IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“Storia di una capinera” di Giovanni Verga – analisi, commento e confronto con la Monaca di Monza

di Giovanni Teresi

Il romanzo Storia di una capinera, pubblicato nel 1870, prima a puntate in rivista: “Corriere delle Dame” e “La Ricamatrice”, poi in volume nel 1871, è una tappa assai significativa del percorso narrativo di Giovanni Verga.

Giovanni verga
Giovanni Verga

La trama, probabilmente ispirata ad un fatto vero, racconta le vicende della giovanissima Maria, adolescente siciliana orfana di madre, che il padre, succube della nuova moglie, ha destinato ad una vita di clausura in un convento catanese.

Elaborato durante il soggiorno fiorentino (dove Verga trascorre alcuni mesi nel 1865, e un periodo più lungo dal 1869 al 1871), Storia di una capinera è un chiaro tentativo, da parte di un narratore in via di formazione ed ancora lontano dal rigore metodologico e stilistico dei romanzi maggiori (I Malavoglia e Mastro don Gesualdo). La “capinera” (una sorta di passero, simbolo trasparente della debolezza dell’indifesa protagonista di fronte alle ingiustizie del mondo) diventa la chiave di lettura attraverso cui leggere e sintetizzare al meglio la triste vicenda di Maria, e al tempo stesso un esplicito appello d’intesa alle lettrici borghesi, da subito identificate come destinatarie privilegiate di queste narrazioni sentimental-patetiche sul “mistero” del cuore umano.

Copertina dell’edizione Oscar Mondadori, 2016

La scelta del titolo è legata a un aneddoto raccontato dallo stesso Verga nella prefazione del libro. Lo scrittore dice di essersi ispirato a una capinera, un piccolo uccello, che una volta vide chiusa nella sua gabbia, triste e malinconica, che guardava con invidia gli altri uccelli liberi di volare. Non avendo la forza di volontà di cercare di liberarsi, la capinera si lasciò infine morire di fame e di sete.

Se il tema della monacazione forzata, all’epoca assai diffusa, sembrerebbe sviluppare inizialmente un’analisi della società e dei moventi economici dietro alla vicenda narrata (e cioè, la volontà della matrigna di preservare la dote dell’altra figlia, costringendo Maria a prendere i voti), Verga invece focalizza la sua attenzione sulla figura femminile principale e sulle sue molteplici reazioni intime. Infatti, quando un’epidemia di colera (siamo all’incirca a metà degli anni Cinquanta del secolo XIX) costringe Maria a soggiornare provvisoriamente presso la famiglia, in campagna (monte Ilice), alla scoperta appassionata della bellezza del mondo naturale. Segue un evento ben più rilevante: l’incontro con Nino, un vicino di casa di cui l’ingenua ragazza s’innamora immediatamente. Il narratore indaga allora in profondità le reazioni psicologiche della giovane, combattuta tra la sua devozione naturale e sincera a Dio e l’altrettanto spontanea e incontenibile passione per Nino; strumento di quest’esame minuzioso è la forma epistolare dell’opera, che si compone delle lettere tramite cui la protagonista confessa i propri turbamenti ad un’altra educanda, Marianna. In particolare, lo strumento della missiva serve a far emergere in primo piano la personalità scissa e tormentata della giovane, esaltando le componenti di pathos melodrammatico della vicenda, che ampio successo avevano presso il pubblico dell’epoca. Al divieto da parte della matrigna di frequentare ancora Nino, seguono la malattia di Maria e, soprattutto, il rientro a Catania e alla vita conventuale. Qui le sofferenze della protagonista assumono tinte ben peggiori, esacerbate da una notizia che altera definitivamente il suo già fragile equilibrio psichico: giunge la notizia che Nino si sposerà con la sorellastra Giuditta. La cerimonia di monacazione non è che il passo conclusivo della discesa di Maria nella follia, sempre raccontata dal suo punto di vista interno; l’esplosione dell’ossessione maniacale della protagonista (che dal “belvedere” del convento può, per una perfida ironia della sorte, contemplare la casa dei due sposi) la conduce ad un estremo tentativo di fuga e alla reclusione nella “cella dei matti” del convento, dove di lì a poco la giovane morirà.

Storia di una capinera è un romanzo epistolare in forma di monologo, vale a dire che tutte le lettere sono scritte dalla protagonista, che affida alla carta le confessioni della sua anima. Altro elemento molto importante è che il narratore sia una donna, Verga si cala dunque all’interno di un’ottica femminile. La destinataria delle lettere è l’amica Marianna, interlocutrice muta, anche lei educanda del convento ma che, a differenza di Maria, avrà il coraggio di scegliere la vita.  Si tratta di un tipo di romanzo molto diffuso nel 700 e nell’800.

Vediamo ora quali sono le fonti di ispirazione del romanzo.

