Studiare Pasolini

Pierpaolo Pasolini in un dipinto di massimo Marangio
di Paolo Protopapa
Pier Paolo Pasolini, per carattere e scelta consapevole e cognitiva, non si riconobbe in etichette o feticci identitari. Da ‘diverso’ quale fu in tempi conformistici e bigotti (di cui pagò le conseguenze ideologiche), fu sempre un libero pensatore, legato a tutte le forme minoritarie di espressione, laiche e culturali, ma anche linguistiche e sociali.
Leggiamo, in tale ambito tematico, in particolare ‘Passione e ideologia’, testo di grande attualità nonostante mezzo secolo dalla pubblicazione. Sono convinto che gli fosse connaturale una componente anarco-individualista, che non lo rese simpatico ai dogmatici in generale. Io lo lessi e apprezzai, specie negli anni universitari, ‘Le Ceneri di Gramsci’, in particolare, opera eticamente più che esteticamente (poeticamente) esaltata dalla critica.
Per molti di noi, comunisti militanti entusiasti, era difficile (e fu impossibile) condividere la sua denuncia anti-piccoloborghese sui fatti di Valle Giulia. Stare con i poliziotti, lui chiedeva, che per noi erano manganellatori, e non, invece, solidarizzare con la loro radice e matrice proletaria di classe. Anche lì – possiamo ammetterlo onestamente – egli fu coraggioso e civicamente provocatorio. Odiava la nostra società e, spesso, regrediva verso forme arcaiche da lui giudicate umanamente autentiche nella loro essenziale pre-modernità.
È qui, probabilmente, la sua frizione acuta e il rapporto conflittuale col PCI. Togliatti, Partito nuovo, redenzione delle masse ecc. ecc. per lui, intellettuale complesso e problematico, non esaurivano il tarlo corruttivo di un capitalismo borghese irredimibile. Perciò fu radicale e, per tante evidenti incompatibilità metodologiche, poco conciliabile con la categoria stessa del politico.
Se Togliatti (e il suo straordinario gruppo dirigente) sposarono le sorti strutturali di una politica nazionale, per così dire, amministrativa e statualmente riformatrice, ossia collocata nella storia (seppure critica) statuale, per Pasolini, invece, il problema rimaneva fondamentalmente di ordine morale. Politica e morale – che per il politico vedono prevalere gerarchicamente la prima -, per lui è, invece, subordinata ontologicamente alla seconda. È qui che anche noi, dopo mezzo secolo, ancora ci accapigliamo alla ricerca di una mediazione.
Sentiamo, quindi, tutta la nostalgia della sua straordinaria battaglia civile, senza tuttavia poter fruire della luce, limpida e tagliente, diremmo effettuale dei suoi ‘Scritti corsari’ e del suo cinema utilmente corrosivo e intellettualmente onesto.
Si incuneò, il ribelle di Casarsa, nel cuore algido della borghesia cosiddetta illuminata, ma per costringerla a specchiarsi in una Italia non già dignitosamente borghese dei suoi processi storici, bensì per scoprirsi miserabilmente ‘omologatrice’ e reazionaria.
Aveva ragione Pasolini?
Per il mondo dei partiti e dell’establishment politico, certamente no. Per i sinedri e le (già) tendenziali autocrazie ideologiche, più o meno organiche e funzionali al sistema di un neo-capitalismo rapace e predatorio, altrettanto certamente no. Anche per la pletora degli intellettuali cortigiani, pascolanti nelle riserve indiane della politica politicante settaria, ancora no.
Pasolini lo amarono in molti, in talune sue posture di pubblica denuncia o di tenerissima poetica (artistica o letteraria), in tantissimi. Tale è stata, per la nostra generazione, la sua lezione essenziale e umanissima. Non poteva, però, in una forse troppo ottimistica Italia, appena appena post- costituzionale, vincere il provincialismo delle nostre culture acerbamente diffidenti e frantumate.
La via pasoliniana non era politica nella accezione del ‘buon governo delle cose’. Non era, tantomeno, amministrativa o banalmente progressiva nell’accezione della magnificenza di un salvifico sviluppo consumistico prossimo venturo.
In questa visione egli fu, probabilmente, coerentemente russoiano. E continuò a distinguere, aggiornando l’analisi critica dei processi storici, la qualità formativa del progresso rispetto alla quantità ‘anche’ e fortemente regressiva dello sviluppo. Pertanto seppe precorrere, con genialità anticipatrice e lucidissima, il demone devastante della devastante crescita ‘ad nutum’.
Ci chiediamo, per almeno alcune di queste sue aurorali intuizioni, ragionate e coraggiose, se non sia proprio questa straordinaria inattualità delle sue considerazioni a rendercelo quanto mai “simile e fraterno”, sodale e illuminante per l’oggi.