Quaderni dal carcere, mentre il partito si frammenta tra bordighisti e ordinovisti, mantenendo un ruolo marginale nella politica italiana fino alla Seconda guerra mondiale.
2. La svolta di Salerno e la rifondazione del PCI
Nel 1943, Palmiro Togliatti, rientrato in Italia dopo l’esilio in URSS, rifonda il partito con il nome di Partito Comunista Italiano (PCI). La cosiddetta “svolta di Salerno” segna un cambio strategico: il PCI abbandona la prospettiva rivoluzionaria e si impegna nella costruzione democratica della Repubblica, collaborando con le forze antifasciste nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Il PCI partecipa attivamente alla Resistenza, guadagnando prestigio e radicamento popolare. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946 ottiene il 18,9% dei voti, contribuendo alla stesura della Costituzione e alla fondazione della Repubblica.
3. L’opposizione permanente e il legame con Mosca
Nel 1947, Alcide De Gasperi estromette il PCI dal governo per allineare l’Italia al blocco occidentale. Da quel momento, il PCI diventa partito d’opposizione permanente, mantenendo un forte legame ideologico e logistico con l’Unione Sovietica, attraverso il Cominform e i finanziamenti diretti.
Togliatti propone una “via italiana al socialismo”, basata sulla democrazia parlamentare e sul radicamento territoriale. Il PCI diventa una potenza organizzativa: milioni di iscritti, sezioni locali, case del popolo, sindacati, cooperative, giornali (l’Unità), scuole di formazione politica.
4. Gli anni ’50 e ’60: radicamento e tensioni ideologiche
Negli anni ’50, il PCI consolida la sua presenza nelle regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria), nei luoghi di lavoro, nei movimenti contadini. Pur mantenendo una linea marxista-leninista, il partito sviluppa una prassi di opposizione democratica, partecipando attivamente alla vita parlamentare e locale.
La morte di Togliatti nel 1964 apre una fase di transizione. Luigi Longo e poi Enrico Berlinguer guidano il partito verso una maggiore autonomia ideologica. Berlinguer, in particolare, promuove l’eurocomunismo, il compromesso storico con la DC, e una critica esplicita al modello sovietico, soprattutto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968.
5. Gli anni ’70: il PCI come partito di massa e di governo locale
Nel 1976, il PCI raggiunge il suo massimo storico: 34,4% dei voti alla Camera, diventando il secondo partito italiano. È il periodo del compromesso storico, della collaborazione con la DC per garantire stabilità in un contesto segnato da terrorismo, crisi economica, conflitti sociali.
Il PCI governa centinaia di comuni e province, promuove politiche sociali avanzate, investe in cultura, urbanistica, servizi pubblici. È un partito di massa, ma anche un partito pedagogico, che forma cittadini, promuove cultura, costruisce comunità.
6. Gli anni ’80: crisi, rinnovamento e la fine del mito sovietico
Negli anni ’80, il PCI affronta una crisi identitaria. La morte di Berlinguer nel 1984 segna la fine di un’epoca. Il partito, guidato da Alessandro Natta e poi da Achille Occhetto, cerca di rinnovarsi, ma è diviso tra ortodossi e riformisti.
Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e la fine dell’URSS mettono in discussione l’intera identità comunista. Occhetto propone una svolta radicale: il superamento del PCI e la nascita di un nuovo soggetto politico.
7. La svolta della Bolognina e la fine del PCI
Il 12 novembre 1989, Occhetto annuncia la svolta della Bolognina: il PCI deve cambiare nome, simbolo, identità. Dopo un lungo dibattito interno, il partito si scioglie ufficialmente il 3 febbraio 1991, dando vita al Partito Democratico della Sinistra (PDS).
Una parte minoritaria, guidata da Armando Cossutta, fonda il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), per mantenere viva l’eredità marxista. È la fine del più grande partito comunista dell’Occidente, ma anche l’inizio di una nuova fase della sinistra italiana.
8. Eredità e interpretazioni
Il PCI ha rappresentato una scuola di cittadinanza, una rete sociale, una visione del mondo. Ha educato generazioni di militanti, ha promosso cultura, mutualismo, solidarietà. La sua assenza, come scrive Luca Falbo, “pesa più di quanto si ammetta pubblicamente” LaC News24.
La storiografia lo ha interpretato come partito ideologico, partito di massa, partito pedagogico, ma anche come partito dogmatico, centralista, ambivalente. La sua storia è intrecciata con quella dell’Italia: dalla Resistenza alla Repubblica, dalla Guerra Fredda alla crisi della sinistra.