Il romanzo Storia di una capinera presenta diverse fonti di ispirazione, ognuna delle quali ci permette di scoprire differenti livelli di lettura.
Vediamo  quali sono: 

  1. I ricordi autobiografici

Un primo livello di lettura ci riporta alle esperienze della vita dello scrittore e un episodio in particolare è interessante: la zia di Verga era suora in un convento nei pressi di Catania e, da ragazzo, lo scrittore insieme ad altri parenti si rifugiarono lì per sfuggire a un’epidemia (come nel romanzo). Qui conobbe una giovane educanda che egli ricorda come il suo primo amore. A questo si lega l’esperienza della madre dello scrittore: anche lei fu educanda presso un convento prima di sposarsi.   

2. Il problema sociale

Negli anni in cui Verga compone Storia di una capinera, la società italiana, iniziava ad affrontare il problema delle monacazioni forzate, una pratica diffusa che molti scrittori e intellettuali iniziarono a denunciare. Tra di essi c’è Verga che, attraverso questo romanzo, si schiera dalla parte di queste ragazze dimostrando quell’attenzione verso gli umili e i vinti che svilupperà nella sua narrativa successiva.   

Il romanzo analizza una tematica, come già detto, assai frequente nella Sicilia di secoli fa: ovvero la monacazione forzata. Maria, piccola anima fragile non riesce a sottrarsi al destino che le è stato imposto sentendosi, man mano che il tempo passa, soffocare nel ruolo che per convenienza le hanno cucito addosso. Il padre vorrebbe liberare sua figlia da questa sofferenza ma si ritrova ad essere strumento nelle mani della sua nuova moglie.

Anche lui come Maria non riesce a ribellarsi e quindi asseconda il volere della sua consorte, cioè quello di tutelare tutto il denaro per l’altra figlia, la dote deve confluire senza indugi nelle tasche della sorellastra Giuditta.

Grazie a questa condizione dell’epoca, l’autore grida, attraverso la sua penna, l’urlo disperato di donne senza voce, troppo fragili per ribellarsi alle decisioni della famiglia, donne che educate a tenere il capo chino si lasciano scivolare la loro vita dalle mani.

Giovanni Verga entra nella psiche fragile e instabile della novizia analizzando i suoi sentimenti, portando quasi alla esasperazione il suo dolore per un amore nemmeno sbocciato che racchiude i esso la paura di vivere una vita monotona e senza la vocazione necessaria per una vita monacale. Emerge, così, la paura per una vita vuota, inutile e sterile.

3. Le fonti letterarie

Nell’800 le monache, i loro tormenti e la pratica delle monacazioni forzate diventano argomento di molte opere letterarie.
Cito qui solo i due romanzi più importanti insieme a Storia di una capinera:  

  • La religiosa di Diderot, storia di una ragazza che, come Maria, viene costretta dalla famiglia a farsi suora ma che cerca più volte di fuggire alla vita del convento.
  • L’episodio della monaca di Monza ne “I promessi sposi” di Manzoni, in cui si raccontano, o almeno si lasciano immaginare, le avventure galanti e libertine di suor Gertrude. Manzoni si ispirò per l’episodio a una storia vera, uno scandalo scoppiato nel ‘600 a Milano.

Al fine di descrivere i pensieri che tormentano la protagonista, il romanzo Storia di una capinera ricorre spesso al discorso dubitativo, fatto di periodi ipotetici e verbi di dubbio.

La forma del discorso dominante è il flusso di pensieri, la riflessione, con frequente uso di esclamazioni e interiezioni. Maria si abbandona ai suoi pensieri, come se stesse parlando con sé stessa, e il discorso viene a coincidere con i suoi ragionamenti.
La forma epistolare determina un uso molto forte del linguaggio della soggettività. Dal punto di vista del linguaggio Verga usa una lingua letteraria e fiorentineggiante.  

CONFRONTO TRA STORIA DI UNA CAPINERA E MONACA DI MONZA

Per Gertrude la formazione da monaca consisteva anche nel dover trascorrere un mese presso la casa paterna prima di intraprendere la vita di clausura e Maria, invece, si era trovata costretta a rifugiarsi nella tenuta familiare in campagna sul Monte Ilice dal momento che a Catania era scoppiata un’epidemia di colera.

