IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Sud-diti e Xylella

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di Paolo Protopapa


Si discute molto dei danni causati da quel mostro biblico rappresentato dalla Xylella. Mi pare, tuttavia, che soprattutto I politici, dato il loro potere di intervento pubblico, avrebbero dovuto capire la Xylella se non prima, almeno durante e non post. Ovvero quel ‘dopo’ che è diventato ‘mai’, quindi ‘fuori tempo massimo’ e che oggi intriga salotti e tavole rotonde affollati di ogni genere di addetti ai lavori. In un Paese serio e organizzato, guidato da una classe dirigente responsabile perché competente, il Salento, ferito da un tale morbo rurale, pestifero e formidabile, sarebbe dovuto diventare una questione nazionale e non un tema frammentario e decorativo.

Da Lecce a Bari e da Bari a Roma e da Roma a Bruxelles la mobilitazione politica, prima ancora che tecnica, avrebbe dovuto e potuto dispiegare tutta la sua eccezionale potenza etica e solidaristica verso la nostra terra. Perché il Salento, non dimentichiamolo noi, uomini liberi, è Mezzogiorno d’Italia e ponte dell’Europa mediterranea, non un Grand Hotel turistico a vocazione gregaria.

Anche perché La Xylella non ha rivelato soltanto la nostra fragilità territoriale, ma soprattutto l’inadeguatezza strutturale, morfologica e storica, della nostra, piccola e mediocre classe dirigente. Ora, se e come sarà possibile frapporre rimedio a questo stato di cose, rimane il problema storico e politico dell’oggi e il tormento della prospettiva futura. Ben oltre gli abituali fervorini di una Puglia perennemente pre-elettorale ridondante e festaiola.
Va anche detto, per onestà intellettuale, che Il Sud, per chi lo ha studiato e profondamente amato e vissuto, appare per molti aspetti sempre uguale. Anzi, un “eterno ritorno dell’uguale”, come incideva filosoficamente Nietzsche a propositi del Destino umano.

Se ciò fosse, così come appare, veridicamente drammatico, la ‘Xylella’ metaforica quanto emblematica della nostra povera esistenza non cesserebbe mai. E, invece, noi dobbiamo aprirci al meglio. Vogliamo sognare, da cittadini responsabili che ogni italiano (e pugliese e salentino) cominci a leggere almeno 5 libri all’anno. Pochi romanzi e qualche essenziale saggio critico. Sei libri, uno in più, per i politici, anzitutto di storia, di diritto pubblico, di economia sociale e di cultura ideologico-politica dei partiti popolari. I politici sono, in particolare nel Mezzogiorno, una categoria tra le più digiune e orfane di saperi e di conoscenze utili alla prassi. Essi, in grande misura, sono convinti che per affrontare i problemi collettivi, basti l’intuizione e la scorciatoia del populismo, condito dal perbenismo di una pronta e ossequiosa disponibilità convenzionale.

Già nel passato remoto, tanto per citare figure storicamente rilevanti, Archiloco, grande lirico classico, nella primigenia Agorà greca ironizzò su un certo Licambe, suo mancato suocero, che era un politico vocazionalmente ‘amico del popolo’. Costui – stando al frammento ereditato dal poeta – “sorrideva, ammiccava e dispensava pacche sulle spalle a tutti quelli che incontrava”. Aggiungiamo, tuttavia, per completezza, che la Politica, in quanto scienza pratica – come titolò Aristotele 25 secoli fa in uno straordinario e ancora attuale libretto basato sull’analisi di 156 Costituzioni di ‘pòleis’ greche – non significa soltanto scaltrezza e colpevole, opportunistica disinvoltura di gente ‘senza mestiere’. Pertanto, a fronte di un politico ‘Golpe e lione’, come si dice del Principe machiavelliano, in democrazia e nelle società aperte dello Stato di diritto il politico deve avere un tratto distintivo diverso e somigliare (mi viene di pensare, cambiando un termine) alla figura classica del giurista romano: Vir bonus facendi peritus”. Vale a dire “persona onesta, esperto nel realizzare”.

È il realizzare, il fare con cognizione di causa, che ha bisogno di teoria, ovvero di progettualità. Almeno quanto la buona teoria (etimologicamente: il saper vedere con la mente!) ha urgenza di concretezza pratica che la ispiri e la guidi fecondamente.
Pensare bene, quindi, e in pluralità di intelligenze, al fine di operare positivamente secondo procedure regolate e continuamente migliorabili. Questo è l’ethos che ci insegnano i Paesi avanzati, i quali – tornando adesso al principio del discorso – unendo etica pubblica e competenza, hanno inaugurato la modernità e, nel meglio delle possibilità, gli spazi concreti della democrazia sociale partecipata. E, perciò, l’esercizio di un’etica pubblica né angustamente apicale, né privata, né, tantomeno, separata dai bisogni reali e quotidiani del cittadino normale. Proprio per tutelarlo e non condannarlo alla presunzione e alla tirannia dei pochi, quelli vanamente stipendiati dalla politica e ispirati prevalentemente dalla furbizia e dall’egoismo.

Noi siamo, nella veste sociale di normali ‘cives’, per tutti questi motivi, perennemente nel dilemma di assistere passivamente allo spettacolo della rappresentazione altrui, oppure di agire direttamente e attivamente dentro il costume della rappresentanza civile. Scegliendo la prima strada, accettiamo la condotta pigra della sudditanza. Optando, invece, per la seconda strada, ci comportiamo da cittadini. Mi pare, sinceramente, che ‘tertium non datur’.


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