Maria ama suo padre con tenerezza sebbene arrivi a conoscerlo con confidenza solo quando, all’età di vent’anni, torna presso la casa natia. La ragazza capisce come il “babbo” ami di più la figliastra Giuditta, a cui dona tutto il proprio affetto; ma, nonostante questo, trova conforto nell’avere accanto il suo “vecchio” quando passeggia nel bosco e ama la premura con la quale egli le si rivolge, preoccupandosi di non rimproverarla in modo tale che si possa svagare. Condividendo la vita domestica con il genitore, Maria se ne affeziona nonostante tra i due ci sia sempre una sorta di imbarazzo e, contemporaneamente, da parte della ragazza, la ricerca di protezione in ogni suo sguardo e gesto.
Quando, però, Maria è costretta a tornare in convento, logorata dal suo dissidio interiore, il padre ignora la sofferenza della figlia, a causa della sua cecità. Il padre della monaca di Monza, invece, incarna perfettamente l’immagine del nobile secentesco, padre dispotico che tramanda l’intero patrimonio al figlio primogenito, secondo la regola del maggiorascato, mentre agli altri riserva un destino di clausura. L’uomo sottopone perciò Geltrude ad una pressione psicologica tale da renderla incapace di reagire; le bambole raffiguranti suore e le continue allusioni al futuro in convento segnano l’infanzia della ragazza. Questi gesti non fanno altro che far leva sui sentimenti infantili: il desiderio di compiacere i propri genitori, l’ossequio che si riserva nei loro confronti, il timore di errare. Anche dopo aver trovato il coraggio di opporsi ad un destino che non accetta, Gertrude è ancora una volta costretta a mettere a tacere i propri sentimenti lasciando che il padre prevarichi infondendole ansia penosa ed incertezza. Manzoni rende esplicita la spietatezza del personaggio e la divergenza tra il principe e il padre nell’inciso: “Non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre”.

L’uomo infierisce sadicamente sulla figlia: ne fa la vittima di un sacrificio cui ha dato “un’apparenza di bene”. Nel momento in cui la ragazza acconsente a prendere i voti, opportunisticamente, il padre le concede una breve tenerezza che non è più fittizia ma “in gran parte sincera”, con un “giubilo” che sgorga dal cuore e fa cadere la maschera della “gravità consueta”. L’autore pone dunque in luce nel “guazzabuglio del cuore” il gioco delle contraddizioni, la mescolanza degli affetti che restano anche nelle coscienze più indurite. Così proprio all’ultimo atto, il principe può tornare per un momento ad essere padre e la sua prepotenza si muta in commozione. L’avvicinamento forzato a Dio di entrambe le ragazze fa in modo che esse abbiano un rapporto piuttosto interlocutorio con la propria fede e, soprattutto, non autentico e sincero. Maria ama il Signore, ma nel suo cuore desidera intensamente dedicare tutto il proprio amore al signor Nino, affascinante ragazzo che aveva conosciuto presso la tenuta del padre. Il pensiero dell’amato non abbandona mai Maria, la quale si tormenta sentendosi colpevole e irrispettosa verso l’unico a cui dovrebbe dedicare il proprio cuore: Dio. La ragazza perde il senno, le preghiere non risultano efficaci, nonostante per un periodo sembra che la situazione migliori. Maria tenta di raggiungere Dio con la ragione, imponendosi di desiderare null’altro al mondo, ma il suo totalizzante sentimento d’amore è irreversibilmente indirizzato verso signor Nino. Invece, Gertrude, una volta diventata monaca non sa ricorrere alla fede per trovare la pace interiore e continua a sperare in una vita diversa. La giovane non ha la forza di rifiutare il male. Come afferma Manzoni, è possibile subire il male senza volerlo, ma non è mai possibile compierlo senza esserne responsabili. La monaca, oltre a non accettare pienamente la vita religiosa, vive la menzogna, il delitto ed il peccato di amare un uomo, in un luogo destinato alla fede. In esso, sebbene sia trattata come una principessa poiché proveniente da una nobile famiglia, non stringe relazioni profonde con le consorelle e si isola. Il ritratto che ne dipinge Manzoni, languidamente appoggiata alla grata della finestra, rende perfettamente lo stato d’animo della ragazza che si sente intrappolata in quel vestito nero che ha stretto in vita, tra quelle mura che disprezza. Al contrario, Maria non nutre il medesimo sprezzo di Gertrude ma, paragonata da Verga ad una capinera in gabbia, si sente privata della propria libertà di amare.

Dalla sua finestra può vedere solamente nel salotto della casa di fronte, dove sua sorella vive sposata con il signor Nino e può solo sperare si intravedere la figura dell’amato dietro le tende, sapendo di non poterlo avere. L’amore di Gertrude, invece, è solamente influenzato dalla scelta obbligatale dal padre: farsi suora. La donna diventa quindi ribelle e sempre più riluttante delle idee del padre, che si trova costretta ad intraprendere.

Il carattere indomabile di Gertrude è sottolineato anche nella descrizione del suo aspetto fisico negletto. La donna prima subisce, poi viene travolta dalle passioni che la porteranno al peccato. Manzoni le attribuisce un carattere peccaminoso e ribelle, simbolo di ideali anti-cristiani. L’amore della monaca è violento ed irrazionale. Questa agisce come se le sue azioni rispecchiassero una vedetta nei confronti del genitore, ma il suo amore passionale è peccato. E’ appunto l’essere irrazionale che la porta fuori strada compiendo azioni non dettate dall’amore, ma dall’odio. Il sentimento di Maria è, invece, autentico.

Ella è in conflitto con se stessa, proprio perché non è in grado di contenere la propria passione che la strugge e le dilania l’anima. La sua sofferenza implode, distruggendo la ragazza che, priva di forze, si abbandona alla morte.

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